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minuti di lettura

Lo psicologo alimentare

Lo psicologo alimentare
Simona Ciaccio
Psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
6.5.2026
Lo psicologo alimentare
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I disturbi del comportamento alimentare (DCA), oggi definiti anche disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA), rappresentano una forma diffusa di disagio psicologico caratterizzata da un intreccio complesso di fattori eziologici, clinici e prognostici.

I disturbi alimentari rappresentano un’emergenza per la salute mentale e fisica, anche per l’elevato tasso di mortalità. Negli ultimi anni si osserva un esordio sempre più precoce, con rischi maggiori per lo sviluppo psicofisico. Se non trattati tempestivamente, possono cronicizzarsi e, nei casi più gravi, risultare fatali.

L’aumento dell’incidenza dei DCA è accompagnato dallo sviluppo di studi sempre più specifici, orientati a una maggiore comprensione degli stessi. Di conseguenza, la crescente attenzione della comunità scientifica si riscontra anche nella formazione sempre più specialistica per tutte le figure professionali coinvolte nel trattamento di questi disturbi, come lo psicologo alimentare.

In questo articolo scopriremo di più su questa figura, ponendo l’attenzione sull’importanza di una formazione specifica al fine di offrire un trattamento clinico che sia adeguato alla complessità dei DCA e, soprattutto, alle caratteristiche peculiari della persona che chiede aiuto.

Chi è lo psicologo alimentare

Lo psicologo del comportamento alimentare è un professionista a cui rivolgersi in caso di manifestazioni sintomatiche proprie dei disturbi alimentari. È un riferimento anche in presenza di difficoltà nel rapporto con il cibo, anche in assenza di sintomi psicopatologici strutturati.

In queste situazioni è fondamentale elaborare una diagnosi che sia tempestiva e, al contempo, in grado di definire le caratteristiche del funzionamento psicologico della persona che chiede aiuto. Questo consente di individuare il percorso psicoterapeutico più idoneo, nel rispetto delle differenze individuali.

cottonbro – Pexels

Il processo diagnostico nei disturbi alimentari

La complessità del processo diagnostico deriva dalla multifattorialità che caratterizza i DCA, sia dal punto di vista psicologico sia da quello fisico, soprattutto quando è presente una comorbilità psichiatrica.

Per esempio, Bulik et al. (1997) hanno individuato in un gruppo di pazienti con anoressia nervosa e con bulimia la presenza di disturbi d’ansia precedenti l’insorgenza di sintomi alimentari, con una percentuale rispettivamente del 90% e del 94%. Da qui, l’importanza di porre particolare attenzione alla persona nella sua totalità, alla sua storia personale e familiare, e non solo ai sintomi riguardanti il rapporto con il cibo (Antonini A., 2018).

È quindi fondamentale che il processo diagnostico includa la comprensione della struttura di personalità della persona, ovvero il suo funzionamento pre-morboso, la presenza di comorbilità e il contesto sociale, con particolare attenzione alla costellazione familiare in cui si inserisce la sua personalità.

Lo psicologo alimentare può far riferimento alle categorie diagnostiche del DSM-5-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), che prevedono criteri precisi basati sull’osservazione fenomenologica dei sintomi. Il PDM-2 (Manuale Diagnostico Psicodinamico) propone inoltre una lettura dell’esperienza soggettiva associata ai DCA, favorendo un’analisi più approfondita della sofferenza della persona.

Assessment e strumenti di valutazione

La fase di assessment prevede l’utilizzo del colloquio clinico per l’anamnesi personale e familiare, partendo dal racconto della storia di vita e delle tappe più importanti che hanno definito la persona. Lo psicologo del comportamento alimentare si focalizza anche sulla “familiarità” di DCA e di disturbi psichiatrici nella costellazione familiare, e indaga la presenza o assenza di eventi significativi e di possibili traumi psicologici.

L’analisi della personalità può essere completata con l’utilizzo di questionari e di test sui DCA standardizzati, che aiutano a raccogliere informazioni sul funzionamento della persona e sulla sua esperienza soggettiva. Tuttavia, è importante ricordare che l’efficacia di questi strumenti dipende dalle conoscenze scientifiche e dalle competenze del professionista, oltre che dalla capacità di integrare tutte le informazioni raccolte.

Diagnosi differenziale e complessità clinica

Lo psicologo del comportamento alimentare dovrebbe avere una particolare sensibilità nel processo di diagnosi differenziale, cioè essere in possesso di competenze cliniche orientate all’osservazione e all’eventuale identificazione di sintomi che potrebbero ricondurre ad altre forme di sofferenza psicologica.

Lo spettro dei DCA può infatti essere accompagnato da differenti quadri psichiatrici come depressione, disturbi d’ansia o disturbi di personalità. È importante comprendere se l’inanizione osservata sia una conseguenza diretta di una riduzione dell’assunzione di cibo, oppure se rappresenti l’effetto di una diversa condizione medica o psichiatrica.

