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Le trappole in cui restiamo imprigionati: la Schema Therapy

Le trappole in cui restiamo imprigionati: la Schema Therapy
Veleria Maria Cristiana De Candia
Psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
31.8.2026
Le trappole in cui restiamo imprigionati: la Schema Therapy
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  • Le trappole emotive, o schemi, si formano nell’infanzia o nell’adolescenza e agiscono come un filtro attraverso cui leggiamo noi stessi, gli altri e il mondo.
  • La Schema Therapy, sviluppata da Jeffrey E. Young, individua 18 schemi raggruppati in 5 macrocategorie.
  • Gli schemi possono nascere dalla frustrazione dei bisogni emotivi fondamentali, che può avvenire in quattro modi diversi.
  • Quando una trappola si attiva possiamo reagire con tre stili di coping: la resa, la fuga e il contrattacco.
  • Lo stile di coping non coincide con lo schema: è la risposta allo schema e spesso è ciò che lo mantiene attivo.
  • Riconoscere e dare un nome allo schema può essere il primo passo verso il cambiamento, che richiede tempo e spesso il supporto di un professionista.

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Quante volte abbiamo provato a modificare i nostri comportamenti o le nostre reazioni emotive di fronte a situazioni che ci mettono alla prova, solo per poi scoraggiarci pensando: “tanto sono fatto così, non riuscirò mai a cambiare”?

Spesso, senza rendercene conto, cadiamo in quelle che vengono chiamate trappole emotive: veri e propri schemi ripetitivi che ci riportano sempre agli stessi pensieri o atteggiamenti, anche quando vorremmo agire diversamente. Questi meccanismi fanno parte del nostro modo di essere, si radicano profondamente e possono influenzare molteplici aspetti della nostra vita, rendendo difficile uscire dai circoli viziosi senza il giusto supporto.

Uno degli approcci psicoterapeutici più innovativi, che permette di comprendere meglio i circoli viziosi in cui tendiamo a inciampare e ci indica la strada per provare a uscirne, è la Schema Therapy.

Sviluppata dallo psicoterapeuta Jeffrey E. Young, questa terapia offre strumenti preziosi per riconoscere e affrontare i nostri schemi: integra elementi della terapia cognitivo-comportamentale e della teoria dell’attaccamento, e viene utilizzata soprattutto nel lavoro sui disturbi di personalità (Arntz & van Genderen, 2009).

Trappole emotive o schemi: il nostro principale ostacolo

Le trappole, anche dette “schemi”, hanno origine nella nostra infanzia e agiscono come un filtro attraverso cui leggiamo la realtà e ci approcciamo agli eventi e alle relazioni della nostra vita. Esse comprendono:

  • pensieri;
  • emozioni;
  • ricordi;
  • percezioni.

Le trappole determinano il nostro modo di pensare, di sentire, di agire e di entrare in relazione con gli altri. Possono suscitare sentimenti intensi di rabbia, tristezza e ansia.

Una volta formate, diventano un vero e proprio pilota automatico che dirige molte scelte della nostra vita. Ogni volta che ci si presenta una situazione che attiva lo schema, tendiamo a reagire con i soliti meccanismi di sempre.

Cosa si intende per “pattern” in psicologia

In psicologia, il termine “pattern” si riferisce a schemi ricorrenti di pensiero, emozioni o comportamenti che si manifestano nella vita di una persona. Questi pattern possono essere appresi nel corso del tempo, spesso come risposta a situazioni vissute nell’infanzia o nelle relazioni significative. Riconoscere l’esistenza di questi schemi è importante perché permette di comprendere meglio le motivazioni alla base delle proprie reazioni, favorendo una maggiore consapevolezza di sé.

Esempi pratici: come si manifestano gli schemi nella vita quotidiana

Per comprendere meglio l’impatto degli schemi, può essere utile osservare come si manifestano concretamente nella vita di tutti i giorni. Immaginiamo, ad esempio, una persona che ha interiorizzato la trappola dell’abbandono: potrebbe vivere ogni relazione con la costante paura che l’altro se ne vada, interpretando anche piccoli segnali come conferme di un imminente distacco. Questo può portare a comportamenti di controllo o, al contrario, a un evitamento delle relazioni per paura di soffrire.

