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Salute mentale
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Partner in terapia: quando coinvolgerlo e perché aiuta

Partner in terapia: quando coinvolgerlo e perché aiuta
Martina Menotti
Psicoterapeuta ad orientamento Sistemico-Relazionale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
24.2.2026
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I legami di attaccamento si caratterizzano per alcuni elementi cardine: il bisogno di prossimità con la figura di riferimento, la reazione di protesta e tristezza alla separazione, la ricerca di protezione nei momenti di difficoltà e la funzione di base sicura che consente di esplorare il mondo sentendosi sostenuti dalla disponibilità emotiva dell’altro. Alla luce di tali aspetti, appare evidente come lo stile di attaccamento individuale possa incidere non solo sulla scelta del partner, ma anche sulla qualità e sulla stabilità della relazione di coppia, favorendone esiti funzionali oppure disfunzionali. In questa prospettiva, l’attaccamento alle figure genitoriali e quello al partner non rappresentano dimensioni indipendenti, bensì sistemi relazionali interconnessi che si influenzano reciprocamente lungo il corso della vita.

L'attaccamento romantico

L'attaccamento romantico o adulto è solitamente caratterizzato da una maggiore simmetria e reciprocità del rapporto. Questo legame si distingue da ogni altra forma di attaccamento infantile o adulto per l’integrazione con i comportamenti sessuali e di accudimento. Queste relazioni, inoltre, sono caratterizzate da finalità biologiche condivise come la riproduzione e la genitorialità.

L'esperienza quotidiana e la qualità della relazione possono incidere sui modelli dell'individuo, modificandone il funzionamento: per esempio, una persona può passare da un attaccamento insicuro a uno più sicuro. Per questo motivo non è raro il coinvolgimento del partner all'interno della terapia individuale.

fauxels- Pexels

Il coinvolgimento di familiari significativi nella terapia

Chi adotta un orientamento sistemico-relazionale è allenato alla flessibilità dell’interazione terapeutica, che consente di modulare il setting in funzione dei bisogni clinici. In questa prospettiva, può risultare utile coinvolgere il partner anche all’interno di un percorso individuale, senza che ciò implichi necessariamente l’avvio di una terapia di coppia in senso stretto. In alcune situazioni, infatti, specifici obiettivi terapeutici vengono facilitati proprio grazie alla partecipazione di figure affettivamente significative, purché sia stata attentamente valutata l’appropriatezza di tale scelta per il singolo caso.

Il coinvolgimento del partner all’interno della terapia è stato indagato soprattutto nei percorsi di trattamento della depressione. è stato studiato in modo particolare nei trattamenti per la depressione. In contesti come la depressione post-partum, ad esempio, l’inclusione del partner può rafforzare la rete di sostegno e favorire il processo di recupero della neomamma. Una meta-analisi, che ha esaminato 14 studi clinici (N = 651), ha confrontato la terapia di coppia per la depressione con psicoterapia individuale, trattamento farmacologico e interventi minimi o assenti (Barbato & D’Avanzo, 2020).

Parallelamente, la letteratura clinica riporta evidenze favorevoli agli approcci sistemici, che hanno portato autori come Asen e Jones a descrivere in modo operativo modelli di intervento sistemico di coppia orientati a questo tipo di integrazione.

In tale cornice teorico-clinica, l’obiettivo dell’intervento rimane centrato sul funzionamento individuale e non sul progetto relazionale della coppia: il partner assume un ruolo di supporto, rilevante ma non sostitutivo del lavoro terapeutico, contribuendo a rendere più visibili e modificabili alcune dinamiche disfunzionali.

Depressione e partner: come trasformare il sostegno in un aiuto concreto

Quando una persona si trova a vivere una condizione di depressione, il partner può alternare due modalità responsive: da una parte può spronare, criticare, minimizzare e dall’altra può sostituirsi all’altra persona.

In alcune fasi della terapia individuale, il coinvolgimento del partner può contribuire a costruire un sostegno più mirato, riducendo il rischio di dinamiche che mantengono o peggiorano la sofferenza.

In seduta è possibile lavorare su:

  • psychoeducation condivisa: distinguere tristezza, anedonia, rallentamento e ritiro sociale aiuta a non leggere tutto come mancanza di volontà.
  • comunicazione a bassa frizione: frasi brevi e richieste specifiche come “Cosa ti aiuterebbe oggi?”.
  • routine e micro-obiettivi: concordare un’azione piccola e ripetibile come passeggiata breve, pasto regolare, contatto sociale minimo, può aiutare a ridurre l’inerzia.
  • segnali di peggioramento e piano di risposta: cosa osservare, come parlarne, quando chiedere un supporto aggiuntivo.

Coinvolgere il partner in un percorso individuale non significa “spostare” la terapia sulla relazione né trasformarla in una terapia di coppia. Significa, piuttosto, utilizzare in modo mirato una presenza significativa per sostenere gli obiettivi clinici della persona, con attenzione e rispetto per i confini del setting. In ottica sistemico-relazionale, infatti, il sintomo non è letto solo come qualcosa “dentro” l’individuo, ma anche come un’esperienza che può mantenersi o attenuarsi nelle interazioni quotidiane. Quando è utile e concordato, includere il partner può aiutare a osservare e modificare quei pattern relazionali che influenzano il benessere.

