La Commissione Pratica Clinica della WFMT - World Federation of Music Therapy ha definito la musicoterapia come “l’uso della musica e dei suoi elementi (suono, ritmo, melodia, armonia) ad opera di un musicoterapista qualificato, in un rapporto individuale o di gruppo, all’interno di un processo che ha come obiettivo quello di sviluppare potenziali e riabilitare funzioni dell’individuo”.
La finalità generale della musicoterapia è quella di ottenere una migliore integrazione sul piano interpersonale e intrapersonale e, di conseguenza, una migliore qualità della vita.
Viene utilizzata nell’ambito della prevenzione, della terapia e della riabilitazione. La sua importanza risiede nella possibilità di raggiungere obiettivi non specificamente musicali, che spesso risultano difficili da ottenere con altri tipi di intervento.
La musicoterapia può infatti avere effetti positivi su molti aspetti della vita umana, come la comunicazione, le relazioni, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, e può offrire una risposta a bisogni fisici, emotivi, sociali e cognitivi.
La musica può influenzare l'attività cerebrale
Quale parte del cervello si attiva con la musica?
Quando ascoltiamo una nuova canzone o degli stimoli sonori, si verifica una stimolazione della corteccia uditiva del cervello, che converte ritmo, melodia e armonia in un unico segnale acustico. Successivamente, a seconda di come interagiamo con quella melodia (ad esempio ballando, cantando o ricordando esperienze passate), si attivano diverse aree cerebrali.
L’ascolto della musica, nei suoi diversi elementi, coinvolge infatti varie aree del cervello:
- la corteccia prefrontale, coinvolta nella regolazione dell’attenzione e nel controllo delle azioni legate all’ascolto o all’esecuzione musicale
- la corteccia sensoriale, che gestisce gli stimoli tattili durante l’attività musicale
- l’ippocampo, che partecipa ai ricordi e alle esperienze collegate alla musica
- la corteccia visiva, implicata nella lettura della musica e nell’osservazione dei movimenti
- il cervelletto, coinvolto nel movimento durante la danza o l’esecuzione musicale
- la corteccia uditiva, fondamentale per l’ascolto, la percezione e l’analisi dei toni
- il nucleo accumbens e l’amigdala, che regolano le reazioni emotive agli stimoli sonori.
L’attività musicale, oltre a promuovere la neuroplasticità e ad aumentare la connettività cerebrale, favorisce la sinaptogenesi, cioè la formazione di nuove sinapsi nel sistema nervoso centrale. Inoltre, sia l’ascolto che la pratica musicale inducono cambiamenti plastici nelle reti funzionali e nelle componenti strutturali del cervello, effetti che possono manifestarsi sia a breve che a lungo termine (Altenmüller & Schlaug, 2015).
Le connessioni neurali, il numero di neuroni e sinapsi e le tipologie di circuiti nel nostro cervello sono caratterizzati da una certa plasticità, che è massima durante lo sviluppo gestazionale e postnatale, ma si mantiene anche in età adulta, come adattamento ai diversi stimoli ambientali.
Le ricerche di Schlaug (2001), professore di Neurologia e Ingegneria Biomedica alla University of Massachusetts, hanno evidenziato come, nei bambini che studiano musica, aumenti la dimensione delle aree cerebrali deputate all’analisi uditiva e alla programmazione.
Queste evidenze sono state confermate anche da alcuni studi del 2006 del neurologo Pascual-Leone, che hanno mostrato la capacità del cervello di rispondere rapidamente all’educazione musicale. Già dopo pochi minuti dall’esecuzione di esercizi di pianoforte con le cinque dita, sono stati rilevati dei cambiamenti nella corteccia motoria dei soggetti coinvolti.
Musica e neuroscienze
Oggi sappiamo che neuroscienze e psicologia sono strettamente connesse, grazie alla capacità del cervello di auto-modificarsi.
Negli ultimi anni la ricerca neuroscientifica ha fatto grandi passi avanti anche nello studio della musica e dei suoi effetti sul cervello. Numerose tecniche sperimentali, come i potenziali evocati (ERP), il magnetoencefalogramma (MEG), l’elettroencefalogramma (EEG), la SQUID, la risonanza magnetica (MRI), la tomografia ad emissione di positroni (PET) e la stimolazione magnetica transcranica (TMS), permettono di identificare le parti attive del cervello durante l’elaborazione degli stimoli musicali.
