I sonniferi sono farmaci appartenenti alla categoria degli ipnotici e sedativi-ipnotici: sostanze che agiscono sul sistema nervoso centrale per favorire l’insorgenza del sonno, ridurre il tempo necessario per addormentarsi o mantenere il sonno durante la notte.
Un aspetto fondamentale è che questi farmaci offrono un sollievo temporaneo ai sintomi, ma non agiscono sui fattori che contribuiscono all’insorgenza dell’insonnia. Se alla base delle difficoltà nel sonno ci sono un disturbo d’ansia, uno stress prolungato o un disagio emotivo, il farmaco può facilitare il riposo nell’immediato, ma non interviene sui fattori che mantengono il problema.
Il problema è tutt’altro che raro. In Italia si stima che circa 12 milioni di persone convivano con l’insonnia, pari al 15-20% della popolazione. Tra gli over 65, questa percentuale sale fino al 40%, rendendo l’insonnia una delle condizioni più diffuse.
Cosa sono i sonniferi e a cosa servono
Per capire come agiscono i sonniferi, è utile partire dal loro meccanismo. Queste molecole funzionano attraverso il potenziamento dell’attività del GABA (acido gamma-aminobutirrico), un neurotrasmettitore con funzione inibitoria che riduce l’eccitabilità neuronale. Questi farmaci amplificano un segnale inibitorio già presente nel sistema nervoso centrale, favorendo uno stato di rilassamento e sonnolenza.
Una distinzione va chiarita subito: i sonniferi non sono la stessa cosa dei rimedi naturali per dormire, come la melatonina, la valeriana o la passiflora. Questi ultimi possono supportare il ritmo sonno-veglia in modo lieve, ma generalmente non hanno la stessa potenza farmacologica né gli stessi rischi dei sonniferi, che richiedono sempre una prescrizione medica.
I dati confermano un ricorso diffuso ai farmaci per il sonno. Uno studio condotto su oltre 5.000 adulti tra i 65 e i 79 anni negli Stati Uniti ha rilevato che circa il 20% utilizzava regolarmente sonniferi o altri prodotti per dormire. Tra le donne la percentuale era più alta: il 22%, contro il 17% degli uomini.
Il dato più significativo riguarda chi soffriva frequentemente di insonnia: in quel caso, circa una persona su due (il 45%) faceva uso regolare di questi farmaci, indipendentemente dal sesso (Gordon et al., 2022).
Le indicazioni terapeutiche dei sonniferi comprendono diverse condizioni:
- Insonnia occasionale e cronica: facilitano l’addormentamento e contribuiscono a mantenere il sonno durante la notte.
- Disturbi d’ansia (come il disturbo d’ansia generalizzata o il disturbo da attacchi di panico): alcune molecole di questa classe esercitano un effetto ansiolitico e sedativo, riducendo lo stato di allerta eccessivo.
- Depressione maggiore con sintomi ansiosi e/o insonnia: possono contribuire a regolarizzare il ciclo sonno-veglia, spesso compromesso in questo quadro clinico.
- Procedure diagnostiche invasive e interventi chirurgici: vengono utilizzati come premedicazione per ridurre la tensione.
- Astinenza da alcol: in contesto medico supervisionato, alcune benzodiazepine possono contribuire alla gestione dei sintomi fisici dell’astinenza.
- Disturbi muscoloscheletrici con contrattura: alcune molecole hanno anche un effetto miorilassante.
- Epilessia e convulsioni febbrili in età pediatrica: alcune benzodiazepine vengono impiegate per la loro azione anticonvulsivante. L’uso in età pediatrica richiede sempre la valutazione e la supervisione di un medico specialista.
È importante sottolineare che non esiste una posologia universale: ogni prescrizione dipende dal quadro clinico individuale, dalla storia della persona, da eventuali altre terapie in corso e da fattori che solo un medico può valutare.

