La fluvoxamina è un antidepressivo della classe degli SSRI, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, ed è stata la prima molecola di questo gruppo a entrare in commercio. Viene prescritta soprattutto per il disturbo ossessivo-compulsivo e per l'episodio depressivo maggiore, condizioni in cui agisce modulando la trasmissione della serotonina.
In questo articolo scoprirai come agisce la fluvoxamina, a cosa serve, quali effetti indesiderati e controindicazioni può avere e in che modo la psicoterapia può affiancare il trattamento farmacologico.
Di che classe fa parte e con quali nomi è in commercio
La fluvoxamina appartiene alla classe degli antidepressivi e, più nello specifico, al gruppo degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, più noti con la sigla SSRI. Introdotta nel 1984, è stata la prima molecola di questa famiglia a essere commercializzata.
In Italia lo stesso principio attivo è in commercio con nomi diversi. I più noti sono Fevarin e Maveral, a cui si aggiungono Dumirox e le formulazioni generiche come Fluvoxamina EG.
Il nome sulla confezione può cambiare, ma la molecola rimane la stessa. La fluvoxamina è disponibile in compresse rivestite da 50 mg e 100 mg e può essere acquistata solo con prescrizione medica ripetibile.

Come funziona e per cosa si usa Fluvoxamina
La fluvoxamina inibisce in modo selettivo la ricaptazione della serotonina nello spazio sinaptico, cioè nel piccolo varco tra un neurone e l'altro. In condizioni normali parte della serotonina rilasciata viene riassorbita prima di completare il suo effetto, e bloccando questo riassorbimento il farmaco ne aumenta la disponibilità nei circuiti cerebrali.
Questo è rilevante perché umore, ansia e pensieri ossessivi sono associati, tra gli altri fattori, ad alterazioni della trasmissione serotoninergica, uno degli elementi di un sistema complesso e non una causa unica.
La molecola agisce soprattutto sulla serotonina, mentre ha un effetto molto più limitato su altri neurotrasmettitori, come dopamina, noradrenalina e GABA. Questa maggiore selettività contribuisce a caratterizzare il suo specifico profilo di azione e di possibili effetti indesiderati.
Per quanto riguarda i tempi di risposta, i primi benefici possono comparire dopo circa 2-4 settimane. Nel caso del disturbo ossessivo-compulsivo, invece, può essere necessario attendere anche 10-12 settimane prima di osservare una risposta significativa (Haddad et al., 2025). Nelle prime settimane di trattamento, alcune persone possono sperimentare un temporaneo aumento dell'ansia, dell'insonnia o delle ossessioni: è importante riferire questi cambiamenti al medico.
Le indicazioni approvate da AIFA ed EMA sono:
- il disturbo ossessivo-compulsivo, in cui la fluvoxamina può ridurre l'intensità dei pensieri ossessivi e la spinta verso le compulsioni, creando condizioni più favorevoli al lavoro psicoterapeutico e attenuando talvolta la sofferenza legata ai pensieri intrusivi;
- l'episodio depressivo maggiore, l'area sostenuta dalla documentazione clinica più solida.
Nella pratica clinica, la fluvoxamina viene utilizzata anche off-label, cioè al di fuori delle indicazioni approvate, quando il medico lo ritiene appropriato sulla base delle evidenze disponibili e delle caratteristiche della persona. Può essere impiegata, ad esempio, nel disturbo d'ansia generalizzata, nellafobia sociale, nel disturbo da attacchi di panico e nel disturbo da dismorfismo corporeo.
Per quanto riguarda la depressione, l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non utilizzare gli SSRI come primo trattamento negli episodi depressivi lievi (World Health Organization, 2023). La scelta del trattamento va infatti valutata caso per caso, considerando la gravità dei sintomi e le caratteristiche della persona.
La fluvoxamina può essere prescritta anche in età pediatrica per il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), a partire dagli 8 anni. In questa fascia d'età la prescrizione richiede una valutazione specialistica e un attento monitoraggio, anche in relazione alla crescita e allo sviluppo.
Controindicazioni, avvertenze e precauzioni
Prima di iniziare il trattamento, è importante conoscere alcune informazioni sulla fluvoxamina, perché riguardano la sicurezza e il corretto utilizzo del farmaco.
Esistono situazioni in cui la fluvoxamina non va assunta, le cosiddette controindicazioni assolute:
- ipersensibilità al principio attivo o a uno degli eccipienti;
- IMAO (inibitori delle monoaminossidasi): serve un intervallo di almeno due settimane con un IMAO irreversibile, o di un giorno con uno reversibile come la moclobemide, per il rischio di sindrome serotoninergica;
- tizanidina e pimozide, insieme ai farmaci che prolungano l'intervallo QT come terfenadina, astemizolo e cisapride.
