“Ma sei sicuro che sia andata proprio così?”, “non mi sembra il tipo”, “forse era arrabbiato e ha perso il controllo”, “però continui a tornarci”, “se fosse davvero così grave, perché non lo lasci?”. Quando una persona racconta di essere stata umiliata, controllata, minacciata o aggredita dal partner, non sempre incontra immediatamente qualcuno disposto a prendere sul serio ciò che sta raccontando.
A volte la prima reazione arriva proprio dalle persone più vicine: un’amica, un fratello, una collega, un genitore che conosce quella relazione, magari conosce anche il partner e, davanti a una storia difficile da conciliare con ciò che credeva di sapere, comincia quasi istintivamente a cercare una spiegazione alternativa.
È in questo spazio che può comparire il diniego. Il termine va utilizzato con cautela: non tutte le reazioni di incredulità sono un meccanismo di difesa e non possiamo dedurre le motivazioni profonde di chi ascolta da una singola frase. Tuttavia, pensare al diniego come al tentativo di tenere a distanza una realtà emotivamente difficile permette di comprendere una domanda che, altrimenti, rischia di avere una risposta troppo semplice: perché persone che si considerano sensibili al tema della violenza possono fare così fatica a riconoscerla quando a raccontarla è qualcuno che conoscono?
Credere alla violenza significa modificare anche la nostra idea del mondo
Una parte della risposta riguarda ciò che la psicologia sociale definisce credenza in un mondo giusto, cioè la tendenza a pensare che, almeno in una certa misura, le persone ricevano conseguenze coerenti con le proprie azioni e che il mondo sia sufficientemente ordinato e prevedibile.
Questa convinzione può avere una funzione rassicurante, perché ci permette di sentire che esistano regole attraverso le quali proteggerci: se faccio attenzione, scelgo bene le persone e mi comporto nel modo corretto, probabilmente riuscirò a evitare determinate esperienze.
La violenza mette in crisi questa rappresentazione. Accettare tutto questo significa rinunciare almeno in parte all’idea rassicurante che il rischio sia sempre facilmente riconoscibile e controllabile.
Quando un evento minaccia questa convinzione, può diventare psicologicamente più semplice cercare qualcosa che restituisca ordine alla storia. La ricerca sulla belief in a just world ha mostrato che tali credenze possono essere associate a una maggiore tendenza ad attribuire responsabilità alle vittime; anche negli studi sulla violenza nelle relazioni sono state osservate associazioni tra credenze in un mondo giusto, atteggiamenti sessisti e giudizi che aumentano la colpevolizzazione della vittima o attenuano la responsabilità di chi ha agito la violenza (Valor-Segura et al., 2011).

“Non sembra una persona violenta”: quando il racconto entra in conflitto con ciò che conosciamo
Riconoscere la violenza può diventare ancora più difficile quando chi ascolta conosce anche il partner. La persona descritta nel racconto può essere quella con cui abbiamo cenato, che abbiamo visto comportarsi con gentilezza, che sul lavoro appare disponibile o che, dall’esterno, sembrava avere una relazione perfettamente normale. Le due immagini sembrano incompatibili e il disagio nasce proprio dalla difficoltà di tenerle insieme.
A quel punto può diventare più semplice mettere in discussione l’informazione nuova: forse chi racconta ha frainteso, forse sta mostrando soltanto una parte della storia, forse si è trattato di una lite reciproca, forse la situazione non è così grave come sembra.
Gli studi su chi riceve una confidenza di violenza mostrano infatti che le reazioni non dipendono soltanto dalle caratteristiche dell’episodio, ma anche dalle convinzioni personali, dal livello di empatia, dalla responsabilità attribuita alla vittima e dal disagio emotivo sperimentato da chi ascolta. In uno studio su 743 persone che avevano ricevuto o potevano ricevere una divulgazione di violenza da partner, reazioni più negative risultavano associate, tra le altre cose, a una maggiore attribuzione di responsabilità alla vittima e ad atteggiamenti più tolleranti nei confronti della violenza; lo stesso studio suggerisce inoltre che anche il disagio emotivo di chi ascolta può influenzare la risposta (Edwards & Dardis, 2020).
Quando il dubbio si sposta sulla vittima
Le relazioni abusive raramente seguono una sequenza lineare nella quale una persona riconosce immediatamente ciò che sta accadendo, prende una decisione e interrompe definitivamente il rapporto. Diversi fattori possono rendere il processo di allontanamento molto più complesso, tra cui:
- paura
- dipendenza economica
- legami affettivi
- figli
- isolamento
- vergogna
- minacce
- speranza che il partner cambi
- progressiva normalizzazione di alcuni comportamenti
Eppure proprio questa complessità può diventare, agli occhi di chi osserva, una ragione per dubitare: “Se è tornato, allora forse non era così grave”. In questo modo una caratteristica della dinamica abusiva finisce paradossalmente per essere utilizzata per mettere in discussione la persona che la sta raccontando.
La letteratura sulla stigmatizzazione delle vittime di violenza da partner ha individuato, tra le possibili reazioni sociali, colpevolizzazione, isolamento, discriminazione, minimizzazione e negazione dell’abuso. Una revisione sistematica del 2024, focalizzata sulle donne vittime di violenza da partner in Paesi a basso e medio reddito, ha inoltre evidenziato come norme sociali che normalizzano la violenza o la considerano una questione privata possano contribuire a queste risposte (Murvartian et al., 2024). Più in generale, la ricerca sulle reazioni alle disclosure di violenza mostra che le caratteristiche personali, gli atteggiamenti e il rapporto con chi racconta influenzano il tipo di sostegno che viene offerto (Ullman, 2023).