Durante l’ascolto musicale, si attivano entrambi gli emisferi cerebrali: quello sinistro, che si concentra sul linguaggio, sulla struttura del brano e sulle parole della canzone, e quello destro, che gestisce le funzioni più intuitive e si focalizza sull’aspetto musicale. L’emisfero destro permette di lasciarsi trasportare dai suoni, favorendo un’esperienza emotiva e immediata, mentre il sinistro consente di analizzare il suono da un punto di vista tecnico. L’esperienza musicale, dunque, nasce dall’integrazione di entrambi gli emisferi, che collaborano sia nelle componenti più emotive sia in quelle più analitiche.
Inoltre, la percezione della musica, così come l’azione, l’emozione e l’apprendimento musicale, si fondano sulla capacità fondamentale del cervello umano di fare previsioni, come descritto dal modello del predictive coding della musica (Vuust et al., 2022), sottolineando come l’ascolto musicale sia un processo attivo e dinamico che coinvolge molteplici aree cerebrali.
I benefici della musica sono quindi riscontrabili in entrambi gli emisferi:
- nell’emisfero sinistro, con un miglioramento della memoria, della motricità, del senso del ritmo e della coordinazione corporea
- nell’emisfero destro, con un incremento dell’immaginazione e della creatività.
Meccanismi neurobiologici: come la musica può modellare il cervello
L'ascolto e la pratica musicale coinvolgono una rete complessa di aree cerebrali, che comunicano tra loro attraverso circuiti neurobiologici specifici. In particolare, la musica stimola il circuito dopaminergico mesolimbico, responsabile della percezione del piacere e della motivazione. Questo circuito comprende strutture come il nucleo accumbens, l'amigdala, il talamo e l'ipotalamo. L'ascolto della musica modifica la chimica cerebrale inducendo il rilascio di neurotrasmettitori e ormoni come dopamina, serotonina e ossitocina, attivando i sistemi di ricompensa e prosocialità (Speranza et al., 2022).
Il nucleo accumbens è spesso considerato un centro del piacere e della ricompensa: l'ascolto di musica piacevole può indurre il rilascio di dopamina, generando sensazioni di gratificazione e benessere (Salimpoor et al., 2011). L'amigdala regola le risposte emotive e la musica può attivarla, influenzando emozioni come gioia, tristezza o paura, a seconda delle caratteristiche del brano. Il talamo agisce come stazione di smistamento delle informazioni sensoriali, contribuendo all'integrazione tra stimoli musicali e altre percezioni. L'ipotalamo è coinvolto nella regolazione delle risposte fisiologiche, come la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna, che possono variare in base al tipo di musica ascoltata.
Questi meccanismi possono contribuire a spiegare perché la musica può avere effetti sia sullo stato emotivo che su quello fisico, modulando parametri come il battito cardiaco, la pressione arteriosa e la produzione di ormoni dello stress.
Evidenze scientifiche: dati quantitativi sugli effetti della musica sul cervello
Numerosi studi clinici e meta-analisi hanno documentato gli effetti misurabili della musica sul cervello umano. Ad esempio, una meta-analisi (Bradt et al., 2016) ha rilevato che l'ascolto di musica prima di un intervento chirurgico riduce significativamente i livelli di ansia nei pazienti, con una diminuzione media del 20% rispetto ai gruppi di controllo.
Altri dati rilevanti includono:
- Riduzione del cortisolo: l'ascolto di musica rilassante può abbassare i livelli di cortisolo, l'ormone dello stress, fino al 25% in contesti clinici (Khalfa et al., 2003).
- Aumento dell'ossitocina: la pratica musicale di gruppo è stata associata a un incremento dei livelli di ossitocina, l'ormone legato alla socialità e al senso di appartenenza (Keeler et al., 2015).
- Miglioramento delle funzioni cognitive: nei pazienti con ictus, la musicoterapia ha portato a un miglioramento del recupero del linguaggio e della memoria del 17% rispetto alle terapie standard (Särkämö et al., 2008).
Questi risultati suggeriscono che la musica non sia solo un'esperienza soggettiva, ma possa avere effetti oggettivi e misurabili sulla fisiologia e sulle funzioni cerebrali.
Gli effetti della musica sulla psiche
La musica ha un ruolo importante anche nel produrre sensazioni di benessere psichico. Sono noti gli effetti positivi degli stimoli sonori sulla regolazione del battito cardiaco, della pressione sanguigna, della respirazione e sul livello di alcuni ormoni come quelli dello stress.
