Cerchi supporto per le neurodivergenze?
Trova il tuo psicologo
Valutato Eccellente su Trustpilot
Blog
/
Neurodivergenze
5
minuti di lettura

Disfasia: cos'è e come si manifesta

Disfasia: cos'è e come si manifesta
Redazione
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
31.7.2026
Disfasia: cos'è e come si manifesta
Iscriviti alla newsletter
Se ti è piaciuto, condividilo

Valorizzare la tua unicità è importante

Unobravo è la piattaforma di psicologia online leader in Italia. Compila il questionario per trovare lo psicologo più adatto alle tue esigenze.

Inizia il tuo percorso
  • 100% online, flessibile e sicuro
  • Incontro conoscitivo gratuito
  • Già scelto da oltre 500.000 pazienti
9.500+ psicologi sulla piattaforma

Hai mai osservato un bambino o una bambina che fatica a trovare le parole giuste, che costruisce frasi in modo confuso o che sembra capire ma non riesce a esprimersi come i suoi coetanei?

Quella sensazione di preoccupazione, di chiedersi se si tratti di una fisiologica variabilità nei tempi di crescita o di un segnale da approfondire, è qualcosa che molti genitori conoscono bene.

La disfasia è un disturbo del linguaggio che va oltre le tipiche tappe dello sviluppo, influenzando in modo significativo la capacità di comunicare, di costruire relazioni e, spesso, anche di apprendere.

Non tutti i bambini che parlano tardi hanno una disfasia: la differenza tra un rallentamento temporaneo e un vero disturbo del linguaggio è importante, e riconoscerla precocemente può fare una grande differenza nel percorso di ogni bambino. Nelle prossime sezioni esploreremo insieme cause, sintomi, diagnosi e possibilità di trattamento.

Un tenero primo piano che cattura la mano di un bambino che tocca delicatamente la mano di un adulto su uno sfondo metallico.
Hannah Barata – Pexels

Che cos'è la disfasia e come si distingue dall'afasia

Quando si parla di disfasia, ci si riferisce a un disturbo dello sviluppo del linguaggio che rende difficile, in misura variabile, comprendere ciò che gli altri dicono, esprimersi in modo fluido e strutturato, o entrambe le cose insieme.

La disfasia è un disturbo evolutivo, cioè presente fin dai primi anni di vita, senza che vi sia un danno cerebrale identificabile come causa. L'afasia, invece, è un disturbo acquisito: compare in seguito a un evento traumatico come un ictus o una lesione cerebrale, in persone che in precedenza non avevano difficoltà linguistiche.

Oggi, in ambito clinico e scientifico, si preferisce parlare di Disturbo Primario del Linguaggio (DPL), o con il termine inglese Developmental Language Disorder (DLD), una denominazione più precisa che aiuta a inquadrare meglio il profilo di ogni bambino. Il disturbo, infatti, è riconosciuto anche a livello internazionale: l'Organizzazione Mondiale della Sanità lo include nella sua Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-10), il manuale di riferimento utilizzato in tutto il mondo per identificare e codificare le condizioni di salute (WHO, 2016).

E proprio la variabilità individuale è uno degli aspetti più importanti da tenere a mente: non esistono due bambini disfasici uguali, perché il disturbo può manifestarsi con intensità e caratteristiche molto diverse da caso a caso.

Da dove nasce la disfasia: le cause conosciute

Quando ci si chiede da dove nascano le difficoltà linguistiche legate alla disfasia, le cause non sono mai riconducibili a un'unica spiegazione. La ricerca ha identificato diversi fattori che possono contribuire, spesso in combinazione tra loro.

Uno degli elementi più studiati è la componente genetica: avere un familiare con difficoltà di linguaggio o di apprendimento aumenta la probabilità di sviluppare un disturbo simile. Non si tratta di un destino scritto, ma di una predisposizione che la scienza ha documentato con chiarezza.

Sul piano neurobiologico, le persone con questo disturbo possono presentare alcune differenze nel modo in cui certi circuiti cerebrali si organizzano e comunicano tra loro. In particolare, sono coinvolte due aree del cervello fondamentali per il linguaggio: l'area di Broca, che partecipa alla produzione del parlato, e l'area di Wernicke, che invece è cruciale per la comprensione. Quando queste aree o le connessioni tra loro funzionano in modo atipico, le difficoltà linguistiche possono emergere in modo più o meno marcato.

Tra i fattori di rischio conosciuti rientrano anche alcune complicazioni perinatali, come un parto prematuro o difficoltà durante la nascita, che possono influenzare lo sviluppo neurologico precoce.