Un ulteriore esempio di come uno schema psicologico possa influenzare la quotidianità riguarda la trappola degli standard severi: chi la sperimenta tende spesso a non sentirsi mai all’altezza, imponendosi obiettivi molto elevati e giudicandosi con durezza per ogni piccolo errore. Questa dinamica può generare un senso di insoddisfazione costante e una forte pressione emotiva, riflettendosi profondamente sul modo in cui si vivono le relazioni e le emozioni.

Nel libro Reinventa la tua vita, Jeffrey Young racconta la storia di “Anna”, una donna che, cresciuta in un ambiente familiare freddo e distaccato, ha sviluppato la trappola della deprivazione emotiva. Anna si trova spesso a pensare: “Nessuno sarà mai davvero presente per me” e, di conseguenza, fatica a chiedere aiuto o a lasciarsi andare nelle relazioni. Questi esempi mostrano come gli schemi influenzino pensieri, emozioni e comportamenti, spesso senza che ce ne rendiamo conto.

Tipologie di trappole mentali: una panoramica approfondita

Gli schemi individuati dalla Schema Therapy sono numerosi e ognuno di essi si manifesta con caratteristiche specifiche. Nel libro Reinventa la tua vita Young descrive le trappole più comuni associando a ciascuna una frase significativa. Di seguito una panoramica, con la frase che la riassume e una breve descrizione:

  • Abbandono/Instabilità, “Ti prego non lasciarmi!”: la convinzione che le persone importanti non saranno in grado di offrire supporto o presenza costante. Chi vive questo schema può sentirsi spesso solo o temere di essere lasciato.
  • Sfiducia/Abuso, “Non mi fido di te”: la percezione che gli altri possano approfittarsi, ferire o umiliare. Questo porta a difficoltà nel fidarsi e nell’aprirsi agli altri.
  • Deprivazione emotiva, “Non avrò mai l’amore di cui ho bisogno”: la sensazione che i propri bisogni emotivi non verranno mai soddisfatti dagli altri, generando un senso di vuoto e insoddisfazione.
  • Esclusione sociale, “Non riesco a inserirmi”: la convinzione di essere diversi, non accettati o non appartenenti al gruppo. Può portare a isolamento e difficoltà nelle relazioni sociali.
  • Dipendenza/Incompetenza, “Non posso farcela da solo”: la paura di non essere in grado di affrontare la vita da soli, con una costante ricerca di rassicurazione e sostegno.
  • Vulnerabilità al danno o alla malattia, “Qualcosa di terribile potrebbe accadere da un momento all’altro”: la preoccupazione eccessiva che possa verificarsi una malattia o una catastrofe.
  • Inadeguatezza/Vergogna, “Non valgo nulla”: la convinzione di essere difettosi, sbagliati o non degni di amore. Questo schema può portare a bassa autostima e senso di inferiorità.
  • Fallimento, “Mi sento un fallito”: la sensazione di essere destinati a fallire o di non essere mai all’altezza delle aspettative, proprie o altrui.
  • Sottomissione, “Faccio sempre come vuoi tu”: la tendenza a mettere da parte i propri bisogni per compiacere gli altri, spesso per paura di conflitti o rifiuti.
  • Standard severi/Ipercriticismo, “Niente va mai bene abbastanza”: l’imposizione di regole rigide e aspettative elevate su se stessi, con conseguente insoddisfazione e autocritica.
  • Pretese/Grandiosità, “Posso avere tutto quello che voglio”: la convinzione di avere diritto a privilegi speciali o di non dover rispettare le regole comuni.

Queste trappole possono combinarsi tra loro e variare di intensità da persona a persona. Riconoscerle può essere il primo passo per iniziare un percorso di cambiamento.

