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Comunicazione efficace: come il “come” cambia le relazioni

Comunicazione efficace: come il “come” cambia le relazioni
Francesca Sicoli
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
24.2.2026
Comunicazione efficace: come il “come” cambia le relazioni
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Comunicare ci sembra la cosa più naturale del mondo e in fondo lo è: fin dai primi istanti di vita l’essere umano invia messaggi nei modi più diversi, inizialmente attraverso versi e gesti, per poi affidarsi progressivamente sempre di più alle parole. Eppure, le parole sono solo uno dei canali che abbiamo a disposizione: riguardano il “cosa” diciamo. Ma quanto siamo consapevoli del “come” comunichiamo?

Parlare lingue diverse

Quante volte ci è capitato di dire o sentirci dire “forse mi sono spiegato male” o “hai frainteso”? Può accadere perché la comunicazione è un processo complesso e articolato, che non si limita esclusivamente a ciò che viene esplicitamente detto.

Il secondo assioma della comunicazione umana, postulato dagli studiosi Watzlawick, Beavin e Jackson nel libro Pragmatica della comunicazione umana, sostiene infatti che ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, ed è proprio quest’ultimo a dare significato a ciò che diciamo.

Questo vuol dire che quando il messaggio che mandiamo e il nostro tono di voce o il nostro atteggiamento sono in contraddizione, è la componente non verbale della comunicazione a prevalere nell’interpretazione dell’interlocutore. In altre parole: come diciamo le cose può avere un peso maggiore delle cose stesse.

Timur Weber - Pexels

Gli assiomi che mancano: come la relazione può cambiare il significato

Watzlawick, Beavin e Jackson della Scuola di Palo Alto descrivono la comunicazione come un sistema: non conta solo cosa diciamo, ma che tipo di legame stiamo costruendo mentre lo diciamo. Oltre ai primi due assiomi, ce ne sono altri che incidono direttamente sulla qualità della relazione.

  • La punteggiatura delle sequenze: ognuno “mette il punto” in un punto diverso della storia. Se io penso “mi chiudi fuori, quindi mi arrabbio” e l’altro pensa “ti arrabbi, quindi mi chiudo”, entrambi possono sentirsi reattivi e può diventare difficile riconoscere la propria parte di responsabilità.
  • Il digitale e l’analogico: il digitale riguarda l’aspetto verbale ovvere le parolee il  contenuto, mentre l’analogico riguarda l’aspettol non verbale ovvero il tono, lo sguardo e la distanza. Quando questi non sono coerenti, spesso l’altro può dare più peso all’analogico.
  • La simmetria e la complementarietà: nelle relazioni simmetriche si cerca parità che può portare alla competizione, in quelle complementari ruoli diversi rischiano di creare  rigidità. La salute relazionale può risiedere nella flessibilità, non nel “modello giusto”.

La “punteggiatura” nei conflitti: dal colpevole al ciclo

Quando una discussione si ripete, spesso non è perché “non ci capiamo”, ma perché stiamo descrivendo due film diversi con lo stesso titolo. La punteggiatura è il modo in cui attribuiamo inizio, causa e fine a una sequenza: è qui che nascono frasi come “io ho iniziato dopo che…”.

Un passaggio utile può essere spostare l’attenzione dal colpevole al ciclo:

  • Nominare il ciclo: “Mi accorgo che quando io insisto, tu ti chiudi; e quando tu ti chiudi, io insisto di più”. Dare un nome al pattern può ridurre la sensazione di attacco personale.
  • Individuare il primo micro-passaggio: non “ieri sera”, ma “quando hai guardato il telefono mentre parlavo”. Spesso, più è specifico, più può essere facile intervenire e provare a modificarlo.
  • Sceglire un punto di interruzione: anche un gesto minimo (pausa, richiesta di chiarimento) può cambiare la sequenza.

In questo modo la relazione smette di essere un tribunale e diventa un laboratorio: non “chi ha ragione”, ma “cosa ci succede insieme”.

La comunicazione non verbale

Gli aspetti non verbali della comunicazione come la mimica facciale, i gesti, la postura, il tono della voce, che fanno parte del linguaggio del corpo si attivano spesso in modo automatico. Questo, però, non significa che non possano essere compresi  e gestiti per costruire una comunicazione più efficace.

Elementi non verbali e paraverbali come tono, ritmo, pause, postura, sguardo e distanza non “decorano” ciò che diciamo: integrano e completano il contenuto verbale e rappresentano canali principali attraverso cui esprimiamo e comunichiamo le emozioni.

In questo quadro, l’assertività diventa fondamentale, ovvero  la capacità di esprimere il proprio pensiero ed emozioni in maniera chiara, senza però dimenticarsi di chi si ha davanti e del suo punto di vista. Può capitare che, in momenti di grande emotività, la nostra comunicazione sovrasti l’altro: sentiamo il bisogno di sfogarci e finiamo per non preoccuparci di come lo facciamo e dell’effetto che le nostre parole potranno avere sull’interlocutore. Altre volte, invece, potremmo essere così preoccupati delle reazioni altrui da nasconderci dietro a silenzi che tolgono la voce alle nostre emozioni.