Esistono poi ipotesi che riguardano la sfera psicologica e psicosomatica: situazioni di stress prolungato, contesti relazionali difficili o esperienze emotivamente significative nei primi anni di vita possono, in alcuni casi, incidere sullo sviluppo del linguaggio, anche se il loro peso varia molto da bambino a bambino.

Un punto su cui vale la pena soffermarsi, perché spesso può generare dolorosi sensi di colpa, è questo: la disfasia non è causata da errori genitoriali. Non dipende da come si è parlato al bambino o alla bambina, da quante ore ha guardato lo schermo o da quanto si è stati presenti. Comprendere le cause reali serve proprio a questo: togliere il peso di responsabilità che non appartiene a nessuno, e orientare l'energia verso ciò che si può fare, cioè un percorso di supporto mirato e tempestivo.

Come riconoscere i segnali della disfasia

Riconoscere questo disturbo non è sempre semplice, soprattutto nei primissimi anni di vita, quando ogni bambino o bambina segue i propri tempi. Eppure ci sono alcuni segnali precoci che vale la pena conoscere, non per allarmarsi, ma per poter agire con tempestività. Tra i campanelli d'allarme più significativi nei primi anni di vita troviamo:

  • Assenza o riduzione della lallazione (quei suoni ripetuti come "ba-ba" o "ma-ma") nei primi mesi.
  • Gestualità povera, con scarso uso del gesto di indicare o mostrare oggetti.
  • Vocabolario inferiore a 20 parole a 18 mesi e a 50 parole a 24 mesi.
  • Pronuncia difficoltosa e frasi brevi, grammaticalmente semplificate (un esempio tipico di disfasia è "palla cado" invece di "ho fatto cadere la palla").
  • Difficoltà a comprendere ciò che viene detto, non solo a produrre parole.

La domanda che molti genitori potrebbero porsi è: ma non potrebbe soltanto essere un bambino o una bambina che parla un po’ più tardi? La differenza sta nella persistenza e nella profondità delle difficoltà: un rallentamento temporaneo tende a risolversi, mentre in questo disturbo le difficoltà rimangono e si estendono anche alla comprensione e alla struttura del linguaggio.

A questi segnali linguistici se ne possono aggiungere altri, di natura emotiva e comportamentale, spesso meno visibili ma altrettanto importanti:

  • Isolamento sociale e tendenza a evitare situazioni di gruppo.
  • Frustrazione intensa, crisi di pianto o reazioni di rabbia legate alla difficoltà di farsi capire.
  • Vergogna e atteggiamento introverso, soprattutto in contesti scolastici.
  • Difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti di routine o di ambiente.

In alcuni casi possono essere presenti anche difficoltà psicomotorie associate, come la disprassia (che riguarda la coordinazione dei movimenti in generale) o la disprassia verbale (che coinvolge specificamente la programmazione dei movimenti necessari per parlare). Non si tratta di caratteristiche universali, ma di aspetti che, quando presenti, arricchiscono il quadro clinico e meritano attenzione.

Natalia Oliveira - Pexels

L'impatto sulla vita di tutti i giorni

Capire cosa significa vivere con questo disturbo, nella quotidianità, va ben oltre la definizione clinica. Le difficoltà di linguaggio si riverberano in ogni ambito della vita, spesso in modi che chi non le ha vissute fatica a immaginare.

Per un bambino o una bambina, la scuola può diventare un terreno particolarmente impegnativo: non solo per l'apprendimento della lettura e della scrittura, che richiede una base linguistica solida, ma anche per le relazioni con i compagni e gli insegnanti.

Spiegarsi, partecipare a una conversazione di gruppo, rispondere a una domanda davanti alla classe: tutto questo può sembrare un ostacolo insormontabile, e nel tempo può erodere profondamente l'autostima.

Il senso di inadeguatezza che ne può derivare non scompare con l'età adulta. Anzi, in molti casi può trasformarsi e adattarsi ai nuovi contesti: il colloquio di lavoro, la riunione con i colleghi, una conversazione intima con il/la partner. Chi convive con queste difficoltà può sentirsi intrappolato in situazioni sociali in cui le parole non arrivano come vorrebbe, con una sensazione di impotenza difficile da spiegare agli altri.