Cosa sono gli schemi maladattivi precoci

Gli schemi maladattivi precoci sono i modelli di pensiero, emozione e comportamento che si formano durante l’infanzia o l’adolescenza in risposta a esperienze relazionali o ambientali dolorose, come bisogni emotivi non soddisfatti o situazioni di insicurezza. È il termine con cui la Schema Therapy indica le trappole emotive.

Come nascono le trappole

L’essere umano nasce con dei bisogni emotivi fondamentali quali il bisogno di:

  • sicurezza;
  • autonomia;
  • autostima;
  • espressione di sé;
  • buoni rapporti con gli altri;
  • avere limiti realistici.

Nell’infanzia e nell’adolescenza questi bisogni non sempre vengono soddisfatti, per una serie di motivi che hanno a che fare con l’ambiente nel quale l’individuo nasce e cresce. Gli “schemi” rappresentano, quindi, tutte le emozioni, i ricordi e i pensieri legati al non soddisfacimento dei bisogni emotivi primari.

Primo piano di un bebé che si allunga per tenere la mano di un caregiver su uno sfondo verde scuro.
大石 – Pexels

Ci sono quattro modi in cui questi possono essere frustrati:

  1. Troppo poco di una cosa buona: è il caso in cui non vengono soddisfatti i bisogni di stabilità, sicurezza, accudimento, amore, empatia del bambino. Da questa frustrazione possono svilupparsi schemi quali la deprivazione emotiva e l’abbandono.
  2. Troppo di una cosa buona: la famiglia può essere iperprotettiva e danneggiare la fiducia in sé del bambino, oppure troppo permissiva o ancora trasmettere un senso di superiorità. Ciò dà origine ad esempio alla trappola della dipendenza e delle pretese.
  3. Eventi traumatici: sono spesso alla base di schemi quali quello dell’inadeguatezza e della sfiducia.
  4. Interiorizzazione di alcuni aspetti appresi: in una famiglia severa e incentrata sul dovere può venire frustrato il bisogno di spontaneità, da cui ha origine lo schema “standard severi”.

Questo processo non è mai colpa del bambino, ma rappresenta un tentativo di adattamento a un ambiente che, per vari motivi, non è stato in grado di rispondere pienamente alle sue necessità.

In base ai bisogni non soddisfatti, questo modello di Young (Young et al., 2003) individua 18 schemi, raggruppati in 5 macrocategorie:

  • distacco e rifiuto
  • compromissione dell’autonomia e delle prestazioni
  • limiti insufficienti
  • direzione verso l’altro
  • ipervigilanza e inibizione.

[IMMAGINE — invariata: cdn.prod.website-files.com/…/68f250f3687cf6e6ec71ff0e_pexels-jimbear-949557.jpg]

Come reagiamo quando la trappola si attiva: resa, fuga e contrattacco

Non tutti reagiscono allo stesso modo quando una trappola si attiva: molto dipende dal temperamento che abbiamo sin dalla nascita e dal tipo di strategia adattiva (coping) che scegliamo di usare. Lo stile di coping non coincide con lo schema: è il modo in cui reagiamo allo schema quando si attiva, e spesso è proprio ciò che contribuisce a tenerlo in vita. Young identifica tre stili di coping: la resa, la fuga e il contrattacco.

Box in stile Unobravo con la frase «Resa, fuga o contrattacco: come reagisci?», sottotitolo «I tre stili di coping secondo Young»

La resa

Con la resa facciamo in modo che la trappola venga mantenuta in vita:

  • distorciamo la nostra visione delle situazioni in modo da confermare la trappola;
  • reagiamo con sentimenti intensi ogni volta che lo schema viene attivato;
  • scegliamo partner e situazioni che lo rinforzano.

Se nella nostra famiglia di origine siamo stati trascurati, dominati, sgridati o criticati di continuo, sarà questo l’ambiente che ci apparirà più adeguato. La vera essenza della resa è quindi riuscire a organizzare la propria vita con modalità tali da continuare a ripetere i modelli dell’infanzia. Tutto quello che conosciamo è la trappola dalla quale non riusciamo a fuggire, come un ciclo che si autoperpetua.