Ascoltare brani musicali o suoni gradevoli stimola regioni del cervello che regolano il piacere. In particolare, i suoni attivano il nucleo accumbens, considerato il “centro del piacere” del cervello. Questo rilascia dopamina, un neurotrasmettitore che produce un senso di gratificazione tale da indurre il nostro corpo a ripetere l’esperienza dell’ascolto per sperimentare nuovamente il piacere.
Le risposte emozionali agli stimoli sonori possono variare in base alle loro caratteristiche. In particolare, i parametri da considerare sono:
- l’altezza: suoni più acuti tendono a produrre maggiore tensione rispetto a quelli meno acuti
- l’intensità: suoni più forti hanno un effetto psicologico energizzante, mentre quelli più deboli promuovono il rilassamento
- il timbro: se prevalgono armonici consonanti, il suono è percepito come pieno e ricco; se prevalgono armonici dissonanti, può essere avvertito come rigido o spigoloso
- il ritmo: può avere un effetto stabilizzante se regolare, destabilizzante se irregolare
- il tempo di esecuzione: può essere eccitatorio se veloce, calmante se moderato
- l’armonia: può produrre calma e stabilità se consonante, mentre la dissonanza può indurre tensione e inquietudine.
La musica può offrire diverse proprietà in ambito terapeutico, come:
- facilitare la comunicazione e l’espressione emotiva
- sostenere il movimento e la danza stimolando la corteccia motoria e i gangli della base
- migliorare l’acquisizione del linguaggio nelle persone con dislessia o sordità congenita
- offrire una stimolazione sensoriale alternativa alle persone con disturbi dello spettro autistico e non vedenti
- ridurre il dolore, offrendo conforto a persone che stanno affrontando un lutto, soffrono di depressione o sono pazienti oncologici
- promuovere un senso di appartenenza, indurre comportamenti prosociali e rafforzare la coesione
- favorire il sonno nei bambini e il rilassamento negli adulti, rallentando l’EEG.
La psicologia della musica
La psicologia della musica studia il rapporto tra le strutture musicali (ritmo, melodia, armonia) e le risposte degli ascoltatori, sia dal punto di vista comportamentale che cognitivo.
Anche la musicoterapia si occupa della relazione tra musica e individuo, ma spesso utilizza stimoli musicali più semplici rispetto a quelli impiegati negli esperimenti di psicologia della musica.
Gli esperimenti di psicologia della musica coinvolgono spesso adulti, talvolta musicisti, per indagare competenze percettive e mnemoniche. La musicoterapia, invece, si avvale di tecniche specifiche per la cura e la riabilitazione di persone, sia in età infantile che adulta, spesso con disagio psichico, comportamentale o disabilità.
Un’altra differenza importante riguarda la possibilità, per il terapeuta, di utilizzare il mezzo musicale come mediatore per sintonizzarsi sulle emozioni del paziente e comunicare con lui. Quando paziente e terapeuta si trovano “sulla stessa lunghezza d’onda”, la persona può sentirsi compresa e contenuta, accedendo così a una profonda elaborazione dei propri vissuti emotivi.
L'uso della musica in terapia
La musicoterapia viene spesso associata ad altre pratiche terapeutiche (medicina, psicologia, logopedia) e trova applicazione in numerosi contesti clinici.
Nel settore del benessere psicologico, per problematiche depressive, di ansia e stress, l’approccio musicoterapeutico può integrare quello psicoterapeutico per favorire l’espressione e l’elaborazione delle emozioni della persona.
Il musicoterapeuta utilizza la musica a scopo terapeutico per promuovere il benessere emotivo e cognitivo. Lo psicologo, invece, è formato per diagnosticare e trattare disturbi mentali attraverso tecniche specifiche. Tuttavia, uno psicologo può anche formarsi come musicoterapeuta, integrando entrambe le competenze nel lavoro con i pazienti.
Musicoterapia e bambini
Attraverso la musicoterapia è possibile instaurare un rapporto empatico anche con bambini affetti da gravi deficit sensoriali, motori e relazionali, che non possiedono il linguaggio verbale o manifestano atteggiamenti di chiusura verso il mondo esterno. In questi casi, la musicoterapia si avvale di tecniche di rispecchiamento e facilitazione che offrono un canale alternativo di comunicazione fatto di suoni, gesti, contatti tattili e corporei.
L’obiettivo è promuovere quella che viene definita “una relazione felice”, caratterizzata da una comunicazione fluida e organizzata, in contrasto con modelli comunicativi segnati da turbolenze, antagonismi e interruzioni.