Ed è proprio qui che entra in gioco una delle sfide più delicate: come parlare del proprio disturbo a chi non lo conosce, senza sentirsi giudicati o fraintesi. Non esiste una formula magica, ma può aiutare partire da un linguaggio concreto e senza tecnicismi, spiegando che si tratta di un disturbo del neurosviluppo che riguarda il linguaggio, non di pigrizia, scarsa intelligenza o disinteresse. Dire, per esempio: "faccio fatica a trovare le parole giuste, anche quando so esattamente cosa voglio dire" può aprire uno spazio di comprensione molto più autentico di qualsiasi etichetta diagnostica.

L'importanza di una diagnosi precoce

Riconoscere la disfasia in tempo può fare una differenza enorme, non solo per il linguaggio, ma per tutto ciò che viene dopo.

Il primo punto di riferimento è il pediatra: è la figura che conosce la storia del bambino o della bambina e può cogliere, già durante i controlli di routine, quei segnali che meritano un approfondimento. Se intorno ai 24-30 mesi il bambino non costruisce frasi di due parole, ha un vocabolario molto limitato o fatica a capire semplici istruzioni, vale la pena parlarne senza aspettare. Il percorso diagnostico di solito prevede più passaggi:

  • una valutazione audiometrica, per escludere problemi uditivi che potrebbero influenzare lo sviluppo del linguaggio,
  • test linguistici standardizzati, condotti da un logopedista, per misurare le competenze espressive e recettive,
  • una valutazione neuropsichiatrica infantile, che inquadra il disturbo nel contesto più ampio dello sviluppo cognitivo ed emotivo.

Agire presto non è solo una questione di tempistica, ma di prevenzione: le difficoltà di linguaggio, se non affrontate, tendono a ripercuotersi sull'apprendimento della lettura e della scrittura, rendendo il percorso scolastico molto più faticoso del necessario.

I percorsi terapeutici

La buona notizia è che esistono percorsi terapeutici strutturati e, soprattutto, che funzionano. Il punto di partenza è quasi sempre la terapia logopedica, che rappresenta l'intervento principale per chi ha una disfasia.

Va detto, però, che l'accesso a questi percorsi non è uguale ovunque: in Italia la riabilitazione per i disturbi del linguaggio è distribuita in modo molto disomogeneo sul territorio, con alcune aree in cui il servizio è paragonabile agli standard europei e altre in cui è di fatto difficile accedervi attraverso il Servizio Sanitario Nazionale, come segnalato anche dalle associazioni di pazienti e familiari (ISS & SINP, 2025).

Il lavoro del logopedista non si limita a "esercitare la parola": mira ad ampliare il vocabolario, a costruire frasi sempre più articolate e a sviluppare la consapevolezza fonologica, cioè la capacità di riconoscere e manipolare i suoni del linguaggio. Le sedute sono personalizzate, spesso giocose con i bambini, e si adattano all'età e al profilo specifico.

In molti casi, il logopedista lavora in stretta collaborazione con il neuro-psicomotricista, soprattutto quando alla disfasia si associano difficoltà di coordinazione o attenzione.

Accanto al lavoro sul linguaggio, il sostegno psicologico può fare molto, sia per il bambino o la bambina con disfasia, sia per la famiglia, che spesso porta un carico emotivo significativo. Sentirsi accompagnati, e non soli in questo percorso, cambia davvero la qualità dell'esperienza.

Padre e figlia che cucinano insieme un pasto, godendosi il legame familiare in una cucina moderna.
Kampus Production – Pexels

Il parent training

La famiglia, in tutto questo, non è uno spettatore: è una vera alleata terapeutica. Il cosiddetto parent training aiuta i genitori a capire come stimolare il linguaggio nella quotidianità, come comunicare in modo efficace e come ridurre i momenti di frustrazione. Ecco alcune strategie pratiche che puoi mettere in campo ogni giorno:

  • Parlare lentamente e con frasi brevi, dando tempo al bambino di elaborare e rispondere senza pressione.
  • Nominare le cose durante le attività quotidiane: cucinare, fare la spesa, giocare sono occasioni preziose per arricchire il vocabolario.
  • Non correggere in modo diretto, ma ripetendo la frase in modo corretto e naturale, senza sottolineare l'errore
  • Aspettare in silenzio: lasciare spazio alla risposta, senza anticipare o completare le frasi al posto suo.
  • Celebrare i progressi, anche i più piccoli, per costruire fiducia e motivazione.
  • Ridurre le situazioni di pressione: se il bambino o la bambina è stanco/a o agitato/a, non è il momento migliore per stimolare il linguaggio.
  • Usare app educative e strumenti digitali con consapevolezza, solo se consigliati e monitorati dal logopedista, come supporto e non come sostituto del lavoro terapeutico.

