Disturbi alimentari
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Anoressia e bulimia: due facce della stessa medaglia

Anoressia e bulimia: due facce della stessa medaglia
Anoressia e bulimia: due facce della stessa medaglialogo-unobravo
Claudia Tagliaferri
Redazione
Psicoterapeuta Psicoanalitica
Unobravo
Pubblicato il
17.2.2020

Anoressia e bulimia sono le due “sorelle” dei disturbi del comportamento alimentare. I disturbi alimentari sono patologie caratterizzate da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso, che ostacola la salute fisica o il funzionamento psicosociale in modo significativo. In questo articolo approfondiremo le loro caratteristiche. Sebbene siano due disturbi separati e distinti, anoressia e bulimia possono essere considerate variazioni di un unico disturbo, a causa della sovrapposizione di caratteristiche cliniche e sintomi e della frequente oscillazione da un disturbo all’altro.

I principali manuali diagnostici descrivono l’anoressia e la bulimia come:

  • entità separate
  • con specifici criteri diagnostici
  • con ipotesi di cause e meccanismi diversi
  • con indicazioni terapeutiche distinte.

Nella realtà clinica, tuttavia, la suddivisione tra anoressia, bulimia e disturbi alimentari non altrimenti specificati non è così definita e questi quadri clinici possono essere interpretati come variazioni di un unico disturbo, come due facce della stessa medaglia. Prima di capire meglio il perché cerchiamo di comprendere cosa è l’anoressia e cosa la bulimia.


L'anoressia

Il termine anoressia significa letteralmente “mancanza di appetito” (dal greco an-òrexis), sebbene in chi ne soffra la fame sia sempre presente, anche se difensivamente negata per paura di ingrassare.

L’anoressia è un disturbo psicopatologico incentrato sul più o meno pronunciato rifiuto di alimentarsi che porta, spesso in breve tempo, a una cospicua perdita di peso, fino a uno stato limite. Per raggiungere il dimagrimento desiderato, le persone anoressiche possono mettere in atto:

  • condotte di eliminazione come il vomito autoindotto e l’uso di lassativi e diuretici;
  • praticare un eccessivo esercizio fisico, dieta e digiuni.

Il disturbo insorge prevalentemente in giovani donne nel periodo dell’adolescenza e il rapporto maschi femmine è di 1:10.

Tatiana Twinslol - Pexels


La bulimia

L’etimologia della parola “bulimia” deriva dai termini greci boùs, “bue” e limòs, “fame”, cioè “fame da bue”, il che indica le ricorrenti abbuffate dei soggetti che soffrono di questo disturbo, capaci di introdurre fino a 5000 calorie in un solo pasto.

Durante queste abbuffate, l’ingestione del cibo è:

  • vorace;
  • compulsiva; 
  • con scarsa attenzione ai sapori.

Il cibo può essere di varia natura: dolci, pietanze fredde o addirittura ancora congelate. L' “orgia bulimica”, condotta quasi sempre in solitudine, generalmente prosegue finché la persona si sente così piena da stare male, ed è a quel punto che insorgono le condotte di eliminazione per prevenire l’aumento del peso. In altri casi, il peso corporeo è mantenuto mediante l’esercizio fisico esagerato o fasi di digiuno.

Durante le crisi bulimiche gli individui hanno la sensazione di perdere il controllo di sé fino a riferire una sensazione di estraniamento, mentre dopo le crisi subentrano senso di colpa e autosvalutazione. Come l’anoressia, anche la bulimia è prevalente nel sesso femminile con un rapporto maschi femmine di 1:20, ma con un esordio meno precoce, nella tarda adolescenza o prima età adulta.

Andres Ayrton - Pexels

Le due facce della stessa medaglia

L’anoressia e la bulimia sono dunque contrassegnate dalla sovrapposizione di caratteristiche cliniche e di sintomi. Il decorso clinico di questi disturbi e il loro modello di trasmissione all'interno delle famiglie, suggeriscono che i due disturbi non sono del tutto indipendenti, né del tutto sovrapposti.

Diagnosi di anoressia e di bulimia nervosa si riscontrano spesso all’interno della stessa famiglia, suggerendo che questi due disturbi possono condividere le stesse cause. Caratteristica essenziale e comune all’anoressia e alla bulimia è la presenza di un’alterata percezione del peso corporeo e dell’immagine di sé.

Studi e statistiche

Alcuni studi mostrano come il 30-44% dei soggetti con anoressia restrittiva varia nel tempo verso le forme con abbuffate/condotte di eliminazione e che l’insorgenza di queste condotte si verifichi principalmente entro 5 anni. Gli studi mostrano anche una notevole fluttuazione della sintomatologia: dall’anoressia nervosa alla bulimia nervosa e viceversa.

Il tasso di oscillazione dall’anoressia alla bulimia (36%) è più elevato di quello dalla bulimia all’anoressia (27%). I disturbi della condotta alimentare, quindi, non sono stabili. Le manifestazioni comportamentali dell’eccessiva valutazione del peso e delle forme del corpo cambiano con l'aumentare dell'età e della durata del disturbo.

Nelle prime fasi, la maggior parte degli individui ha successo nel mantenere il controllo sul mangiare e riesce a perdere peso, ma con il passare del tempo cominciano a insorgere gli episodi di abbuffate. Il risultato è il recupero di una parte o di tutto il peso precedentemente perso.

Andres Ayrton - Pexels


Modalità relazionali delle persone che soffrono di disturbi alimentari

La sintomatologia alimentare, con il suo alternarsi di digiuni, crisi bulimiche e pratiche di svuotamento, riflette le modalità relazionali di chi ne soffre. Queste persone spesso oscillano tra:

  • il desiderio di una relazione poco differenziata;
  • le angosce di essere inglobate dall’altro, che portano a misure difensive di evitamento e di rifiuto.

Spesso è evidente la contemporanea intolleranza della solitudine e della vicinanza relazionale: entrambe infatti minacciano l’integrità dell’identità della persona. Il rifiuto del cibo assume in alcuni casi il significato di un’affermazione della propria indipendenza volta a stabilire un controllo su di sé. Al contrario, l’alimentazione sregolata, che in alcuni casi assume le forme di una dipendenza come la dipendenza da cibo, sembra rispondere a un tentativo di automedicazione e di riempire un vuoto emotivo.


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