I benefici della musicoterapia sono riscontrabili anche in ambito preventivo, con l’obiettivo di promuovere il benessere psico-fisico di bambini e adulti. Ad esempio, nel contesto scolastico, può rappresentare uno strumento efficace per favorire l’integrazione sociale e ridurre atteggiamenti di aggressività o problematiche comportamentali nei minori.
Musicoterapia per persone anziane e affette da malattie croniche
Altri ambiti clinici in cui la musicoterapia può essere utilizzata sono quelli legati a malattie oncologiche o croniche. È stato riscontrato l’effetto positivo dei suoni sulla fatigue, cioè la stanchezza persistente associata alla malattia e ai trattamenti, e sulle emozioni di ansia, paura e depressione, riuscendo persino a influire positivamente sul controllo del dolore fisico.
La musicoterapia può essere impiegata anche in ambito neurologico, non solo come terapia riabilitativa per le funzioni motorie e sensoriali di persone affette da malattia di Parkinson, Alzheimer e varie tipologie di demenza, ma anche per riabilitare circuiti cerebrali compromessi in diversi disturbi (Zaatar et al., 2023).
Applicazioni cliniche della musica: esempi e risultati
La musica viene sempre più utilizzata come strumento di supporto in diversi contesti clinici, grazie ai suoi effetti documentati sul cervello. Ad esempio, in ambito ospedaliero, l'ascolto di musica durante le procedure mediche ha dimostrato di ridurre la percezione del dolore e l'ansia nei pazienti sottoposti a interventi chirurgici minori (Hole et al., 2015).
Alcune applicazioni cliniche supportate da studi recenti includono:
- Gestione dell'ansia preoperatoria: la musica può ridurre significativamente l'ansia prima di un intervento, migliorando l'esperienza del paziente e riducendo la necessità di sedativi.
- Trattamento del dolore cronico: la musicoterapia, integrata nei programmi di gestione del dolore, ha portato a una riduzione della percezione dolorosa e a un miglioramento della qualità della vita nei pazienti con dolore cronico (Garza-Villarreal et al., 2017).
- Riabilitazione neurologica: nei pazienti con lesioni cerebrali o malattie neurodegenerative, la musica può favorire la plasticità cerebrale e il recupero di funzioni motorie e cognitive, come suggerito da studi su persone con ictus o Parkinson (Thaut et al., 2015).
Questi esempi evidenziano il potenziale della musica come complemento alle terapie tradizionali, potendo offrire benefici sia a livello psicologico che neurologico.
Esplorando il potenziale terapeutico della musica nel cervello
È ormai noto come la musica influenzi la mente, grazie alla capacità di attivare entrambe le parti del cervello e creare connessioni neurali. Non è necessario essere musicisti professionisti per modificare la struttura cerebrale: attraverso la musica è possibile apprendere e, allo stesso tempo, favorire nuove connessioni nel cervello.
L’interesse per queste possibilità di apprendimento offerte dal suono si accompagna agli importanti benefici che può avere l’utilizzo dei suoni all’interno di una relazione terapeutica, per la cura e la riabilitazione di numerose patologie e disturbi neurologici, sensoriali ed emotivi.
I principali circuiti cerebrali che possono essere attivati dalla musica
Per comprendere meglio come la musica agisce sul cervello, può essere utile visualizzare i principali circuiti coinvolti:
- Corteccia uditiva: elabora le informazioni sonore e permette di distinguere ritmo, melodia e armonia.
- Corteccia prefrontale: coinvolta nell'anticipazione, nella pianificazione e nell'analisi della struttura musicale.
- Ippocampo: associa la musica ai ricordi e alle emozioni passate.
- Nucleo accumbens e circuito dopaminergico: coinvolti nella sensazione di piacere e gratificazione.
- Amigdala: regola le risposte emotive intense, come la commozione o la paura indotta da certi brani.
- Cervelletto: coordina i movimenti, fondamentale per chi suona uno strumento o balla.
Queste aree lavorano insieme, rendendo l'esperienza musicale un potente stimolo multisensoriale e multisistemico, capace di influenzare sia la mente che il corpo.
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La musica ci accompagna, ci emoziona e può diventare un prezioso alleato anche nel percorso di crescita personale e di cura di sé. Come abbiamo visto, i suoi effetti sul cervello e sulla psiche sono spesso profondi e scientificamente riconosciuti: dalla possibile riduzione dello stress al sostegno nelle difficoltà emotive, fino al miglioramento delle relazioni e della qualità della vita.
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