Il termine “burn-out” ha origine anglosassone e significa letteralmente “bruciato”, “surriscaldato”, “scoppiato”: la traduzione può già dare un’idea dello stato psicofisico che caratterizza questo fenomeno.
Il burnout viene descritto come una “sindrome derivante dallo stress cronico sul posto di lavoro”. Lo stress è un termine che Hans Selye nel 1936 utilizza per la prima volta per definire la “risposta aspecifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso”.
In questo quadro, il burnout si configura come conseguenza di uno stress cronico, cioè un’esposizione prolungata a fattori di distress.
I sintomi del burnout
L’OMS afferma che il burnout è una sindrome che riguarda in modo specifico e circoscritto lo stress relativo al contesto professionale e non altri ambiti di vita della persona.
Secondo la classificazione ufficiale dell’ICD-11, la “sindrome del burn-out” è caratterizzata da:
- sentimenti di esaurimento o esaurimento energico
- aumento della distanza mentale dal proprio lavoro, sentimenti di negativismo o cinismo relativi al proprio lavoro
- ridotta efficacia professionale.
Lo stress protratto può determinare uno stato di disagio psicofisico ed emotivo che può evolvere in un malessere generalizzato e vissuti di demotivazione, delusione e impotenza, fino a un distaccato disinteresse che si concretizza nella compromissione del funzionamento generale della persona, con ricadute non solo sul piano lavorativo, ma anche personale.

Teorie sul burn-out
Scaramagli afferma che la protratta esposizione allo stress provoca sintomi classificabili in 3 dimensioni, da cui è possibile derivare diversi sintomi associabili alla sindrome del burnout:
- dimensione cognitivo/emotiva: diminuzione del senso dell’umorismo, difficoltà a concentrarsi, difficoltà nel prendere decisioni, bisogno di evasione, distacco emotivo, trascuratezza delle relazioni sociali, spazio mentale occupato prevalentemente dagli impegni di lavoro e, al contempo, demotivazione e senso di colpa
- dimensione comportamentale: irritabilità, fame emotiva o perdita di appetito, possibile aumento dell’uso di tabacco, alcool e/o sostanze, mancanza di iniziativa, assenteismo, tendenza a criticare gli altri, procrastinazione, difficoltà a portare a termine gli impegni
- dimensione fisica: emicrania, tensione al collo e alle spalle, mal di schiena, sintomi respiratori, insonnia, bruxismo, disturbi intestinali, disturbi sessuali, spossatezza.
Maslach e Leiter (2000) hanno descritto le principali caratteristiche psicologiche del burnout focalizzando l’attenzione sul progressivo deterioramento dell’impegno nei confronti del lavoro. Gli studiosi suggeriscono come il cambiamento di motivazione della persona nei confronti del proprio impiego rappresenti un importante indice della propria disposizione interiore rispetto al lavoro.
Dati epidemiologici sul burnout tra terapeuti
Secondo una revisione sistematica pubblicata su "Frontiers in Psychology" nel 2021, la prevalenza del burnout tra psicoterapeuti può variare dal 21% al 67% a seconda dei criteri diagnostici e degli strumenti utilizzati (Simionato & Simpson, 2018).
In Italia, uno studio condotto su un campione di psicologi clinici ha rilevato che circa il 30% dei partecipanti presentava livelli elevati di esaurimento emotivo, una delle componenti principali del burnout (Giorgi et al., 2020). Questi dati sottolineano come il rischio di burnout sia particolarmente elevato tra i professionisti della salute mentale, soprattutto in contesti caratterizzati da carichi di lavoro intensi, elevata esposizione alla sofferenza altrui e limitate risorse di supporto.
La pandemia di COVID-19 ha ulteriormente accentuato il fenomeno: una ricerca condotta nel 2021 su psicologi italiani ha evidenziato un aumento dei sintomi di burnout, con il 42% dei professionisti che ha riportato un peggioramento del proprio benessere psicologico (Barello et al., 2021). Questi dati mettono in luce l'importanza di riconoscere precocemente i segnali di burnout e di promuovere strategie di prevenzione e supporto specifiche per i terapeuti.
Fattori predisponenti del terapeuta al burnout
Può essere utile individuare delle “situazioni tipo” che potrebbero portare il terapeuta a sperimentare situazioni di stress che, se non riconosciuto e non trattato, può frammentare la salute mentale del clinico (Grandori M., State of mind).