Chi adotta questo stile di coping tende a confermare continuamente lo schema negativo, scegliendo inconsapevolmente situazioni e relazioni che lo rinforzano. Questo può portare a una bassa autostima, senso di impotenza e difficoltà a uscire da dinamiche relazionali disfunzionali.

La fuga

Ricorrendo alla fuga:

  • evitiamo di pensare alla trappola;
  • cerchiamo di sopprimere le emozioni con droghe, cibo o farmaci, oppure lavorando senza pausa;
  • evitiamo le situazioni che potrebbero attivare la trappola, in modo da rifuggire interi aspetti della vita in cui ci si sente vulnerabili ed esposti.

Poiché ogni volta che qualcosa fa scattare la trappola veniamo sommersi da sentimenti negativi come la tristezza, la vergogna, la rabbia, siamo indotti a fuggire dal dolore per non affrontare i nostri sentimenti autentici, rimanendo così in una condizione di stallo.

Questo evitamento può offrire un sollievo temporaneo, ma a lungo termine può limitare le occasioni di crescita personale e sociale e, in alcuni casi, sfociare in comportamenti di isolamento o in dipendenze.

Il contrattacco

Con il contrattacco:

  • sperimentiamo il sentimento opposto a quello provato da bambini;
  • controbilanciamo la trappola convincendo noi stessi e gli altri che è vero il contrario;
  • sentiamo, pensiamo e agiamo come se fossimo speciali, superiori e perfetti, aggrappandoci disperatamente a questa immagine di facciata.

Questa strategia di fronteggiamento rappresenta una via di uscita dall’estrema vulnerabilità associata alla nostra trappola e ci aiuta ad andare avanti. Tuttavia, quando viene utilizzata in modo rigido, può ritorcersi contro di noi e finire per farci del male.

Reagire opponendosi allo schema può portare a comportamenti rigidi, perfezionismo o bisogno di controllo. Questo stile può ostacolare la costruzione di relazioni autentiche e aumentare la distanza emotiva dagli altri (Young, Klosko & Weishaar, 2003).

Immagine dell'articolo

Perché ci caschiamo e ricaschiamo?

La trappola lotta con tutte le sue forze per sopravvivere, rappresenta ciò che conosciamo e, sebbene provochi dolore, è qualcosa di familiare e rassicurante. Per questo motivo può essere molto difficile da cambiare. Quando si sono sviluppate, in realtà, le trappole rappresentavano forme appropriate di adattamento alla famiglia e all’ambiente nel quale vivevamo: erano le migliori strategie che avevamo a disposizione. Il problema è che continuiamo a ripeterle anche quando non hanno più motivo di esistere.

Come ricorda Young, “il cambiamento richiede disponibilità alla sofferenza: è necessario affrontare ripetutamente la trappola e comprenderla”.

Le resistenze al cambiamento

Anche quando diventiamo consapevoli delle nostre trappole, cambiare non è affatto semplice. Gli schemi, infatti, sono profondamente radicati e spesso si attivano in modo automatico, senza che ce ne accorgiamo. Questo accade perché, nel tempo, sono diventati parte della nostra identità e del nostro modo di interpretare il mondo.

Le principali resistenze al cambiamento degli schemi possono derivare da:

  • Paura del nuovo: abbandonare vecchi schemi può generare ansia, perché ci costringe a sperimentare modi di essere e di relazionarci mai provati prima.
  • Conferma delle convinzioni: spesso tendiamo, inconsapevolmente, a cercare situazioni che confermino i nostri schemi, anche se negative, perché ci danno un senso di coerenza interna.
  • Influenza delle relazioni: le persone che ci circondano possono, a loro volta, rafforzare i nostri schemi, aspettandosi da noi determinati comportamenti o reazioni.

Young usa un’immagine efficace: gli schemi sono come occhiali che indossiamo da sempre e, anche quando ci accorgiamo che ci fanno vedere la realtà in modo distorto, toglierli può farci sentire spaesati e insicuri.

