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Salute mentale
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8 marzo: origini della giornata della donna e miti

8 marzo: origini della giornata della donna e miti
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
4.3.2026
8 marzo: origini della giornata della donna e miti
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L’8 marzo si celebra la Giornata Internazionale della Donna, che oggi rappresenta un’occasione, per molte organizzazioni e associazioni femminili, per sensibilizzare su temi legati al mondo delle donne, come il lavoro o la violenza di genere. Ma da dove ha origine questa ricorrenza?

In questo articolo esploreremo le origini della “festa della donna”, come si vive questa giornata, il benessere femminile e come l’8 marzo può anche essere un’occasione per fare un gesto concreto.

‍Le origini della Giornata Internazionale della Donna

La storia di questa ricorrenza affonda le sue radici nei primi anni del Novecento, in un contesto segnato da profonde trasformazioni sociali e politiche. Un momento significativo si colloca nel 1907, durante il VII Congresso della Seconda Internazionale socialista a Stoccarda, dove la questione del suffragio femminile ricevette grande attenzione e divenne oggetto di un ampio dibattito. Poco tempo dopo, negli Stati Uniti, il Partito socialista di Chicago promosse il primo Woman’s Day, celebrato il 23 febbraio 1909, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti delle donne.

Da quell’iniziativa presero avvio ulteriori mobilitazioni e ricorrenze. Il 27 febbraio 1910 circa tremila donne si riunirono alla Carnegie Hall per rinnovare la celebrazione. Nello stesso anno, a Copenaghen, la Conferenza internazionale delle donne socialiste contribuì a diffondere l’idea di una giornata dedicata alle rivendicazioni femminili, che venne celebrata in modo non uniforme e in date diverse anche al di fuori degli Stati Uniti.

Un passaggio decisivo avvenne l’8 marzo 1917 a San Pietroburgo, quando migliaia di donne scesero in piazza chiedendo la fine della guerra e migliori condizioni di vita. Quelle proteste si inserirono nel clima rivoluzionario che avrebbe portato al crollo del regime zarista. Nel 1921, durante la Seconda conferenza delle donne comuniste, fu proposta e approvata l’adozione di una data unica per la celebrazione, scelta proprio in memoria di quella manifestazione.

Nel marzo 1922 la giornata internazionale della donna venne celebrata anche in Italia, segnando l’inizio della sua diffusione nel Paese. Decenni più tardi, il 16 dicembre 1977 l’ONU invitò ufficialmente gli Stati membri a istituire una giornata dedicata ai diritti delle donne e alla pace internazionale. Molti Paesi optarono per l’8 marzo, consolidando definitivamente questa data come simbolo globale delle lotte, dei progressi e delle sfide ancora aperte legate alla condizione femminile.

‍Da dove si pensava avesse avuto origine la festa della donna

Per molti anni si è ritenuto che l’8 marzo commemorasse un presunto incendio avvenuto nel 1908 in una fabbrica di camicie a New York, nel quale sarebbero morte numerose operaie. Oggi questa versione è considerata un falso storico. È probabile che tale racconto sia nato dalla rielaborazione di un evento realmente accaduto: il rogo della fabbrica Triangle Shirtwaist Company, avvenuto il 25 marzo 1911 a New York, in cui persero la vita 146 persone, in gran parte donne immigrate italiane ed ebree dell’Europa orientale.

La forte connotazione politica della Giornata Internazionale della Donna, insieme all’isolamento della Russia e del movimento comunista e alle vicende della Seconda guerra mondiale, contribuì nel tempo a offuscare le reali origini della ricorrenza. Nel dopoguerra si diffuse così l’idea che l’8 marzo fosse legato alla morte delle operaie nel rogo newyorkese. Oggi sappiamo che questa interpretazione appartiene più alla dimensione simbolica e narrativa che a quella storica.

L’8 marzo tra memoria e narrazioni: come nascono i “falsi storici”

La vicenda dell’incendio attribuito all’8 marzo 1908 è un esempio di come una ricorrenza possa essere accompagnata, nel tempo, da racconti semplificati o imprecisi. Narrazioni di questo tipo tendono a diffondersi perché offrono spiegazioni immediate, emotivamente coinvolgenti e facili da ricordare. Riconoscerlo non significa sminuire il valore della giornata, ma comprendere che la memoria collettiva è spesso plasmata dal contesto storico, politico e culturale in cui si trasmette.