Altre condizioni non escludono il trattamento ma richiedono una valutazione attenta del medico, come una storia di mania o ipomania, un'epilessia non stabilizzata, un disturbo bipolare o la presenza di ideazione suicidaria.
Per alcune situazioni specifiche valgono poi indicazioni particolari:
- Gravidanza: l'uso richiede una valutazione individuale del rapporto rischio/beneficio con il medico, che consideri anche i rischi di un disturbo non trattato.
- Allattamento: la sostanza può passare nel latte materno, quindi va consultato il medico.
- Guida e macchinari: può causare sonnolenza e capogiri, soprattutto all'inizio.
- Persone anziane: l'aumento del dosaggio va più graduale, anche per il possibile rischio di iponatriemia, cioè una riduzione del sodio nel sangue.
- Insufficienza epatica o renale: in genere si parte da dosi più basse, con controlli periodici.
- Diabete: può alterare il controllo della glicemia, da monitorare con più attenzione.
- Alcol: è preferibile evitarlo, perché può potenziare gli effetti sedativi.
- Glaucoma ad angolo chiuso e rischio emorragico: da segnalare al medico, soprattutto se si assumono anticoagulanti, FANS o aspirina.
In tutte queste situazioni vale una regola importante: qualsiasi modifica alla terapia, dalla variazione del dosaggio alla sospensione del farmaco, deve sempre essere concordata con il medico e mai decisa autonomamente.
Effetti indesiderati
Come tutti i farmaci, anche la fluvoxamina può causare alcuni effetti indesiderati, anche se non tutte le persone li sperimentano. Conoscerli in anticipo non significa aspettarsi che compaiano, ma sapere come riconoscerli e cosa fare se dovessero presentarsi.
Gli effetti si distinguono in base alla frequenza con cui si presentano:
- Molto comuni (più di 1 persona su 10): nausea, vomito e diarrea, cefalea, sonnolenza o insonnia, sudorazione aumentata, nervosismo o ansia transitoria nelle prime settimane.
- Comuni (fino a 1 persona su 10): secchezza delle fauci, capogiri e tremori, palpitazioni, stitichezza, calo dell'appetito, stanchezza, alterazioni del gusto.
- Non comuni e rari: alterazioni degli enzimi epatici, iponatriemia, reazioni cutanee, sindrome serotoninergica e, in casi molto rari, convulsioni.
Molti di questi effetti, soprattutto quelli gastrointestinali, tendono a ridursi spontaneamente nelle prime settimane. Se invece alcuni non si attenuano, non interrompere il farmaco da solo, ma parlane con il medico.
Tra gli effetti indesiderati può rientrare anche un cambiamento nella sfera sessuale. Possono comparire, ad esempio, un calo del desiderio, difficoltà a raggiungere l'orgasmo e, negli uomini, problemi di erezione. In alcuni casi questi disturbi possono persistere nel tempo. È un tema di cui può essere difficile parlare, ma è importante riferirlo al medico: esistono infatti diverse strategie per affrontarlo.
Per quanto riguarda sonno e umore, alcune persone possono sperimentare insonnia, sonnolenza durante il giorno, sogni particolarmente vividi o una sensazione di appiattimento emotivo, come se le emozioni fossero meno intense. La fluvoxamina non cambia la personalità, ma può modificare temporaneamente il modo in cui si vivono le emozioni. Se questa sensazione ti pesa o ti fa stare peggio, è importante parlarne con il medico.
Un altro aspetto da conoscere riguarda la sospensione del farmaco. Interrompere la fluvoxamina bruscamente può provocare capogiri, formicolii, sensazioni simili a piccole scosse elettriche, nausea, insonnia e irritabilità. Si tratta della cosiddetta sindrome da sospensione, che nella maggior parte dei casi tende a risolversi in breve tempo.
Questo non significa che il farmaco dia dipendenza. Gli SSRI non provocano il bisogno compulsivo di assumere il farmaco né la classica tolleranza associata alle sostanze che creano dipendenza.
I sintomi che possono comparire dopo una sospensione improvvisa sono invece legati al cambiamento repentino nella quantità di farmaco presente nell'organismo. Per questo, quando possibile, la dose viene ridotta gradualmente seguendo le indicazioni del medico.
Se compare un effetto indesiderato che non passa o che ti preoccupa, non sospendere il farmaco autonomamente: contatta il medico e segnala ciò che stai sperimentando, senza aspettare necessariamente il controllo successivo. Se invece compaiono sintomi gravi, come convulsioni o una reazione allergica importante, è necessario chiedere subito assistenza medica chiamando il 112 o recandosi al pronto soccorso.
Interazioni con altri farmaci e sovradosaggio
Alcune interazioni tra farmaci meritano particolare attenzione. Per questo, è importante informare sempre il medico di tutti i farmaci e gli integratori che si stanno assumendo.
