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Depressione
5
minuti di lettura

Distimia: il disturbo depressivo persistente

Distimia: il disturbo depressivo persistente
Tatiana Trombetta
Psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
8.1.2026
Distimia: il disturbo depressivo persistente
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La distimia, o disturbo distimico, è definita come una depressione cronica ed è caratterizzata da un tono dell’umore costantemente basso. Il suo decorso è, per natura, cronico. Ma cosa si intende esattamente per distimia e come si distingue dalla depressione maggiore? Continua a leggere per saperne di più.

Distimia: significato e distinzioni

Da un punto di vista etimologico, il significato di distimia si lega al greco e significa letteralmente “avvilimento dell’anima”.

Per definire al meglio la distimia, è utile distinguerla da altri stati emotivi:

  • Eutimia: stato di tranquillità e appagamento.
  • Euforia: "felicità in eccesso" o entusiasmo smisurato, talvolta sintomo di patologie come il disturbo bipolare.
  • Distimia: caratterizzata da un tono dell'umore stabilmente depresso.

È importante anche differenziare la distimia dalla ciclotimia: in quest'ultima, l'umore depresso si alterna a fasi euforiche. Il disturbo distimico, invece, mantiene un tono dell'umore depresso senza queste oscillazioni.

Infine, l'alessitimia – la difficoltà a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni – pur essendo un concetto distinto, può essere associata a vari disturbi psicofisici, inclusa la distimia.

Ketut Subijantu - Pexels

Dati epidemiologici sul disturbo depressivo persistente

La prevalenza della distimia nel corso della vita si aggira intorno al 2-6% nella popolazione generale adulta, con una maggiore incidenza tra le donne rispetto agli uomini.

L’esordio della distimia avviene spesso in età adolescenziale o nella prima età adulta, ma può manifestarsi anche nei bambini e negli anziani. Studi epidemiologici hanno evidenziato che la distimia tende a essere sottodiagnosticata, soprattutto perché i sintomi possono essere interpretati come tratti caratteriali o come una semplice "tristezza di fondo". Questo contribuisce a un ritardo nella richiesta di aiuto e, di conseguenza, a una maggiore cronicizzazione del disturbo.

Il disturbo distimico secondo il DSM-5

Per comprendere cosa significa distimia in psicologia, ricorriamo al Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, secondo il quale il disturbo distimico si caratterizza per un umore depresso cronico, che si manifesta quasi tutti i giorni per almeno due anni negli adulti (almeno un anno nei bambini e adolescenti). I sintomi della distimia, fisici e psicologici, dovranno essere almeno due tra:

Va specificato nella diagnosi se si tratta di distimia con ansia oppure di una distimia reattiva al parto (in questo caso l’esordio è come quello di una depressione reattiva al parto, nota come depressione post partum), o ancora se sono presenti caratteristiche psicotiche, ecc. La depressione maggiore può essere presente prima dell’innestarsi della distimia o comparire durante il disturbo distimico.

Daniel Reche - Pexels

Differenza tra distimia e depressione maggiore

La differenza tra disturbo depressivo persistente (ex disturbo distimico), depressione maggiore e disturbo affettivo stagionale riguarda prima di tutto l’andamento temporale e il pattern dei sintomi.
Nel Disturbo Depressivo Persistente, l’umore depresso è presente per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, per almeno due anni negli adulti (un anno nei più giovani), accompagnato da almeno due sintomi aggiuntivi tra quelli previsti dal DSM-5-TR.

La depressione maggiore, invece, si caratterizza per un episodio ben definito, più intenso ma non necessariamente cronico, la cui durata minima è di due settimane. Quando un episodio depressivo maggiore si protrae per due anni o più e sono presenti i criteri aggiuntivi del disturbo depressivo persistente, la diagnosi appropriata è quest’ultima.

Il disturbo affettivo stagionale, infine, non è una diagnosi a sé, ma uno specificatore applicabile alla depressione maggiore o al disturbo bipolare, quando gli episodi si presentano in modo ricorrente in particolari stagioni dell’anno.

In ogni caso, la valutazione diagnostica spetta al professionista della salute mentale, che integra il colloquio clinico con strumenti standardizzati e specifici test per la depressione. ‍

Diagnosi differenziale della distimia

Distinguere la distimia (o disturbo depressivo persistente) da altre forme di depressione e dai disturbi dell’umore correlati è essenziale per definire un percorso terapeutico adeguato. La diagnosi differenziale si basa principalmente su tre dimensioni: durata, intensità e andamento dei sintomi.

