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Psicofarmaci e dipendenza: soluzione o nuovo problema?

Gli psicofarmaci rappresentano una possibile soluzione al problema della dipendenza ma, a volte, contribuiscono ad acuirlo. L’assunzione di queste terapie infatti può indurre a sua volta dipendenza, e non è raro incontrare un paziente tossicodipendente che lamenta l'impossibilità di interromperne totalmente l'uso.



I soggetti tossicodipendenti assistiti dai Ser.D. su scala nazionale sono 136.320. È quanto emerge dalla Relazione sulle tossicodipendenze presentata in Parlamento nel 2020.

I numeri sono in costante aumento, ma non tengono conto di due fattori:

  1. il mancato inserimento dell'alcol ai fini di questa statistica;
  2. l’uso improprio di psicofarmaci, spesso prescritti dai Ser.D. nel contesto di una terapia farmacologica, che può anche contenere metadone e suboxone.

Farmaci e alcol

Perché farmaci e alcol sono considerati differenti? Le motivazioni sono molteplici ma possiamo ipotizzare che:

  • le droghe illegali rappresentano un fenomeno che si connette al mondo della criminalità;
  • l'alcol è legale ed accettato socialmente, cosa che lo rende pericoloso anche più di altre sostanze. 

Spesso poi, i soggetti tossicodipendenti, utilizzano strategie compensatorie in cui una sostanza viene sostituita con un'altra.


L’utilizzo degli psicofarmaci

È frequente osservare veri e propri abusi di psicofarmaci consumati anche senza prescrizione medica e che rientrano a pieno titolo, insieme al metadone, all'interno del mercato illegale di sostanze. Questo tipo di farmaci viene utilizzato anche per cercare di amplificare l'effetto stordente di queste sostanze: un esempio è l'abbinamento tra alcol e psicofarmaci per ottenere uno “sballo” maggiore.


I servizi per le tossicodipendenze possono fare ben poco per arginare il problema: è frequente infatti che la terapia farmacologica venga affidata al paziente, che dovrebbe occuparsi autonomamente di assumerla seguendo le prescrizioni mediche.

Pawel Czerwinski - Unsplash

Utilità del farmaco

Gli psicofarmaci hanno una certa utilità. Pensiamo ad esempio a chi soffre di dipendenze patologiche ed è in uno stato di cronicità conclamata. L'uso costante, anche in dosi irrisorie, di psicofarmaci può contribuire notevolmente a mantenere il soggetto in uno stato di compensazione psichica che gli permette, ad esempio, di mantenere una vita sociale dignitosa.


A volte si sviluppa un forte legame mentale con il farmaco, ritenuto una soluzione miracolosa capace di far scomparire il malessere, l'ansia e la sofferenza. Questo vale anche per il metadone, concepito come farmaco antagonista per la dipendenza da eroina ma investito spesso di una funzione totalitaria rispetto alla cura, ed utilizzato anche come stabilizzatore dell'umore.


Il rischio di dipendenza

Il soggetto con un disturbo da dipendenza patologica passerà facilmente da una sostanza all'altra. Poco importa quale, ciò che è fondamentale è che abbia l'effetto di:

  • stordire;
  • annebbiare la mente;
  • eccitare e far sentire il soggetto più forte, più abile socialmente o più prestante sul lavoro o nella vita.


La prescrizione di psicofarmaci è un elemento che va considerato con estrema attenzione, per scongiurare esperienze di guarigione illusoria e di conseguente delusione, che arriva appena il soggetto si rende conto di aver sviluppato una dipendenza da quei farmaci.


Il circolo vizioso della dipendenza

Quando ci si rende conto di essere dipendenti da farmaci si rischia un’interruzione netta e improvvisa della terapia medica, con conseguenze spesso disastrose e possibili ricadute sulla sostanza stupefacente.


Si innesca spesso un circolo vizioso: il paziente capisce di avere una dipendenza e riconosce gli effetti della droga, quindi ricorre nuovamente alle medicine, per poi abbandonarle ancora una volta quando si rende conto di esserne dipendente e così via.

Ben Sweet - Unsplash


Ci sono delle soluzioni?

L’uso di sostanze va assolutamente contestualizzato all'interno della storia di vita della persona. Non è possibile una guarigione dalla tossicodipendenza solo con una terapia farmacologica.

Vale anche in questo caso l'accoglimento di un modello bio-psico-sociale:

  1. bio: la compensazione del soggetto con le terapie indicate, con tempistiche precise rispetto allo scalare degli psicofarmaci e del metadone;
  2. psico: un percorso intenso di psicoterapia; 
  3. sociale: la messa alla prova del soggetto nella società, sostenendolo nella ricerca di un lavoro o, nel caso di soggetti giovanissimi, nel completamento della formazione scolastica.

Serve quindi un lavoro integrato per evitare che gli psicofarmaci diventino un ulteriore problema, anziché una soluzione.


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