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I genitori sono persone, prima che genitori: perché è difficile accettarlo (e perché è importante)

I genitori sono persone, prima che genitori: perché è difficile accettarlo (e perché è importante)
Monica Margiotta
Psicologa ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
28.5.2026
I genitori sono persone, prima che genitori: perché è difficile accettarlo (e perché è importante)
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Quando pensiamo ai nostri genitori, è facile identificarli con il loro ruolo: sono "mamma" e "papà", figure di riferimento, punti di orientamento, persone che, almeno nella nostra esperienza infantile, hanno avuto il compito di accudire, proteggere, guidare. In questa rappresentazione, spesso implicita, il genitore appare come qualcuno che dovrebbe sapere cosa fare, come farlo e quando farlo.

Questa immagine, però, è parziale. I genitori non nascono nel momento in cui diventano tali: esistono prima, con una storia, con esperienze, con risorse ma anche con limiti. Hanno avuto a loro volta genitori, relazioni, difficoltà, aspettative, ferite. E tutto questo non scompare nel momento in cui arriva un figlio, ma continua a esistere, influenzando il modo in cui quel ruolo viene vissuto. Riconoscere che un genitore è prima di tutto una persona non significa ridurre l'importanza del suo ruolo, bensì restituirgli complessità. Significa uscire da una visione idealizzata o rigida per avvicinarsi a una comprensione più realistica e, spesso, più utile anche sul piano psicologico.

Nel passaggio alla genitorialità, ciò che cambia non è solo l'organizzazione della vita quotidiana, ma l'equilibrio interno delle persone e della relazione di coppia. La ricerca ha mostrato come diventare genitori rappresenti una delle transizioni più complesse del ciclo di vita, capace di mettere sotto pressione sia il benessere individuale sia quello relazionale (Cowan & Cowan, 2000). In questo senso, è normale che emergano stanchezza, conflitti e momenti di disorientamento: non indicano necessariamente una difficoltà "a fare i genitori", ma un processo di adattamento in corso.

Allo stesso tempo, il modo in cui una persona vive la genitorialità non nasce nel vuoto, ma è influenzato da una molteplicità di fattori: storia personale, risorse emotive, contesto sociale e qualità della relazione di coppia. Il modello processuale di Belsky (1984) sottolinea proprio come la funzione genitoriale sia il risultato dell'interazione tra caratteristiche individuali, supporto sociale e condizioni di vita. Questo significa che sentirsi in difficoltà non è un limite individuale, ma spesso il riflesso di un sistema complesso che richiede equilibrio.

Un altro aspetto centrale riguarda la relazione tra i genitori, cioè il modo in cui collaborano, si sostengono e si riconoscono nel ruolo. La letteratura parla di coparenting per indicare proprio questa dimensione: non solo "fare i genitori", ma farlo insieme, coordinandosi e condividendo responsabilità e significati (Feinberg, 2003). Quando questa alleanza è fragile o sbilanciata, il carico emotivo tende ad aumentare e uno dei due può sentirsi solo, sopraffatto o invisibile.

Il bisogno infantile di un genitore "perfetto"

Nel corso dell'infanzia percepire il genitore come forte, stabile e affidabile rappresenta una necessità evolutiva, in quanto il bambino ha bisogno di sentirsi al sicuro, e per farlo costruisce un'immagine del genitore come figura capace di contenere, proteggere e dare senso all'esperienza.

In questa fase, non c'è spazio per vedere il genitore nella sua complessità: il bambino non può permettersi di pensare che chi si prende cura di lui sia fragile, incerto o in difficoltà. Questo non perché non sia vero, ma perché non sarebbe sostenibile a livello emotivo. Ad esempio, un bambino che percepisce la madre come costantemente stanca o sopraffatta può sviluppare strategie per "non pesare", cercando di adattarsi alle sue esigenze piuttosto che esprimere le proprie. In questo modo protegge la relazione, ma al tempo stesso costruisce un'immagine parziale della realtà.

Questa rappresentazione tende a rimanere attiva anche in età adulta, spesso in modo implicito; continuiamo ad aspettarci dai nostri genitori qualcosa di simile a ciò di cui avevamo bisogno da piccoli, anche quando la relazione è cambiata e noi stessi siamo cambiati. In molti casi, questo si traduce in una tensione interna difficile da nominare: da una parte il desiderio di essere visti, riconosciuti, compresi; dall'altra la sensazione che quel bisogno non trovi davvero spazio nella relazione. Questo può portare a un senso di frustrazione persistente, che non sempre viene espresso apertamente ma che continua ad agire sullo sfondo.

Dal punto di vista della teoria dell'attaccamento, queste dinamiche non sono casuali: le prime relazioni significative influenzano profondamente le aspettative che sviluppiamo rispetto agli altri e a noi stessi (Bowlby, 1988). Proprio per questo, modificare lo sguardo sui genitori in età adulta richiede un lavoro che va oltre la comprensione razionale.

Quando la realtà non coincide con l'aspettativa

Nel momento in cui iniziamo a vedere i nostri genitori come persone reali, può emergere una discrepanza tra ciò che ci aspettavamo e ciò che troviamo. Alcuni possono apparire emotivamente distanti, altri incoerenti, altri ancora poco disponibili o incapaci di riconoscere i bisogni del figlio. Si tratta di un passaggio che può essere complesso, in quanto implica una ristrutturazione dell'immagine interna del genitore. Non si tratta solo di "capire" razionalmente che anche loro hanno dei limiti, ma di integrare questa consapevolezza a livello emotivo.