Nello specifico, il partner può aiutare a:

  • rendere visibili i cicli relazionali: in seduta emergono sequenze tipiche (es. richiesta–ritiro, controllo–evitamento) che a parole il paziente fatica a ricostruire.
  • aumentare il supporto efficace: non basta “esserci”. Si lavora su come sostenere senza invadere e su come chiedere aiuto senza sentirsi in colpa.
  • ridurre incomprensioni e attribuzioni: chiarire cosa rappresenta il sintomo, quali sono le reazioni e quali sono i bisogni, può aiutare ad abbassare conflittualità e isolamento.
  • sostenere l’aderenza al trattamento: routine, segnali di ricaduta e micro-obiettivi possono diventare più gestibili quando condivisi con chi vive la quotidianità.

Come si svolge una seduta con il partner: setting, obiettivi e confini

Il coinvolgimento del partner avviene solitamente in una o poche sedute mirate, concordate in anticipo e integrate nel percorso individuale. La sua presenza ha una funzione operativa come raccogliere informazioni, osservare le interazioni e definire accordi pratici.

Il terapeuta chiarisce fin dall’inizio alcuni elementi chiave:

  • obiettivo della seduta: espresso tramite una domanda guida,
  • gestione di ruoli e tempi di parola: chi parla per primo, come si gestiscono interruzioni e quanto spazio ha ciascuno,
  • cosa si condivide e cosa resta confidenziale: il paziente concorda con il terapeuta quali contenuti personali non sono oggetto della seduta. Il terapeuta tutela la riservatezza e chiarisce che non assume il ruolo di intermediario tra i partner,
  • aspettative realistiche: un esito efficace può essere un cambiamento concreto e circoscritto, non necessariamente una trasformazione globale della relazione.

Spesso l’incontro si conclude con un micro-piano pratico (segnali da monitorare, modalità di richiesta d’aiuto, comportamenti da evitare).

L’aspetto più delicato riguarda la tutela della terapia individuale: confini chiari su consenso e riservatezza sono condizioni cliniche essenziali, perché senza di essi il paziente può sentirsi esposto e limitare l’apertura. Non a caso, nelle terapie di coppia e familiari l’alleanza terapeutica mostra un’associazione positiva e moderata con gli esiti (r = 0,297) secondo una meta-analisi su 48 studi (Friedlander et al., 2018).

Prima dell’incontro è quindi necessario definire: consenso esplicito e revocabile del paziente, scopo preciso dell’invito, confidenzialità selettiva e uso responsabile delle informazioni emerse. Quando questi accordi sono chiari, aumenta la collaborazione e diminuisce il timore di giudizio; richieste di accesso totale o pressioni da parte del partner rappresentano invece segnali clinicamente rilevanti, da esplorare con attenzione poiché possono riflettere ansia ma anche dinamiche di controllo non compatibili con un coinvolgimento sicuro.

Cosa può andare storto: rischi comuni e come prevenirli

Il coinvolgimento del partner può rappresentare una risorsa clinica, ma introduce inevitabilmente emozioni, aspettative e possibili squilibri relazionali. Per questo è utile anticipare le criticità più frequenti e predisporre strategie preventive.

Tra i rischi principali vi è la trasformazione della seduta in un confronto accusatorio, con ricerca di colpe e generalizzazioni. In questi casi è fondamentale definire in anticipo obiettivi chiari, regole di parola e limiti comunicativi.

Un’altra criticità è lo spostamento dell’alleanza terapeutica percepita verso il partner: il terapeuta deve allora ribadire esplicitamente che il paziente resta il referente centrale del percorso. Può inoltre verificarsi un uso improprio, fuori dalla seduta, delle informazioni emerse: ciò richiede accordi preliminari espliciti e una valutazione attenta dei possibili rischi relazionali. Infine, aspettative irrealistiche come l’idea di soluzioni rapide o di un intervento persuasivo sul partner vanno ridimensionate chiarendo che l’obiettivo realistico è un cambiamento graduale e osservabile.

Se questi segnali emergono già nei colloqui preparatori, spesso è più utile rimandare l’incontro congiunto e lavorare prima su sicurezza, confini e motivazione. Il coinvolgimento del partner, infatti, non è una procedura standard, ma una scelta clinica mirata, da adottare solo quando le condizioni lo rendono realmente utile e sostenibile.

Se il partner non  disponibile a partecipare: alternative utili e strategie di comunicazione efficace

Il rifiuto del partner non preclude l’efficacia del percorso terapeutico. Spesso tale resistenza nasce da timori di giudizio, sensazioni di colpevolizzazione o difficoltà a esporsi.Iinsistere può irrigidire ulteriormente la posizione e alimentare oppositività. In questi casi è preferibile adottare modalità indirette e rispettose dei tempi relazionali.

Tra le opzioni clinicamente appropriate rientrano

  • colloquio informativo singolo: un colloquio informativo singolo, breve e circoscritto, volto a chiarire finalità e confini dell’intervento.
  • coinvolgimento indiretto: il lavoro su episodi concreti portati in seduta e su nuove modalità comunicative da sperimentare a casa.
  • accordi di confine: definire cosa il paziente desidera (es. meno pressioni, più ascolto) e cosa è disposto a offrire (es. aggiornamenti essenziali, non dettagli).
  • obiettivi realistici: anche un piccolo cambiamento del partner (es. evitare frasi svalutanti, rispettare tempi di decompressione) può avere un impatto.

Sul piano comunicativo può essere utile formulare richieste chiare e non accusatorie, orientate alla collaborazione piuttosto che alla difesa. Qualora il partner mantenga il rifiuto, il lavoro terapeutico può comunque procedere efficacemente concentrandosi su autonomia personale, tutela della riservatezza e strategie pratiche per interrompere i cicli disfunzionali quotidiani. Anche senza partecipazione diretta, infatti, il cambiamento di uno dei membri del sistema relazionale può generare effetti trasformativi sull’intera dinamica.

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