In questo senso, l’assertività non riguarda solo “cosa” diciamo, ma anche “come” lo rendiamo comprensibile e accogliente.

Coerenza tra verbale, paraverbale e non verbale: una mini-checklist

La comunicazione efficace non è “dire la cosa giusta”, ma far arrivare lo stesso messaggio su più canali. Quando il verbale dice “va tutto bene” e il corpo dice “stai lontano”, l’altro può ricevere ambivalenza e può tendere a difendersi.

Può essere utile, in una comunicazione importante, far caso a:  

  • Le parole (verbale): “Sto usando frasi chiare e concrete, o allusioni come lo sai già che l’altro deve indovinare?”,
  • Il tono e il ritmo (paraverbale): “Il volume e la velocità sono compatibili con ciò che chiedo (es. calma, ascolto, vicinanza)?”,
  • Il corpo (non verbale): “Postura, distanza e sguardo stanno comunicando apertura o chiusura?”
  • La congruenza emotiva: “Sto nominando l’emozione reale (rabbia, paura, delusione) o la sto mascherando con ironia o freddezza?”

Non serve controllarsi in modo rigido: può bastare notare le discrepanze e scegliere un canale “guida” per provare a riallineare gli altri.

Ascolto attivo: far sentire l’altro “accolto”, non solo sentito

Nelle relazioni, l’ascolto non è passivo: è un comportamento che comunica rispetto e sicurezza. Thomas Gordon, psicologo e autore del modello di Active Listening, sottolinea che molte escalation possono nascere dal sentirsi corretti, interpretati o minimizzati.

All’interno di un ascolto attivo è possibile lasciarsi guidare da tre mosse semplici che creano relazione:

  • Riflettere: restituisci il senso senza aggiungere giudizi. “Se capisco bene, ti sei sentito messo da parte”. In alcuni casi, l’altro può calmarsi perché si sente visto.
  • Chiarire: fai domande brevi, non interrogatori. “Quando dici ‘sempre’, a quali momenti ti riferisci?
  • Validare: “Capisco che per te sia stato pesante”. Non significa “hai ragione”, ma “ha senso che tu lo senta”.

L’ascolto attivo non risolve tutto, ma può cambiare il clima: da confronto a collaborazione. E spesso è il clima, più del contenuto, a determinare se una relazione si avvicina o si allontana.

L’espressione delle emozioni

È importante condividere il nostro mondo interno ed è altrettanto importante farlo in modo che per l’altro sia comprensibile, per riuscire così a creare vicinanza e non distacco. Vale per il dolore, vale per la rabbia, la delusione e tutte le emozioni che proviamo, anche quelle generalmente considerate positive.

Ognuno di noi ricorda almeno un’occasione in cui è rimasto ferito dal comportamento del partner, di un familiare o di un amico e, invece di dirgli “questa cosa mi ha fatto stare male”, ha assunto atteggiamenti scontrosi o evitanti. Ecco, anche questa è una comunicazione perché, come dice il primo assioma della comunicazione, “non si può non comunicare”. Anche il silenzio contiene un messaggio, che però non ci aiuta a tirare fuori il nostro vissuto, né permette all’altro di comprenderlo e, di conseguenza, può impedire il chiarimento e la crescita della relazione.

Comunicare le emozioni senza ferire: il formato in prima persona

Comunicare ciò che si prova non significa riversare addosso all’altro ciò che sentiamo, ma trasformare l’esperienza emotiva in un messaggio chiaro, comprensibile e non accusatorio. Un modo efficace per farlo è utilizzare la formulazione in prima persona, che distingue tra ciò che accade, ciò che si prova e ciò di cui si ha bisogno.

Può essere utile seguire una struttura semplice:

  • Quando succede X (fatto osservabile): “Quando arrivi e inizi a parlare al telefono mentre ti racconto la giornata…”.
  • Io mi sento Y (emozione): “…mi sento poco considerato e mi sale frustrazione”.
  • Avrei bisogno di Z (bisogno/valore): “Ho bisogno di attenzione e di un momento di connessione”.
  • Ti chiedo W (richiesta concreta): “Possiamo stare 10 minuti senza telefono e poi lo riprendi?”.

Questa modalità riduce il rischio di etichette e accuse, perché parla di sé invece che giudicare l’altro.. Non assicura automaticamente accordo o cambiamento, ma aumenta le probabilità di una risposta collaborativa e favorisce un clima di rispetto reciproco, spesso essenziale per mantenere un dialogo costruttivo.

Kampus - Pexels

Turn-taking: regole pratiche per non sovrastarsi (o perdersi) nel dialogo

Quando l’attivazione emotiva aumenta, la conversazione può trasformarsi in una competizione.