Il paziente mette il suo dolore tra le mani del terapeuta
Gestire pazienti che hanno alle spalle storie molto difficili e dolorose, è per i terapeuti una grande assunzione di responsabilità. I terapeuti che non hanno mai vissuto lo stesso evento possono sentirsi sconvolti e possono manifestare una forma di trauma vicario, sintomi traumatici secondari sotto forma di:
- incubi
- senso di colpa
- impotenza
- ottundimento emotivo.
Il coraggio e la saggezza
Gilbert (2023) afferma che il desiderio autentico di aiutare i pazienti è comprensibile ed è il motore del lavoro terapeutico, ma che è necessario anche tirare fuori “il coraggio e la saggezza” di capire come farlo al meglio per quel singolo paziente dinanzi al terapeuta.
Questa saggezza può guidare il clinico a comprendere e prendersi cura non solo del paziente ma anche di sé, scegliendo con attenzione “quali e ‘di quanti’ pazienti possiamo farci carico tenendo presente sia le nostre risorse, sia le nostre umane vulnerabilità”. (Gilbert, 2023).

Se c’è solo il lavoro
Lo stress può essere auto-indotto quando il lavoro rappresenta la maggiore, se non unica, area in cui la persona investe le proprie energie, a discapito delle altre (famiglia, socialità, sport, intrattenimento). Seguire i pazienti, ascoltare le loro storie, farsi carico dei momenti difficili, è solo una parte di quell’intensa carica affettiva che accompagna il lavoro del terapeuta, il quale può trovarsi immerso in questo “calderone di emozioni che ci pone sfide importanti” (Muran & Eubanks, 2021).
Inoltre, un forte senso di responsabilità verso i clienti e la tendenza a valutare il proprio valore personale in base ai progressi dei clienti sono fattori che aumentano il rischio di burnout, soprattutto tra i terapeuti meno esperti (Tragantzopoulou et al., 2024). Anche la difficoltà nel bilanciare vita lavorativa e personale gioca un ruolo importante: l’impegno richiesto dalla professione può portare a trascurare i propri bisogni personali, aumentando il rischio di sovraccarico.
Le rotture dell'alleanza terapeutica
Molte ricerche dimostrano come la relazione terapeutica sia il primo fattore di successo del percorso terapeutico, a prescindere dal tipo di approccio utilizzato dal terapeuta.
Muran e Eubanks (2021) sottolineano l’importanza dell’aspetto “umano” della relazione terapeutica, sollecitando un approccio fondato su una relazione umanamente paritaria, in cui il terapeuta può utilizzare il “noi” per aprire riflessioni sulla comprensibilità e condivisibilità dell’esperienza del paziente.
Questo dà la possibilità di vedere paziente e terapeuta protagonisti di un processo in cui si pongono l’uno di fianco all’altro, mettendo in evidenza la relazione terapeutica come aspetto centrale in vista del cambiamento.
La rottura dell’alleanza terapeutica e il fenomeno di drop-out possono essere importanti indicatori dello stato psicologico del terapeuta.
La rottura dell’alleanza terapeutica può generalmente essere ricondotta a uno di questi processi e, essendo la relazione terapeutica un’alleanza co-costruita, è possibile osservare se il fenomeno di rottura dell’alleanza potrebbe essere riconducibile alla sintomatologia di stress accumulato del terapeuta sotto pressione.
Fattori di mantenimento del burnout
Possono essere individuati diversi fattori che contribuiscono al mantenimento dello stato di stress. Tra questi possiamo trovare:
- tendenza all’autocritica: quando il terapeuta sperimenta un senso di disagio e constatare tale disagio innesca un senso di auto-accusa, per cui il disagio iniziale molto probabilmente non si esaurirà, ma resterà tale o aumenterà
- tendenza a negare il “problema”: spesso il meccanismo cognitivo alla base della negazione è la minimizzazione, quindi un distanziarsi dal problema
- tendenza a provare vergogna per le proprie difficoltà: la vergogna potrebbe ostacolare lo “svelamento” delle proprie fragilità. In particolare, a volte il terapeuta può avere resistenze nel manifestare una difficoltà per timore di quella che potrebbe essere la sua immagine nella mente dell’altro.
Importante è dare attenzione alle proprie disposizioni interiori: esattamente come il terapeuta lo insegna ai pazienti, è importante prendersi cura allo stesso modo anche di se stessi.