Il punto non è quindi sostenere che chi dubita sia necessariamente complice dell’aggressore, ma riconoscere che il bisogno di rendere comprensibile una situazione di violenza può trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, nella ricerca di qualcosa che la vittima avrebbe dovuto fare diversamente.
Il costo di non essere creduti
Per chi racconta, ciò che avviene dall’altra parte della conversazione non è soltanto un interessante meccanismo psicologico. Rivelare una violenza può significare affidare a un’altra persona un’esperienza taciuta a lungo, sulla quale possono già esistere vergogna, paura, ambivalenza e dubbi. Una risposta che minimizza, colpevolizza o mette immediatamente in discussione il racconto può quindi avere un peso particolarmente forte.
Una meta-analisi di Dworkin, Brill e Ullman (2019), che ha sintetizzato i risultati di 51 studi sulle reazioni sociali alla rivelazione di diverse forme di violenza interpersonale, ha trovato che le reazioni negative erano associate a una maggiore gravità della sintomatologia psicologica. Gli autori sottolineano correttamente che da questi dati non è possibile stabilire una relazione causale semplice, ma il risultato mostra con chiarezza che la risposta sociale alla disclosure non rappresenta un dettaglio marginale.
Il sostegno sociale non consiste quindi soltanto nell’essere presenti, ma anche nel modo in cui lo siamo. Gli studi sulle disclosure di violenza da partner mostrano che essere creduti, ascoltati e validati tende a essere vissuto come più utile rispetto a risposte caratterizzate da incredulità, colpevolizzazione o minimizzazione (Sylaska & Edwards, 2014).
Il costo del non essere creduti può inoltre comparire più avanti. Se la prima persona a cui racconto ciò che sta accadendo mi risponde dicendomi che sto esagerando, che probabilmente ho frainteso o che avrei dovuto comportarmi diversamente, potrei essere molto meno incline a parlarne nuovamente. Il timore dello stigma e delle reazioni negative può infatti contribuire alla mancata disclosure e alla minore ricerca di aiuto, aumentando proprio quell’isolamento che spesso rende più difficile uscire da una situazione abusiva.

Credere non significa rinunciare al pensiero critico
Di fronte a questo tema può nascere un’obiezione comprensibile: prendere sul serio un racconto significa allora dover accettare automaticamente ogni dettaglio come verità certa? Non è questo il punto.
Un’amica, un fratello o una collega non stanno conducendo un’indagine né devono emettere una sentenza. Nel momento della confidenza possono però offrire qualcosa di diverso: uno spazio nel quale la persona riesca a raccontare ciò che sta vivendo senza essere immediatamente trasformata nell’imputata della propria storia.
Dire “ti credo” può significare, prima di tutto, “prendo sul serio ciò che mi stai dicendo”, non necessariamente “possiedo tutte le informazioni e so esattamente cosa sia accaduto”. Allo stesso modo, sostenere qualcuno non significa assumere il controllo delle sue decisioni. È possibile chiedere di cosa abbia bisogno, informarsi sulla presenza di un rischio immediato, offrire aiuto concreto e accompagnare verso risorse professionali senza sostituirsi completamente alla persona.
In presenza di un pericolo immediato la sicurezza viene naturalmente prima di tutto; al di fuori delle emergenze, però, il sostegno può richiedere anche la capacità di tollerare che le decisioni dell’altro non coincidano con quelle che prenderemmo noi.
La domanda che dovremmo rivolgere anche a chi ascolta
Quando ascoltiamo un racconto di violenza siamo abituati a osservare soprattutto la persona che parla. Cerchiamo incongruenze, ci domandiamo perché abbia fatto determinate scelte, valutiamo quanto sia sicura di ciò che racconta e proviamo a capire se la situazione sia davvero così grave.
A volte può essere altrettanto utile osservare ciò che accade dentro di noi mentre ascoltiamo.
Perché ho così bisogno che esista un’altra spiegazione? Perché il fatto che questa persona sia rimasta nella relazione rende meno credibile ciò che mi sta raccontando? Sto cercando di comprendere meglio la situazione oppure sto cercando qualcosa che mi permetta di sentirmi più tranquillo? Mi risulta difficile credere alla violenza perché significherebbe cambiare completamente idea su qualcuno che conosco, oppure perché mi costringerebbe ad ammettere che certe dinamiche possono esistere anche nelle relazioni che, dall’esterno, sembrano normali?
Non ogni dubbio deriva dal diniego e non tutte queste domande avranno una risposta semplice. Tuttavia, riconoscere il nostro bisogno di sentirci al sicuro può impedirci di raggiungere quella sicurezza psicologica facendola pagare alla persona che ci sta raccontando di non esserlo stata.
La violenza non diventa meno reale perché facciamo fatica a immaginarla, mentre la nostra risposta può incidere profondamente sulla capacità di chi la vive di riconoscerla, nominarla e cercare aiuto.
A volte il primo gesto di sostegno non consiste nel sapere immediatamente cosa fare o nel trovare la soluzione giusta, ma nel riuscire a restare davanti a una realtà scomoda senza modificarla abbastanza da renderla più tollerabile per noi.