Tipi di sonniferi: le diverse molecole
Non tutti i sonniferi sono uguali. Conoscere le differenze tra le varie categorie è utile per orientarsi in un ambito spesso poco chiaro.
I barbiturici sono stati i primi farmaci utilizzati per favorire il sonno, ma oggi sono considerati sostanzialmente obsoleti per il trattamento dell’insonnia. Il margine tra una dose terapeutica e una dose pericolosa è molto stretto, il che li rende particolarmente rischiosi. Il loro utilizzo residuo riguarda principalmente l’anestesia (con molecole come il tiopentale) e alcuni casi di epilessia (con il fenobarbital).
Le benzodiazepine rappresentano ancora oggi una delle categorie più prescritte per l’insonnia a breve termine. Molecole come il diazepam, il lorazepam e il bromazepam agiscono potenziando l’attività del sistema GABAergico, producendo effetti ansiolitici, miorilassanti e anticonvulsivanti. Sono efficaci, ma il loro utilizzo prolungato comporta rischi importanti, tra cui la dipendenza fisica e psicologica.
I cosiddetti farmaci Z, come lo zolpidem, lo zaleplon e lo zopiclone, agiscono in modo simile alle benzodiazepine ma in alcuni casi con un profilo di rischio leggermente più favorevole: il potenziale di dipendenza è considerato inferiore, anche se non assente.
Esistono poi altre categorie:
- Antistaminici come la difenidramina, il cui effetto sedativo è un effetto collaterale sfruttato per uso occasionale.
- Melatonina farmaceutica, utile soprattutto per regolare il ritmo circadiano, cioè il ciclo interno che governa l’alternanza sonno-veglia.
- Antidepressivi sedativi come il trazodone e la mirtazapina, indicati quando l’insonnia si accompagna a un quadro depressivo.
- Rimedi naturali come valeriana, melissa, passiflora, camomilla, lavanda e luppolo: l’efficacia è più limitata rispetto ai farmaci, ma anche i rischi sono significativamente ridotti.
A proposito di rimedi naturali: è comprensibile cercare qualcosa di efficace senza ricetta, ma anche i farmaci da banco possono avere effetti collaterali e limiti precisi. "Senza ricetta" non significa "senza rischi".
Un ultimo elemento che influenza la scelta terapeutica è la durata d’azione di ogni molecola, classificata in base all’emivita, cioè al tempo che l’organismo impiega per eliminarne la metà. Si distinguono emivita lunga, intermedia, breve e brevissima: questa distinzione determina se il farmaco faciliterà l’addormentamento, il mantenimento del sonno, o entrambi, e quanta sonnolenza residua si potrà avvertire il mattino seguente.
Meccanismo d’azione e possibili effetti collaterali
La maggior parte dei sonniferi agisce potenziando l’attività del recettore GABA-A, una struttura molecolare che, quando attivata, riduce l’eccitabilità neuronale e favorisce uno stato di calma e sonnolenza. Barbiturici, benzodiazepine e farmaci Z agiscono tutti su questo recettore, ma si legano a siti diversi della sua struttura, il che spiega le differenze nel profilo di sicurezza e nel rischio di sovradosaggio.
Effetti terapeutici
Sul piano clinico, questi farmaci possono:
- ridurre il tempo necessario per addormentarsi (latenza del sonno)
- allungare la durata complessiva del sonno
- diminuire i risvegli notturni
Per chi attraversa un periodo acuto di insonnia, questo sollievo può essere significativo.
Possibili effetti collaterali
Come tutti i farmaci, anche i sonniferi possono causare effetti indesiderati. Gli effetti collaterali più comuni comprendono:
- Sonnolenza diurna residua, che può compromettere la guida e la concentrazione.
- Stordimento e difficoltà di memoria a breve termine.
- Amnesia anterograda, cioè la difficoltà a formare nuovi ricordi dopo l’assunzione.
- Sonnambulismo e comportamenti automatici notturni.