IMAO e fluvoxamina non devono essere assunti insieme e, dopo la sospensione di un IMAO, è necessario attendere almeno 14 giorni prima di iniziare la fluvoxamina. L'associazione può aumentare eccessivamente la serotonina nell'organismo e provocare una condizione chiamata sindrome serotoninergica.
Anche alcuni altri farmaci richiedono attenzione. La fluvoxamina, infatti, può modificare il modo in cui l'organismo elimina alcune sostanze, facendole rimanere più a lungo nel sangue e aumentandone gli effetti. È il caso, ad esempio, della tizanidina, i cui livelli possono aumentare con possibile comparsa di sonnolenza e abbassamento della pressione. Con il pimozide, invece, l'interazione può influire sul ritmo del cuore.
Questo dipende anche dal fatto che la fluvoxamina blocca in modo importante un enzima del fegato chiamato CYP1A2, che aiuta l'organismo a eliminare diversi farmaci e sostanze. Tra quelle che possono risentirne ci sono la teofillina, la caffeina, la clozapina, la tacrina e alcuni antidepressivi triciclici. In questi casi il medico può decidere di modificare la dose o di controllare più attentamente la terapia.
La fluvoxamina può inoltre aumentare i livelli di alcuni antipsicotici e, di conseguenza, favorire effetti indesiderati sul movimento, come rallentamento dei movimenti o movimenti involontari.
Ci sono poi altre interazioni rilevanti da tenere presenti:
- Farmaci serotoninergici (triptani, tramadolo, litio, triptofano, iperico, altri SSRI o SNRI): aumentano il rischio di sindrome serotoninergica.
- Benzodiazepine (alprazolam, diazepam, midazolam): la fluvoxamina può aumentare i livelli, con possibile potenziamento della sedazione.
- Anticoagulanti (warfarin), FANS e aspirina: l'associazione può aumentare il rischio di sanguinamento, soprattutto gastrointestinale.
- Carbamazepina, fenitoina, metadone, omeprazolo, betabloccanti, clozapina, risperidone: richiedono monitoraggio, perché le concentrazioni nel sangue potrebbero risultare alterate.
La regola generale è semplice: informa sempre il medico di tutti i farmaci che stai assumendo, compresi integratori e rimedi fitoterapici. Anche prodotti considerati “naturali”, come l'iperico, possono infatti interagire con la fluvoxamina e aumentare eccessivamente l'attività della serotonina, con il rischio di effetti indesiderati importanti. Per questo è meglio non associarlo alla fluvoxamina senza averne prima parlato con il medico.
Sovradosaggio: sintomi e cosa fare
In caso di assunzione di una dose eccessiva, i sintomi più comuni includono nausea, vomito, diarrea, sonnolenza e capogiri. Nei casi più gravi possono comparire tachicardia o bradicardia, ipotensione, convulsioni e, nelle situazioni più serie, perdita di coscienza.
Se sospetti un sovradosaggio, chiama immediatamente il 112 o recati al pronto soccorso più vicino. Non cercare rimedi autonomi e non aspettare di vedere “come va”, perché in questi casi agire in fretta fa la differenza.

Fluvoxamina e psicoterapia: due strumenti nel percorso di cura
Farmaco e psicoterapia non sono necessariamente alternative tra loro. In molti casi possono essere utilizzati insieme, perché agiscono su aspetti diversi: il farmaco può aiutare a ridurre alcuni sintomi, mentre la psicoterapia lavora sui meccanismi che li mantengono e sulle risorse per affrontarli nel tempo.
La fluvoxamina agisce sulla neurotrasmissione, riducendo l'intensità delle ossessioni e dell'ansia che le accompagna. Questo non significa mascherare i sintomi, ma creare le condizioni perché il lavoro terapeutico possa davvero avvenire.
Quando l'ansia è meno schiacciante, infatti, diventa più facile affrontare le situazioni temute, tollerare l'incertezza e mettere in pratica le strategie apprese in terapia, come quelle proposte dalla terapia cognitivo-comportamentale con l'esposizione graduale e la prevenzione della risposta.
La psicoterapia, dal canto suo, lavora sui pattern di pensiero e sui comportamenti che mantengono il disturbo nel tempo, sulle emozioni più difficili da nominare come la vergogna o il senso di colpa, e costruisce strumenti che restano con te anche se un giorno deciderai, insieme al medico, di sospendere il farmaco.
Se stai già assumendo la fluvoxamina, affiancare un percorso psicoterapeutico può aiutarti a lavorare sugli aspetti del problema che il farmaco, da solo, non può affrontare. Se invece stai già seguendo una psicoterapia e i sintomi sono particolarmente intensi, parlare con il medico della possibilità di un trattamento farmacologico può essere una scelta da valutare, non un segno di resa.
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