La prevenzione del burnout nel terapeuta
Date queste premesse, e dato che nel lavoro di terapeuti inevitabilmente ci si espone a relazioni complesse ed emotivamente impegnative, conoscere e riconoscere il burnout può essere un fattore importante per la prevenzione di questa condizione.
La prevenzione del burnout passa attraverso alcune accortezze:
- Riposare quando ci accorgiamo che il lavoro inizia a essere difficile da gestire
- Monitorare la propria attivazione durante le sedute. Quando l’arousal cambia, il terapeuta può fermarsi un attimo e chiedersi se quello che sta provando è stato attivato da qualcosa di esterno alla seduta, come ad esempio uno stato emotivo di sottofondo del terapeuta causato da una situazione spiacevole e personale, oppure se l’attivazione del terapeuta è scaturita da qualcosa che ha detto o fatto il paziente.
- Ricorrere alla terapia individuale o una supervisione o, se nella relazione con il paziente, sta succedendo qualcosa che è importante osservare con occhio clinico, ad esempio attraverso l’aiuto e il confronto con i colleghi, le supervisioni e i gruppi di intervisione.
- Un importante strumento terapeutico può essere la metacomunicazione, una riflessione condivisa di uno scambio comunicativo funzionale a mettere in evidenza e integrare l’intenzionalità del messaggio e l’impatto di questo sul ricevente.
Effetti del burnout sulla qualità della cura e sulla relazione terapeutica
Uno studio di Delgadillo et al. (2018) ha evidenziato che i terapeuti con elevati livelli di esaurimento emotivo riportano una minore soddisfazione lavorativa e una ridotta percezione di efficacia clinica, fattori che possono influenzare negativamente l’esito dei trattamenti. È quindi essenziale che i professionisti della salute mentale riconoscano tempestivamente i segnali di burnout, non solo per salvaguardare il proprio benessere, ma anche per assicurare la qualità e la continuità della cura ai pazienti.
Consigli pratici per la gestione del burnout: routine e tecniche step-by-step
Per affrontare e prevenire il burnout, i terapeuti possono adottare alcune routine e tecniche pratiche che favoriscono il benessere psicofisico e la resilienza. Ecco alcuni suggerimenti step-by-step:
- Monitoraggio quotidiano del proprio stato emotivo: prendersi qualche minuto ogni giorno per riflettere su come ci si sente, annotando eventuali segnali di stanchezza, irritabilità o distacco. Questo semplice gesto può aiutare a riconoscere precocemente i segnali di allarme.
- Pianificazione di pause regolari: inserire brevi pause tra una seduta e l'altra, anche solo di 5-10 minuti, per respirare profondamente, fare stretching o semplicemente distogliere l'attenzione dal lavoro.
- Esercizi di respirazione consapevole: praticare la respirazione diaframmatica o la coerenza cardiaca può aiutare a ridurre l'attivazione fisiologica dello stress. In alcuni casi, anche pochi minuti al giorno possono favorire benefici.
- Definizione di confini chiari tra lavoro e vita privata: stabilire orari precisi per le attività lavorative e per il tempo libero, evitando di portare "a casa" le preoccupazioni legate ai pazienti.
- Condivisione con colleghi di fiducia: partecipare a gruppi di intervisione o supervisioni permette di normalizzare le difficoltà, ricevere supporto e confrontarsi su strategie di gestione dello stress.
- Pratica regolare di attività piacevoli: dedicare tempo a hobby, sport o momenti di socialità aiuta a ricaricare le energie e a mantenere un equilibrio emotivo.
Integrare anche solo alcune di queste pratiche nella propria routine può contribuire a prevenire il burnout e a promuovere una maggiore soddisfazione professionale.
Prendersi cura di sé: il primo passo parte da qui
Il burnout non è solo una sfida professionale, ma anche un segnale prezioso che ci invita a prenderci cura di noi stessi con la stessa attenzione che dedichiamo agli altri. Se senti che il peso emotivo del tuo lavoro sta diventando troppo grande o riconosci alcuni dei segnali descritti in questo articolo, sappi che non sei solo. In Unobravo crediamo che il benessere dei terapeuti sia fondamentale, non solo per la qualità della cura offerta, ma anche per la tua serenità personale. Concediti la possibilità di essere ascoltato e supportato: inizia il questionario per trovare il tuo psicologo online e scopri come un percorso di supporto psicologico può contribuire ad aiutarti a ritrovare equilibrio, energia e motivazione. Prendersi cura di sé è il primo passo per continuare a prendersi cura degli altri.