- Effetto paradosso, con agitazione o aggressività in alcuni casi, più frequente nelle persone anziane e da segnalare al medico.
- Effetto miorilassante, che nelle persone anziane aumenta il rischio di cadute e fratture, in particolare al femore.
- Depressione respiratoria, un rischio che aumenta in modo pericoloso in caso di associazione con alcol. L’assunzione di alcol è fortemente sconsigliata durante il trattamento con sonniferi.
Uno dei rischi meno noti riguarda le parasonnie, cioè comportamenti anomali durante il sonno come il sonnambulismo o azioni compiute senza consapevolezza. Uno studio che ha analizzato quasi vent’anni di segnalazioni sugli effetti avversi dei farmaci in Giappone (dal 2004 al 2022) ha evidenziato che tutte le principali categorie di sonniferi sono associate a un aumento del rischio di parasonnie. In particolare, i farmaci Z e gli antagonisti dei recettori dell’oressina hanno mostrato l’associazione più forte, anche dopo aver considerato i fattori confondenti (Kobayashi et al., 2025).
Se si manifestano effetti collaterali, il primo passo è parlarne con il medico: in diversi casi è possibile modificare il dosaggio o valutare una molecola alternativa con un profilo più tollerabile.
Tolleranza, dipendenza e avvertenze
Con l’uso prolungato, può svilupparsi tolleranza: l’effetto del farmaco tende a ridursi, con la necessità di dosi crescenti per ottenere lo stesso risultato. Questo meccanismo può evolvere in una dipendenza sia fisica che psicologica.
I segnali che possono indicare lo sviluppo di una dipendenza sono:
- Non riuscire a dormire senza il farmaco.
- Aumentare spontaneamente la dose senza indicazione medica.
- Provare ansia o agitazione quando si tenta di saltare una dose.
- Continuare ad assumere il farmaco nonostante gli effetti negativi sulla vita quotidiana.
Se il farmaco viene interrotto bruscamente, può comparire una sindrome da astinenza, con sintomi come ansia intensa, insonnia di rimbalzo (il cosiddetto "rebound"), irritabilità, nausea e tremori. Nei casi più gravi, soprattutto con le benzodiazepine, possono verificarsi convulsioni. La riduzione deve essere sempre graduale e supervisionata da un medico.
Esistono situazioni in cui questi farmaci sono controindicati o richiedono particolare cautela: gravidanza e allattamento, patologie epatiche significative, storia di dipendenza da sostanze e contesti in cui è necessario guidare o utilizzare macchinari. L’assunzione contemporanea di alcol è generalmente controindicata, indipendentemente dalla durata del trattamento, perché potenzia l’effetto sedativo e il rischio di depressione respiratoria.
Un’attenzione particolare riguarda le persone anziane. Secondo il Rapporto OsMed 2024, il 68,1% delle persone con 65 anni o più ha ricevuto prescrizioni per almeno 5 farmaci diversi nel corso dell’anno, e il 28,3% ne ha assunti 10 o più (AIFA, 2025). Aggiungere un farmaco per dormire a un quadro di politerapia aumenta il rischio di interazioni e di sviluppare dipendenza, rendendo ancora più importante un confronto attento con il proprio medico.
Per questo motivo, sia l’AIFA che l’EMA raccomandano di limitare l’uso di questi farmaci a brevi periodi, non superiori alle 2-4 settimane, alle dosi minime efficaci, e di non interrompere mai il trattamento in modo improvviso, ma sempre in modo graduale e sotto supervisione medica.
Queste raccomandazioni assumono ulteriore rilevanza considerando la diffusione di questi farmaci in Italia. Secondo i dati del Rapporto OsMed 2023, i farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale (una categoria che comprende sonniferi, ansiolitici, antidepressivi e antipsicotici) si collocano al quarto posto per consumi, con circa 98 dosi giornaliere ogni 1.000 abitanti, e al sesto posto per spesa farmaceutica pubblica, pari a oltre 2 miliardi di euro (Lacatena, 2024).