Una persona adulta può accorgersi, ad esempio, che il proprio genitore non è in grado di offrire un certo tipo di supporto emotivo; in tal caso, continuare a cercarlo, nonostante le ripetute delusioni, può generare frustrazione e senso di mancanza. Riconoscere questo limite, invece, può permettere di ridimensionare l'aspettativa e di cercare altrove ciò che serve. Questo processo non è immediato e può essere accompagnato da emozioni contrastanti: rabbia, tristezza, senso di ingiustizia, ma anche sollievo, in quanto è una fase in cui si rinegozia il significato della relazione.

I genitori portano la loro storia nella relazione

Ogni genitore entra nella relazione con il figlio portando con sé la propria storia personale. Le modalità di accudimento, le aspettative, il modo di gestire le emozioni e i conflitti sono spesso influenzati dalle esperienze vissute nelle relazioni precedenti, in particolare nella famiglia di origine. Questo non significa che tutto sia determinato o immutabile, ma che esiste una continuità, in quanto i modelli relazionali tendono a ripetersi, soprattutto quando non sono stati riconosciuti o elaborati.

Ad esempio, un genitore cresciuto all'interno di un contesto in cui le emozioni non venivano espresse può avere difficoltà a riconoscere e validare quelle del figlio, non per mancanza di affetto, ma per una limitata familiarità con quel linguaggio emotivo. Comprendere questo aspetto può aiutare a spostare lo sguardo da una lettura esclusivamente centrata sul comportamento ("perché si comporta così?") a una più ampia ("da dove viene questo modo di stare nella relazione?").

Uomo anziano seduto da solo a un tavolo di legno, le mani che stringono un piccolo oggetto in ceramica

Tra responsabilità e comprensione

Riconoscere che i genitori sono persone non significa giustificare tutto; esiste infatti una differenza importante tra comprendere e assolvere. Comprendere implica cercare di cogliere il senso di un comportamento all'interno di una storia più ampia; assolvere significa negarne l'impatto o le conseguenze. Dal punto di vista psicologico, è possibile tenere insieme entrambe le dimensioni: riconoscere che un genitore ha fatto ciò che poteva con le risorse che aveva, e allo stesso tempo riconoscere che alcune esperienze hanno avuto un impatto significativo. Ad esempio, una persona può comprendere che un genitore era spesso assente per motivi lavorativi o personali, ma al tempo stesso riconoscere di aver vissuto quella assenza come una mancanza. Entrambe le cose possono coesistere, senza che una annulli l'altra.

Uno degli aspetti più complessi di questo processo riguarda proprio la possibilità di tenere insieme emozioni opposte. È possibile provare affetto e rabbia, vicinanza e distanza, comprensione e dolore nello stesso tempo.

Dal punto di vista psicologico, questa capacità di integrazione rappresenta un passaggio evolutivo importante, perché consente di uscire da una visione rigida della relazione e di accedere a una rappresentazione più realistica e meno polarizzata. Questo tipo di integrazione è spesso al centro del lavoro terapeutico: sviluppare una visione più complessa delle figure genitoriali permette di ridurre la rigidità emotiva e di costruire un rapporto più libero e meno vincolato a bisogni infantili (Siegel, 2012).

Diventare adulti anche nella relazione con i genitori

Una parte del processo di crescita riguarda anche il cambiamento della relazione con i propri genitori. Diventare adulti non significa solo acquisire autonomia pratica, ma anche modificare il modo in cui li si percepisce e ci si relaziona con loro.

Questo può implicare:

  • ridimensionare alcune aspettative
  • riconoscere i limiti della relazione
  • differenziare i propri bisogni da quelli del genitore
  • costruire una distanza emotiva più funzionale

In alcuni casi, può significare smettere di cercare in quella relazione qualcosa che non può essere dato, e iniziare a costruire altre forme di sostegno; in altri, può aprire la possibilità di un incontro più autentico, proprio perché meno carico di aspettative irrealistiche.

Non sempre è semplice vedere i propri genitori come persone. In alcune situazioni, questo passaggio può essere ostacolato da dinamiche relazionali molto rigide o da esperienze emotive particolarmente intense. La rabbia, ad esempio, può rendere difficile accedere a una comprensione più ampia, mentre, allo stesso tempo, una forte idealizzazione può impedire di riconoscere aspetti problematici della relazione.

Ci sono infatti persone che continuano a giustificare ogni comportamento del genitore, anche quando questo ha avuto un impatto negativo significativo; altre, al contrario, mantengono una posizione di rifiuto totale, senza riuscire a integrare elementi più complessi della storia. Entrambe queste posizioni possono essere comprensibili, ma spesso mantengono la relazione su un piano poco flessibile.

Conclusione: una visione più complessa, ma più reale

Riconoscere che i genitori sono persone prima che genitori non è un passaggio semplice, ma è spesso un passaggio necessario, in quanto significa uscire da una visione idealizzata o rigida e avvicinarsi a una comprensione più articolata della relazione. Questo non elimina il dolore di alcune esperienze, ma può modificarne il significato, e permette di costruire una narrazione più realistica, in cui coesistono limiti, risorse, mancanze e tentativi.

In questo senso, riconoscere che i genitori sono persone non è un modo per ridurre il loro ruolo, ma per renderlo più reale; significa smettere di cercare figure perfette e iniziare a vedere relazioni possibili. E, a volte, è proprio questo passaggio — imperfetto, complesso, ma più vero — che permette di stare meglio.

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