Quando un evento viene ricostruito in modo approssimativo, possono verificarsi alcune dinamiche ricorrenti:

  • si perde la complessità delle lotte reali, che vengono ridotte a un unico episodio simbolico,
  • l’attenzione si sposta dalla continuità delle rivendicazioni (da anni di mobilitazioni e cambiamenti ad un singolo fatto tragico),
  • può emergere polarizzazione, perché chi corregge il mito rischia di essere percepito come chi nega o ridimensiona la causa, anche quando l’intento è semplicemente storico-critico.

Integrare partecipazione emotiva e rigore storico consente invece di attribuire all’8 marzo un significato più solido, consapevole e duraturo.

Perché la mimosa è il simbolo di questa giornata

La scelta della mimosa come simbolo dell’8 marzo nasce in Italia nel 1946, su iniziativa di tre esponenti dell’Unione Donne Italiane (Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei) impegnate nell’organizzazione delle celebrazioni dedicate alle donne. La decisione non fu casuale, ma guidata da criteri pratici e simbolici insieme.

La mimosa venne preferita perché fiorisce proprio all’inizio di marzo, risultava economica e accessibile a tutte e si poteva trovare con facilità anche nelle zone rurali. Queste caratteristiche la resero un simbolo inclusivo e popolare, capace di rappresentare tutte le donne. Prevalse così su altri fiori, come le violette utilizzate in Francia, e nel tempo è diventata un segno distintivo riconosciuto e condiviso della ricorrenza.

Perché si parla di “Giornata Internazionale” e non solo di “festa”

Definirla Giornata Internazionale della Donna consente di tenere insieme due dimensioni fondamentali: la celebrazione e la rivendicazione. Il termine “giornata” richiama un momento pubblico e collettivo, pensato per portare alla luce temi che spesso restano confinati nella sfera privata o vengono normalizzati; “internazionale” evidenzia che le disuguaglianze di genere non riguardano un singolo contesto, ma attraversano Paesi, culture e sistemi politici diversi.

Parlare semplicemente di “festa” può avere un valore simbolico e relazionale, ma rischia di ridurre la ricorrenza a un gesto rituale (il fiore, la cena, l’omaggio) mettendo in secondo piano le ragioni storiche e sociali che ne hanno determinato la nascita e la diffusione: diritti, condizioni di lavoro, partecipazione politica, libertà dalla violenza.

In questa prospettiva, l’8 marzo non sostituisce l’impegno quotidiano, ma può rappresentare un’occasione per renderlo più visibile, più condiviso e, auspicabilmente, più difficile da ignorare.

Celebrare, protestare, ricordare: tre modi di vivere l’8 marzo

Nel mondo l’8 marzo assume significati diversi perché riflette il modo in cui ogni società affronta temi come diritti, ruoli di genere e partecipazione pubblica. In generale, le iniziative si muovono lungo tre direttrici principali:

  • Celebrazione: valorizzazione simbolica delle donne nella vita quotidiana e nei contesti sociali. È un gesto di riconoscimento che acquista valore quando si accompagna a cambiamenti reali.
  • Rivendicazione: manifestazioni e mobilitazioni su parità, sicurezza e accesso alle opportunità, in cui la giornata diventa uno strumento di visibilità politica e sociale.
  • Memoria ed educazione: incontri, eventi culturali e attività formative pensati per trasmettere consapevolezza storica e senso di continuità.

Queste dimensioni spesso convivono nello stesso contesto, mostrando come la ricorrenza possa essere insieme simbolica, civile e formativa.

Quando la giornata è sostenuta anche da istituzioni come scuole, enti pubblici, organizzazioni internazionali cambia la funzione: da iniziativa spontanea diventa occasione per orientare il dibattito pubblico e trasformare l’attenzione in priorità condivise. In Italia, ad esempio, nel 2024 le donne rappresentano il 21,3% dei componenti negli organi decisionali (Istat,2025), dato che evidenzia quanto il tema della rappresentanza resti attuale.

Questa legittimazione istituzionale porta con sé un equilibrio delicato: da un lato favorisce continuità, visibilità e possibili interventi strutturali; dall’altro, se si riduce a un rito formale, rischia di semplificare questioni complesse. Il valore dell’8 marzo risiede proprio nella capacità di mantenere insieme simbolo e contenuto, celebrazione e consapevolezza.