Comunicare con un bambino con disfasia significa, prima di tutto, fargli sentire che il suo valore non dipende da quanto parla bene. Questo, più di qualsiasi esercizio, è il terreno su cui crescono i progressi veri.

Disfasia in età adulta: è davvero troppo tardi?

La disfasia non scompare necessariamente con la fine dell'infanzia, ma questo non significa che il cambiamento sia impossibile. Il cervello, anche in età adulta, conserva una certa plasticità, cioè la capacità di riorganizzarsi e creare nuovi percorsi: come approfondito nell'ambito delle neuroscienze e psicologia, questa proprietà del cervello è alla base di molti processi di cambiamento e apprendimento. Con il giusto supporto, molte persone continuano a fare progressi significativi ben oltre i primi anni di vita.

Anche nel disturbo evolutivo del linguaggio, il linguaggio scritto, la capacità di costruire racconti articolati e l'apprendimento di nuove informazioni complesse sono spesso le aree che richiedono più attenzione anche in età adulta.

Per questo, il monitoraggio a lungo termine non è un optional, ma una parte integrante del percorso. Crescere con queste difficoltà può lasciare tracce anche sul piano emotivo: ansia nelle situazioni comunicative, paura di non essere all'altezza, senso di colpa per le difficoltà vissute. Affrontare queste dimensioni con il supporto di uno psicologo può fare una differenza reale, aiutando la persona a costruire una relazione più serena con se stessa e con il proprio modo di comunicare.

Gestire le emozioni di chi vive accanto alla disfasia

Avere accanto una persona con un disturbo del linguaggio come questo, soprattutto quando si è il genitore, può portare con sé un peso emotivo che spesso può rimanere silenzioso. L'ansia di non fare abbastanza, il senso di colpa per ogni momento in cui la pazienza è venuta meno, la paura di non riuscire a garantire al proprio figlio o figlia un futuro sereno: sono emozioni comprensibili, umane, che meritano di essere riconosciute senza giudizio.

Spesso i familiari possono ritrovarsi a cercare rassicurazioni ovunque, a interrogarsi su ogni scelta fatta e su quelle ancora da fare. È un carico che non andrebbe portato da soli. La psicoterapia familiare può essere una risorsa preziosa proprio in questo senso: non perché ci sia qualcosa di sbagliato nella famiglia, ma perché affrontare insieme le difficoltà, con il supporto di un professionista, aiuta a ritrovare un equilibrio condiviso.

Si impara a comunicare in modo più efficace, a gestire le frustrazioni e, soprattutto, a riscoprire la fiducia nelle proprie capacità come genitori e come persone. Perché anche chi supporta ha bisogno di sentirsi supportato.

Un passo alla volta, verso una comunicazione più libera

Vivere con la disfasia, o affiancare qualcuno che ne è toccato, può sembrare a volte un percorso in salita, fatto di piccoli passi e di momenti in cui la fatica si fa sentire più del solito. Ma i progressi concreti sono possibili, e spesso arrivano proprio quando si smette di affrontare tutto da soli.

Chiedere aiuto non è un segno di debolezza: è il punto di partenza di qualcosa di nuovo. Affidarsi a professionisti qualificati, che sappiano accompagnare sia le difficoltà linguistiche sia il peso emotivo che le circonda, può fare una differenza reale nella qualità della vita quotidiana.

Se senti che è arrivato il momento di fare un passo in quella direzione, con Unobravo puoi trovare il professionista più adatto a te: uno spazio sicuro, accessibile, in cui il tuo percorso può davvero cominciare.

Come possiamo aiutarti?

Come possiamo aiutarti?

Trovare supporto per la tua salute mentale dovrebbe essere semplice

Valutato Eccellente su Trustpilot
Vorrei...
Iniziare un percorsoEsplorare la terapia onlineLeggere di più sul tema

FAQ

Hai altre domande?
Parlare con un professionista potrebbe aiutarti a risolvere ulteriori dubbi.

Collaboratori

Redazione
Professionista selezionato dal nostro team clinico
Redazione
Unobravo
Nessun risultato trovato.

Condividi

Se ti è piaciuto, condividilo
Iscriviti alla newsletter

Come capire se si soffre di autismo negli adulti?

Fare un test psicologico può aiutare ad avere maggiore consapevolezza del proprio benessere.

Il nostro blog

Articoli correlati

Articoli scritti dal nostro team clinico per aiutarti a orientarti tra i temi che riguardano la salute mentale.