Come liberarsi dalle trappole

Il primo passo è riconoscere e dare un nome alle proprie trappole, identificarle e comprendere in che modo influiscono sulla propria vita. Solo riconoscendo la trappola e acquisendo maggiori informazioni su di essa possiamo migliorare la comprensione di noi stessi e fare chiarezza sulla nostra storia. I passi successivi saranno orientati a cercare modalità più funzionali per soddisfare quei bisogni emotivi che sono rimasti frustrati.

La luce solare che filtra attraverso una tenda di pizzo rivela una vista tranquilla dell'oceano, riflettendo calore e calma.
Onur – Pexels

Affrontare e modificare gli schemi richiede tempo, pazienza e spesso il supporto di un professionista. Alcune strategie, però, possono aiutare a iniziare questo percorso:

  • Osservare le emozioni e i pensieri: prestare attenzione alle emozioni e ai pensieri che emergono in determinate situazioni può aiutare a comprendere come lo schema si manifesta.
  • Mettere in discussione le convinzioni: chiedersi se le proprie convinzioni sono davvero fondate o se derivano da esperienze passate può aprire la strada a nuove prospettive.
  • Sperimentare nuovi comportamenti: provare a rispondere in modo diverso rispetto al solito, anche con piccoli passi, permette di scoprire che il cambiamento è possibile.

Come ricorda Young, il cambiamento degli schemi non è immediato, ma ogni piccolo passo nella direzione del benessere può rappresentare una conquista importante.

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Riconoscere le trappole in cui restiamo imprigionati è già un grande passo verso una maggiore consapevolezza emotiva, ma non è necessario affrontare questo percorso da soli. Con il supporto di uno psicologo Unobravo, puoi imparare a riconoscere i tuoi schemi, comprenderne le radici e trovare strategie che possono aiutarti a gestirli, passo dopo passo. Se senti che è arrivato il momento di prenderti cura di te e di riscrivere la tua storia, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online: insieme, possiamo lavorare per costruire un nuovo modo di vivere le tue emozioni e le tue relazioni.