La ricerca conferma questa dinamica: uno studio naturalistico e longitudinale condotto su 106 coppie, ha rilevato che l’ostilità reciproca e il ritiro comunicativo  osservati al primo momento di rilevazione erano associati, circa un anno dopo, a una minore soddisfazione di relazione; inoltre, il ritiro/chiusura comunicativa aumentava la probabilità di dissoluzione della relazione nel follow-up (Ryjova et al., 2024).

Per rendere il confronto più regolato e costruttivo, possono essere utili alcune regole di turn-taking semplici e condivise:

  • Una voce alla volta: chi parla conclude il proprio pensiero senza interruzioni.
  • Tempo definito: stabilire brevi turni (ad esempio 2–3 minuti) aiuta a contenere l’escalation.
  • Rispecchiamento breve: prima di rispondere, riassumere ciò che si è capito (“Se ho capito bene, ti sei sentito…”).
  • Stop concordato: se l’intensità emotiva supera una soglia, ci si prende una pausa e si riprende più tardi.
  • Focus sul presente: evitare di accumulare esempi passati che amplificano la tensione.

Queste micro-strutture non servono a “controllare” la conversazione, ma a proteggerla. Offrono una cornice che rende più probabile sentirsi ascoltati e meno probabile sentirsi travolti, favorendo uno scambio in cui la relazione resta al centro, non il confronto di potere.

Check relazionale: che messaggio sto trasmettendo sulla nostra relazione, in questo momento?

Ogni scambio comunicativo contiene anche un livello implicito: oltre alle parole, passa un segnale su ruoli, posizioni e sicurezza reciproca. Allenarsi a cogliere questo sottotesto può aiutare a modificare la direzione della conversazione prima che si irrigidisca o degeneri in uno scontro.

Può essere utile fermarsi un attimo e porsi alcune domande orientative, durante il dialogo o subito dopo:

  • Che immagine di me sto comunicando? Mi sto presentando come qualcuno che chiede, che pretende, che evita, che si ritira, che attacca?
  • Che immagine di te sto trasmettendo? Ti sto trattando come un alleato, un avversario, un bambino da educare, un giudice da compiacere?
  • Che tipo di  “noi” sto costruendo? Stiamo collaborando o stiamo negoziando potere?
  • Sto cercando connessione o controllo? Talvolta il bisogno di controllo è un modo indiretto per cercare rassicurazione.
  • Qual è il bisogno dietro ciò che sto facendo o dicendo? Spesso dietro una critica c’è il desiderio di attenzione; dietro il silenzio, la necessità di proteggersi.

Queste domande non hanno lo scopo di giudicarsi, ma di recuperare consapevolezza e scelta. Consentono di passare da una reazione automatica a una comunicazione intenzionale, orientata alla qualità della relazione che si desidera costruire.

Autovalutazione rapida: come sta funzionando la tua comunicazione?

Se vuoi osservare i tuoi progressi in modo più concreto, puoi usare questa breve scala di auto-monitoraggio. Per ciascuna affermazione indica quanto spesso ti riconosci (0 = mai, 1 = raramente, 2 = a volte, 3 = spesso, 4 = quasi sempre).

  • Chiarezza: esprimo ciò che chiedo in modo diretto, senza allusioni o prove implicite.
  • Ascolto: riesco a  riassumere ciò che l’altro intende prima di rispondere.
  • Coerenza: ciò che dico, il tono e il linguaggio del corpo sono allineati.
  • Espressione emotiva: so nominare quello che provo senza trasformarlo in accusa.
  • Gestione del conflitto:resto sul tema attuale senza riportare in campo vecchie questioni.
  • Riparazione: quando esagero, so riconoscerlo e fare un passo indietro.
  • Reciprocità: lo spazio di parola è condiviso, non dominato da chi ha più voce o più forza..

Come leggere il punteggio (orientativo):

  • Sotto 14: potrebbero esserci abilità comunicative da rafforzare.
  • Tra 14 e 21: base discreta, ma vulnerabile quando cresce la tensione emotiva.
  • Sopra 21: competenze solide, con possibilità di affinamento.

. Per lavorarci in modo efficace, può essere utile scegliere uno o due aspetti alla volta e allenarli per circa due settimane. Spesso sono i piccoli aggiustamenti ripetuti con costanza più che i grandi discorsi sporadici a produrre cambiamenti stabili nel modo di comunicare e nella qualità delle relazioni.

Uno spazio di condivisione

Ci sono alcuni momenti in cui può accadere di non sentirsi capiti e, quando questo succede nelle relazioni più significative della nostra vita, lo smarrimento e il senso di solitudine che proviamo possono essere grandi.

Il percorso di terapia è il luogo protetto in cui far emergere questi vissuti e capire cosa riduce la capacità di comprendere e di farsi comprendere, per ricostruire il ponte che ci connette all’altro e riattivare lo scambio autentico che rende ricchi e nutrienti i rapporti interpersonali. I nostri psicologi online sono pronti ad accompagnarti in questo percorso di crescita personale.

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