La depressione maggiore si manifesta attraverso episodi clinicamente più intensi, ma delimitati nel tempo. Al contrario, il disturbo depressivo persistente presenta sintomi più lievi ma continuativi per almeno due anni negli adulti (un anno nei bambini e negli adolescenti), con un decorso stabile e cronico.

Nel confronto con il disturbo bipolare, quest’ultimo è caratterizzato dall’alternanza di episodi depressivi e fasi di umore elevato (mania o ipomania), mentre nel disturbo depressivo persistente l’umore rimane cronicamente basso, senza oscillazioni marcate. La ciclotimia, invece, comporta oscillazioni nel tono dell’umore che rimangono al di sotto della soglia della depressione maggiore e della mania.

Per una diagnosi accurata e l’individuazione di eventuali comorbidità, il professionista della salute mentale si avvale di strumenti specifici, come interviste cliniche strutturate e test psicometrici validati.

Le cause della distimia

La distimia (o Disturbo Depressivo Persistente) viene descritta nel DSM-5-TR come una condizione caratterizzata da un umore depresso cronico e persistente. Le sue cause non sono univoche: la ricerca suggerisce un modello multifattoriale, nel quale interagiscono elementi biologici, genetici e ambientali.

  • Fattori biologici
     Alcune persone presentano vulnerabilità temperamentali (come un temperamento depressivo o inibito) o alterazioni nei sistemi neurobiologici coinvolti nella regolazione dell’umore, in particolare nei neurotrasmettitori come serotonina, dopamina e noradrenalina.
  • Fattori ereditari
     La familiarità per i disturbi dell’umore aumenta la probabilità di sviluppare un quadro depressivo persistente. Non si eredita il disturbo in sé, ma una vulnerabilità che può rendere più facile l’insorgenza in presenza di fattori predisponenti o stressanti.
  • Fattori ambientali
     Eventi avversi o traumatici (come lutti precoci, relazioni familiari problematiche, instabilità affettiva), insieme a condizioni di stress cronico, possono contribuire allo sviluppo e al mantenimento della sintomatologia nel tempo.

Emerge, quindi, come risultato dell’interazione tra predisposizioni interne e contesti di vita, più che come effetto di una singola causa isolata.

Googledeepmind - Pexels

Le basi neurobiologiche della distimia

Studi di neuroimaging funzionale hanno mostrato specifiche alterazioni cerebrali, in particolare una minore attività in aree cruciali come la corteccia prefrontale e l’ippocampo. Tali strutture sono fondamentali per la regolazione emotiva, la memoria e la gestione dello stress. Queste evidenze suggeriscono che la distimia sia associata a una compromissione dei meccanismi di controllo delle emozioni e della capacità di adattare le risposte allo stress nel tempo.

Dal punto di vista neurochimico, il disturbo è stato associato a disfunzioni nei principali sistemi di neurotrasmissione, in particolare serotonina, noradrenalina e dopamina, che svolgono un ruolo centrale nella modulazione dell’umore, della motivazione e dell’esperienza di piacere. Pur non essendoci un unico “marker” biologico, la letteratura indica che la disfunzione combinata di questi sistemi può contribuire alla persistenza dei sintomi depressivi.

È importante sottolineare che i correlati neurobiologici non escludono l’influenza dei fattori psicologici e ambientali. Al contrario, evidenziano come la distimia sia il risultato di un’interazione complessa tra vulnerabilità biologiche, esperienze di vita e processi cognitivi, rendendo conto della sua tendenza a un decorso cronico e resistente.

Le conseguenze della distimia

Le persone che  soffrono di distimia presentano un rischio più elevato di sviluppare comportamenti di abuso di sostanze, data la frequente associazione tra disturbi depressivi di lunga durata e tentativi di automedicazione attraverso alcool o altre sostanze psicoattive.

Le difficoltà relazionali rappresentano un altro ambito frequentemente compromesso: il tono dell’umore persistentemente basso può tradursi in un calo del desiderio sessuale, una ridotta partecipazione emotiva e un peggioramento della qualità delle relazioni intime. Anche la vita lavorativa e scolastica può risultare compromessa, con cali di rendimento, ridotta motivazione e difficoltà nella gestione dello stress quotidiano.

Nei casi più severi, il disturbo depressivo persistente è associato a un incremento del rischio di ideazione suicidaria e di comportamenti autolesionistici (Biondi & De Michele, 2014), sottolineando l’importanza di un intervento tempestivo, strutturato e orientato alla prevenzione di esiti potenzialmente drammatici.