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FAQ

La Schema Therapy è un approccio psicoterapeutico sviluppato da Jeffrey E. Young che integra elementi della terapia cognitivo-comportamentale e della teoria dell'attaccamento. È stata pensata soprattutto per il lavoro sui disturbi di personalità e si concentra sul riconoscimento delle cosiddette trappole emotive, ovvero schemi ripetitivi di pensiero, emozione e comportamento che si formano nell'infanzia. Attraverso questo approccio è possibile comprendere le origini di questi schemi e trovare strategie più funzionali per affrontarli. Si tratta di un percorso che richiede tempo, ma che offre strumenti concreti per il cambiamento.
Le trappole emotive, chiamate anche schemi maladattivi precoci, sono modelli di pensiero, emozione e comportamento che si formano durante l'infanzia o l'adolescenza in risposta a bisogni emotivi non soddisfatti. Comprendono pensieri, emozioni, ricordi e percezioni che agiscono come un filtro attraverso cui leggiamo la realtà. Una volta formati, funzionano come una sorta di pilota automatico che dirige molte delle nostre scelte e reazioni. Riconoscerli è il primo passo per comprendere meglio se stessi e le proprie dinamiche relazionali.
Sì, è del tutto normale ritrovarsi a ripetere gli stessi schemi, perché questi meccanismi sono profondamente radicati e spesso si attivano in modo automatico, senza che ce ne accorgiamo. Le trappole rappresentavano, al momento della loro formazione, le migliori strategie di adattamento disponibili in un determinato contesto familiare o ambientale. Il problema nasce quando continuiamo a riproporle anche da adulti, in situazioni in cui non hanno più motivo di esistere. Diventarne consapevoli non elimina automaticamente lo schema, ma è un passo fondamentale per iniziare a modificarlo.
Secondo Jeffrey Young, gli schemi nascono quando i bisogni emotivi fondamentali dell'infanzia, come sicurezza, autonomia, autostima ed espressione di sé, non vengono adeguatamente soddisfatti. Questo può avvenire in quattro modi principali: troppo poca soddisfazione di un bisogno, eccesso di protezione o permissività, eventi traumatici, oppure interiorizzazione di modelli familiari rigidi. In base a questi processi, Young ha individuato diciotto schemi diversi, raggruppati in cinque macrocategorie. È importante ricordare che questo processo non è mai colpa del bambino, ma un tentativo di adattamento a un ambiente non pienamente in grado di rispondere alle sue necessità.
Uno schema attivato si riconosce spesso attraverso l'intensità delle emozioni provate in determinate situazioni, come rabbia, tristezza o ansia sproporzionate rispetto all'evento scatenante. Un altro segnale è la ripetitività: ci si accorge di reagire sempre nello stesso modo di fronte a circostanze simili, magari scegliendo partner o contesti che confermano la trappola. Osservare i propri pensieri automatici e le convinzioni che emergono in quei momenti può aiutare a individuare quale schema si sta manifestando. Anche il tipo di reazione, che Young identifica come resa, fuga o contrattacco, può fornire indizi preziosi su come lo schema si sta esprimendo.
Resa, fuga e contrattacco sono i tre stili di coping che Young individua come reazioni tipiche quando una trappola emotiva si attiva. Con la resa la persona tende a confermare e mantenere in vita lo schema, scegliendo inconsapevolmente situazioni che lo rinforzano. Con la fuga, invece, si evitano le situazioni che potrebbero attivare la trappola, cercando sollievo temporaneo attraverso l'evitamento o comportamenti compensatori. Con il contrattacco, infine, la persona reagisce opponendosi allo schema, comportandosi in modo speciale o superiore per controbilanciare il dolore, ma spesso in modo rigido e controproducente.
Il primo passo per uscire dalle proprie trappole emotive è riconoscerle e dare loro un nome, comprendendo in che modo influenzano pensieri, emozioni e comportamenti quotidiani. Osservare le proprie reazioni emotive, mettere in discussione convinzioni radicate e provare a sperimentare nuovi comportamenti, anche con piccoli passi, sono strategie utili per iniziare questo percorso. Il cambiamento richiede tempo, pazienza e spesso il supporto di un professionista, poiché gli schemi sono profondamente radicati e possono attivarsi in modo automatico. Ogni piccolo passo nella direzione del benessere rappresenta comunque una conquista importante.
Hai altre domande?
Parlare con un professionista potrebbe aiutarti a risolvere ulteriori dubbi.
  • Arntz, A., & van Genderen, H. (2009). Schema Therapy for Borderline Personality Disorder. Chichester, UK: Wiley-Blackwell.
  • Roelofs, J., Muris, P., van Wesemael, D., Broers, N. J., Shaw, I., & Farrell, J. (2016). Group-schematherapy for adolescents: Results from a naturalistic multiple case study. Journal of child and family studies, 25, 2246–2257. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/27375347/
  • Sağlam, T. (2025). Early maladaptive schemas, coping strategies, and functional impairments in individuals with adjustment disorder during compulsory military service: A comparison with healthy controls. Frontiers in psychiatry, 16, 1619638. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40727853/
  • Veenstra-Spruit, M. S., Bouman, R., van Dijk, S. D. M., van Asselt, A. D. I., van Alphen, S. P. J., Veenstra, D. H., de Ruiter, M., Troost, S. E., Lammers, M. W., Vulker, F., Smeets-Janssen, M. M. J., van den Brink, R. H. S., & Oude Voshaar, R. C. (2024). Group schema therapy combined with psychomotor therapy for older adults with a personality disorder: An open-label, multicentre, randomised controlled trial. The Lancet Healthy Longevity, 5(4), e245–e254. https://www.thelancet.com/journals/lanhl/article/PIIS2666-7568(24)00001-1/fulltext
  • Young, J. E., Klosko, J. S., & Weishaar, M. E. (2003). Schema Therapy: A Practitioner’s Guide. Guilford Press.

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