Falsi miti e credenze comuni
Ci sono diverse credenze sui sonniferi che possono portare a scelte rischiose per la salute.
"I sonniferi naturali sono sempre sicuri"
Non è così. Valeriana, melissa e passiflora possono avere controindicazioni e interagire con altri farmaci, inclusi anticoagulanti e antidepressivi. "Naturale" non è sinonimo di "privo di rischi".
"Si può smettere da un giorno all’altro"
La sospensione brusca può scatenare una sindrome da astinenza con ansia intensa, irritabilità e insonnia di rimbalzo, che può essere più severa dell’insonnia iniziale. La riduzione deve essere sempre graduale e seguita da un medico.
"Se non funziona più, basta aumentare la dose"
Aumentare autonomamente la dose non ripristina l’efficacia a lungo termine, ma espone a un rischio maggiore di tossicità e dipendenza.
"I sonniferi curano l’insonnia"
Offrono un sollievo temporaneo, ma non agiscono sulle cause sottostanti. È una differenza fondamentale.
"I farmaci Z non creano dipendenza"
Il rischio è inferiore rispetto alle benzodiazepine, ma esiste, ed è proporzionale alla dose e alla durata dell’uso.
"Prendere sonniferi ogni sera è normale"
L’uso continuativo è sconsigliato dalle principali autorità regolatorie. Non dovrebbe diventare una routine.
"I sonniferi da banco sono sicuri perché non richiedono ricetta"
Anche gli antistaminici sedativi, venduti liberamente, possono causare effetti collaterali e problemi con l’uso prolungato.
Sonniferi e psicoterapia: due strumenti nel percorso di cura
Le linee guida internazionali indicano la terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia (CBT-I) come trattamento di prima linea per i disturbi del sonno cronici. Nella pratica clinica quotidiana, tuttavia, le alternative non farmacologiche restano ancora poco utilizzate.
Uno studio condotto su oltre 750 pazienti ricoverati ha rilevato che solo il 16% aveva ricevuto una valutazione documentata del sonno durante la degenza, e appena il 3% era stato indirizzato verso approcci non farmacologici (Rinehart et al., 2024). Un dato che evidenzia quanto spazio ci sia ancora per diffondere opzioni terapeutiche che non passino esclusivamente dalla prescrizione di un farmaco.
L’insonnia può essere associata a diversi fattori, tra cui ansia, stress emotivo prolungato, pensieri ricorrenti che interferiscono con il riposo, o un quadro depressivo non sempre immediatamente riconoscibile. In questi casi, intervenire solo sul sintomo senza considerare i fattori sottostanti in alcuni casi può non essere sufficiente nel lungo periodo.
Questo non significa che i farmaci non abbiano un ruolo. In diversi casi, l’approccio combinato può rappresentare una strategia efficace: farmaco e psicoterapia possono offrire sollievo se adottati insieme nelle fasi più acute, lavorando anche sui fattori che mantengono il problema Con il tempo, e con il supporto dello psicologo, è possibile valutare una riduzione graduale del farmaco.
Le tecniche che la psicoterapia mette a disposizione sono concrete:
- Igiene del sonno, cioè l’insieme di abitudini che preparano mente e corpo al riposo.
- Rilassamento progressivo ed esercizi di respirazione per ridurre l’attivazione fisiologica notturna.
- Ristrutturazione cognitiva, che aiuta a riconoscere e modificare i pensieri disfunzionali che possono alimentare l’insonnia, come "se non dormo domani sarò inutile".
Ogni percorso è diverso, perché ogni persona lo è. La collaborazione tra la persona, lo psicologo e il medico non è un dettaglio organizzativo: è ciò che rende la cura più personalizzata. Se stai valutando un supporto psicologico, puoi trovare un professionista in linea con le tue esigenze su Unobravo.