Distimia: come si cura

Una diagnosi precoce permette di intervenire sui fattori che mantengono il disturbo, migliorando sensibilmente la prognosi.

Il trattamento si avvale principalmente di due risorse:

  • Psicoterapia, in particolare gli approcci basati sull’evidenza come la terapia cognitivo-comportamentale, che costituisce l’intervento di elezione soprattutto per bambini e adolescenti. Questo tipo di terapia mira a modificare schemi di pensiero rigidi e svalutanti, a migliorare l’autostima e a promuovere modalità di coping più funzionali.
  • Farmacoterapia, generalmente con antidepressivi SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) o, in alcuni casi, antidepressivi triciclici (TCA) quando clinicamente indicato.

Sul piano prognostico, uno studio longitudinale (Klein et al., 2006) ha evidenziato un tasso di recupero del 73,9% a dieci anni, con un tempo mediano di remissione di 52 mesi. Questi dati suggeriscono che, nonostante la natura cronica del disturbo, un percorso terapeutico mirato può portare a miglioramenti significativi e a una remissione stabile dei sintomi.

Linee guida internazionali e psicoterapie raccomandate

Le principali linee guida internazionali, come quelle del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) e dell’American Psychiatric Association (APA), raccomandano un approccio integrato per il trattamento del disturbo depressivo persistente. Oltre alla terapia farmacologica, la psicoterapia rappresenta un pilastro fondamentale nella gestione del disturbo.

Tra le psicoterapie più indicate troviamo:

  • Terapia cognitivo-comportamentale (CBT): può aiutare a riconoscere e modificare i pensieri negativi e i comportamenti disfunzionali che alimentano il tono dell’umore basso.
  • Cognitive Behavioral Analysis System of Psychotherapy (CBASP): specificamente sviluppata per la depressione cronica, questa terapia si concentra sulle difficoltà interpersonali e sulle strategie per migliorare le relazioni sociali.
  • Terapia interpersonale (IPT): si propone di rafforzare le competenze relazionali e di gestire i conflitti interpersonali che possono contribuire al mantenimento dei sintomi.

Secondo le linee guida NICE, la scelta della terapia deve essere personalizzata in base alle caratteristiche della persona, alla gravità dei sintomi e alla presenza di eventuali altre condizioni psicologiche o mediche.

Strategie di coping e gestione quotidiana del disturbo depressivo persistente

Affrontare la distimia nella vita di tutti i giorni può essere una sfida, ma esistono strategie pratiche che possono aiutare a gestire i sintomi e migliorare la qualità della vita. È importante ricordare che ogni persona è diversa e che non esiste una soluzione unica per tutti.

  • Stabilire una routine regolare: mantenere orari costanti per il sonno, i pasti e le attività quotidiane può contribuire a ridurre l’imprevedibilità e favorire una maggiore stabilità emotiva.
  • Praticare attività fisica moderata: l’esercizio fisico, anche leggero come una passeggiata quotidiana, può contribuire a migliorare l’umore, anche grazie al rilascio di endorfine.
  • Coltivare relazioni di supporto: mantenere i contatti con amici e familiari, anche quando si ha poca voglia di socializzare, può offrire conforto e ridurre il senso di isolamento.
  • Imparare tecniche di rilassamento: esercizi di respirazione, mindfulness o meditazione possono contribuire a gestire lo stress e a ridurre l’ansia spesso associata alla distimia.
  • Darsi obiettivi realistici: suddividere i compiti complessi in piccoli passi e celebrare ogni piccolo traguardo raggiunto può contribuire ad aumentare la motivazione e l’autostima.

Queste strategie non sostituiscono il trattamento professionale, ma possono rappresentare un valido supporto nel percorso di gestione della distimia.

Come essere d’aiuto a una persona che soffre di umore distimico?

La distimia non dipende dal cattivo carattere della persona che ne soffre, dalla mancanza di volontà, o dalla pigrizia nel reagire a tale condizione. Questo è particolarmente importante per chi vive accanto ad un partner con depressione perché evita di attribuire responsabilità morali a ciò che è invece una condizione clinica

È quindi fondamentale non colpevolizzare, non minimizzare e non giudicare, ma assumere un atteggiamento di comprensione e vicinanza emotiva, proprio come faremmo con una persona che manifesta un disturbo fisico visibile.

Infine, non sottovalutare mai il rischio suicidario ed aiutare la persona ad uscire dall’isolamento, per riprendere pian piano le relazioni sociali.

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