L'uso della descrizione in terza persona in terapia: l’autocaratterizzazione di George Kelly

L'uso della descrizione in terza persona in terapia: l’autocaratterizzazione di George Kelly
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Redazione
Unobravo
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Nel 1955, con la pubblicazione del manuale The Psychology of Personal Construct, George Kelly, psicologo e tra i principali autori dell’approccio costruttivista, illustrava una particolare tecnica del colloquio psicologico incentrata sull’utilizzo della descrizione in terza persona da parte del paziente, denominata autocaratterizzazione. In questo articolo cercheremo di capire come e quando questa tecnica può essere utile all’interno della terapia.


I presupposti fondamentali: il costruttivismo di Kelly

Per comprendere in cosa consiste la tecnica dell’autocaratterizzazione e su quali basi è stata ideata, è importante conoscere i principi fondamentali del costruttivismo, distinguendolo dagli altri tipi di psicoterapia esistenti. Secondo la psicologia dei costrutti personali di George Kelly:

  • ciò che definiamo come realtà è frutto dell’interpretazione di chi la osserva;
  • ogni cosa può essere interpretata in modo differente in base a come la si guarda;
  • le persone agiscono come “scienziati” che costruiscono teorie del mondo, grazie alle quali riescono a osservare la realtà e a muoversi dentro di essa.

Proprio perché ogni persona costruisce il suo mondo personale attraverso le teorie sugli altri e su di sé, può essere utile per il terapeuta capire come questa immagina se stessa e come pensa di essere vista dagli altri. In questo modo, terapeuta e paziente possono insieme comprendere in maniera più ampia e variegata i vissuti personali legati alle difficoltà della persona e alcune possibili strade alternative per superarle.

È proprio per questo motivo che è particolarmente interessante, per il percorso terapeutico, utilizzare il punto di vista in terza persona, un punto di vista alternativo da cui osservare se stessi in modo diverso dall’ordinario.


In cosa consiste la tecnica dell’autocaratterizzazione?

L’autocaratterizzazione è una tecnica di indagine della personalità che ha come obiettivo quello di conoscere il modo con cui la persona attribuisce significato al suo mondo e agli altri. La tecnica si sviluppa in tre fasi:

  • il terapeuta chiede al paziente di scrivere una descrizione di sé, come se questa fosse stata elaborata da una terza persona, un “amico benevolo” che conosce intimamente la sua personalità, i suoi pensieri e il suo passato;
  • il terapeuta, successivamente, analizza il bozzetto attraverso dei criteri utili per avvicinarsi al significato personale delle parole usate dal paziente;
  • il terapeuta e il paziente approfondiscono insieme il bozzetto, nell’idea di comprendere insieme come il paziente ha vissuto l’esperienza di descriversi in terza persona e approfondire il significato personale di alcune dimensioni o alcuni temi particolarmente significativi.
Anna Shvets - Pexels

Quando è usata e come può essere utile

Per capire come e quando può essere utilizzata l’autocaratterizzazione, è importante tenere a mente i seguenti punti:

  • quando: l’autocaratterizzazione è di solito utilizzata nei primi incontri tra paziente e terapeuta, ma può essere impiegata in diversi momenti del percorso con funzioni diverse. Ad esempio, può essere usata alla fine di un percorso, per valutare insieme al paziente quali cambiamenti sono occorsi durante la terapia;
  • come: è fondamentale considerare che questa tecnica non può essere usata come un test diagnostico, in cui lo strumento “rivela” qualcosa della personalità del paziente. Il lavoro del terapeuta deve essere fondato su una comprensione autentica e non giudicante del mondo del paziente. In questo senso, la tecnica segue il principio dell’approccio credulo che Kelly sintetizzava in questa frase: “Se non sai cosa non va in una persona, chiediglielo, può dirtelo”.


Dalla penna al percorso terapeutico

L’autocaratterizzazione, attraverso la descrizione in terza persona, può costituire un’opportunità importante, sia per il paziente che per il terapeuta, di:

  • approfondire il problema portato in terapia;
  • capire come questo possa essere implicato nella percezione che la persona ha di sé e degli altri.

La possibilità di confrontarsi da un punto d’osservazione diverso da quello abituale può costituire un approdo a un modo alternativo di comprendere la problematica del paziente, che spesso chiede aiuto proprio perché si sente schiacciato dalle circostanze connesse alla sua situazione.


Da questo approdo, terapeuta e paziente possono costruire insieme delle ipotesi che guideranno il loro viaggio nel percorso terapeutico.

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