Dalla ricorrenza al cambiamento: rendere l’8 marzo più coerente con il suo significato

L’8 marzo può restare un simbolo oppure trasformarsi in un’occasione concreta di cambiamento. Non è necessario fare gesti eclatanti: spesso è più efficace individuare un singolo ambito (casa, lavoro o relazioni)  in cui riequilibrare responsabilità e riconoscimento.

Alcune azioni semplici ma incisive possono essere:

  • Condividere davvero le responsabilità, non limitandosi all’“aiuto”, ma partecipando alla pianificazione e alla gestione quotidiana,
  • Rispettare confini e consenso, riconoscendo che esprimere un limite è una forma di tutela personale, non un atto egoistico,
  • Usare un linguaggio consapevole, evitando stereotipi o battute che rafforzano disparità e aspettative rigide,
  • Offrire sostegno attivo, soprattutto a chi vive situazioni di vulnerabilità, attraverso ascolto, presenza e orientamento alle risorse disponibili.

In questa prospettiva, la ricorrenza diventa un promemoria più che un evento: il valore dell’8 marzo si misura nella continuità dei piccoli cambiamenti quotidiani, quelli che nel tempo incidono davvero sulle relazioni e sui contesti sociali.

8 marzo e salute mentale: il peso invisibile tra carichi, aspettative e riconoscimento

Parlare di 8 marzo significa anche dare un nome a ciò che molte donne descrivono come un peso invisibile: l’intreccio tra responsabilità pratiche, aspettative sociali e necessità di “reggere” emotivamente per sé e per gli altri. Non si tratta soltanto del lavoro di cura in senso stretto, ma anche di quel carico mentale fatto di pianificazione, organizzazione, anticipazione dei bisogni e coordinamento silenzioso della vita quotidiana.

L’8 marzo può diventare un momento utile per riconoscere che la salute mentale femminile non è un tema esclusivamente individuale. Quando la distribuzione di tempo, risorse e responsabilità è sbilanciata, alcune esperienze tendono a ricorrere:

  • Senso di colpa: anche a fronte di impegni già eccessivi, con la percezione costante di non fare mai abbastanza.
  • Sfinimento emotivo: legato alla responsabilità percepita verso il benessere altrui e alla difficoltà di ritagliarsi uno spazio personale.
  • Rabbia o chiusura: come reazioni comprensibili quando i bisogni rimangono sistematicamente inascoltati.

I dati raccolti da Unobravo confermano quanto questo scenario incida profondamente sulla vita delle donne:

  • Il divario dello stress: secondo il nostro Burnout Report (2025), le donne riportano livelli di stress frequente significativamente più alti rispetto agli uomini (51% contro il 39%). Questo divario riflette spesso la difficoltà di conciliare le pressioni professionali con un carico domestico non equamente distribuito.
  • Burnout e abbandono: la fatica non è solo passeggera. I dati sulla salute mentale al lavoro (2025) mostrano che il 22% delle donne dichiara di aver lasciato il proprio impiego per motivi legati allo stress, una percentuale nettamente superiore a quella maschile (14%).
  • Un benessere condizionato: dal Barometro del Benessere Mentale (2025) emerge come le donne riportino più frequentemente vissuti di bassa autostima (44%) e la sensazione di sentirsi "bloccate" (28%), segnali di un carico mentale che limita la progettualità personale.
  • Stigma e barriere: nonostante il bisogno, lo stigma resta un ostacolo. Quasi la metà delle donne (44,4%) non si sente a proprio agio nel parlare di salute femminile o malessere psicologico con colleghi o superiori, temendo il giudizio o la minimizzazione dei propri sintomi (Unobravo Data Lab, 2024).

Riconoscere queste fatiche non significa uniformare le esperienze né negare le differenze individuali. Significa, piuttosto, considerare che il benessere psicologico è influenzato anche dal contesto sociale e relazionale in cui si è inseriti. In questo senso, l’8 marzo può diventare non solo un momento di riflessione collettiva, ma anche uno spazio per interrogarsi su come distribuire in modo più equo carichi, riconoscimento e responsabilità.

L’8 marzo può essere un’occasione per fare un gesto concreto

L’8 marzo ci ricorda che diritti, riconoscimento e benessere non sono solo temi pubblici: passano anche da come stai, da quanto spazio riesci a darti e da come impari a proteggere i tuoi confini.

Se senti il peso di aspettative, carichi invisibili o relazioni che ti fanno stare in allerta, iniziare un percorso psicologico può essere, a volte, un modo concreto per prendersi cura di sé nel tempo.

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