Per descrivere meglio la complessità della diagnosi che grava sulle spalle di uno psicologo del comportamento alimentare, riportiamo le parole di Hilde Bruch, psichiatra esperta nel trattamento dell’anoressia:

“[...] nelle mie prime formulazioni, indicavo tre caratteristiche tipiche del disturbo anoressico: una falsa percezione del proprio corpo, una confusione circa le proprie sensazioni corporee e un senso onnicomprensivo d’incapacità. Ora sono incline a considerare queste caratteristiche sotto un’etichetta più ampia, cioè come espressione di un concetto di sé deficitario [...]”.

L’osservazione clinica di Bruch ha trovato riscontro in ricerche successive: inizialmente si ipotizzava che i disturbi di personalità rappresentassero un fattore di rischio nell’insorgenza di condotte alimentari disforiche, mentre concettualizzazioni più recenti suggeriscono che i DCA possano modificare direttamente alcuni aspetti della personalità, anche attraverso l’azione fisiologica e chimica che l’assenza di sostanze nutritive può causare al cervello.

Jane TD – Pexels

Psicologia e alimentazione: il benessere passa anche dal cibo

I disturbi dell’alimentazione rappresentano una condizione clinica sempre più attuale, in parte legata ai rapidi cambiamenti sociali e culturali e al bombardamento mediatico di immagini che propongono canoni di bellezza rigidi. Sebbene si parli spesso di anoressia nervosa e bulimia, la ricerca ha ampliato lo spettro dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Il DSM-5 ha introdotto, ad esempio, il disturbo da binge-eating, che si distingue dalla bulimia per l’assenza di condotte compensatorie (Marcus & Wildes, 2014), insieme ad altre condizioni cliniche.

Il rapporto tra alimentazione e psicologia è complesso e presente fin dalla nascita. Il cibo non riguarda solo il nutrimento, ma anche la relazione con il caregiver e la costruzione dell’identità. Nella pratica clinica emergono spesso vissuti di ansia legati all’alimentazione, come difficoltà nel seguire diete o disagio durante i pasti. In questi casi, il comportamento alimentare può diventare una modalità di espressione del malessere emotivo.

L’alimentazione assume quindi un significato simbolico, intrecciato con emozioni e relazioni. Un elemento centrale è l’immagine corporea, connessa sia alla percezione di sé sia allo sguardo degli altri. Nei DCA si osserva spesso un’eccessiva preoccupazione per il peso e una percezione distorta del corpo, influenzata anche dal contesto socio-culturale, in particolare da media e famiglia (Field et al., 1999).

L’esposizione a modelli estetici irrealistici può favorire diete restrittive, anche se la vulnerabilità varia in base a fattori individuali come autostima e struttura di personalità. La distorsione dell’’immagine corporea può persistere anche dopo la remissione dei sintomi, aumentando il rischio di ricadute (Garner et al., 1987). Questo evidenzia la complessità dei meccanismi alla base dei disturbi alimentari e la necessità di percorsi di trattamento personalizzati.

Come aiutare chi ha un disturbo alimentare

Dinanzi a un sospetto disturbo del comportamento alimentare, è importante procedere con cautela, prestando attenzione a tutti i fattori coinvolti. È fondamentale avere consapevolezza della propria esperienza professionale e agire con sincerità deontologica ed etica rispetto alle competenze a disposizione.

Avere la possibilità di confrontarsi con colleghi, ad esempio in supervisione permanente, può essere molto utile non solo per condividere esperienze, ma anche per esercitare uno sguardo più ampio e attento.

Inoltre, la collaborazione con un’équipe di professionisti è di vitale importanza per sostenere il processo diagnostico, soprattutto in caso di comorbilità. La multidisciplinarietà è necessaria, in particolare per il coinvolgimento di medici psichiatri, nutrizionisti e altri specialisti, a seconda delle esigenze specifiche. È stato evidenziato che il trattamento per i disturbi alimentari risulta più efficace quanto più tempestivamente il paziente ha accesso alle cure.

È quindi necessario procedere con una prima valutazione psicodiagnostica, attraverso la raccolta anamnestica e l’eventuale utilizzo di test che aiutino a definire in modo più preciso il funzionamento mentale della persona. La valutazione psicodiagnostica assume rilievo sia dal punto di vista categoriale che funzionale, per individuare il percorso di cura più idoneo alle caratteristiche della persona che chiede aiuto, ricordando che ognuno è unico e irripetibile, anche nell’espressione della propria sofferenza.

Lo psicologo alimentare dovrebbe inoltre avere una visione del contesto di vita della persona, sociale, culturale e soprattutto familiare, per individuare sia i fattori di rischio sia le risorse. Di solito, il trattamento dei DCA prevede anche il coinvolgimento dei familiari, specialmente nel caso di bambini e adolescenti.

I disturbi del comportamento alimentare sono fonte di sofferenza sia per chi manifesta i sintomi sia per i familiari. Questi ultimi possono provare frustrazione, paura, ansia e impotenza di fronte alla sofferenza del proprio caro. In questo contesto, lo psicologo alimentare può offrire uno spazio di ascolto e supporto, spiegando le caratteristiche dei DCA e fornendo indicazioni su come comunicare e relazionarsi con la persona che ne soffre. Se necessario, può proporre anche un percorso di terapia individuale ai familiari.

Lo psicologo assume quindi il ruolo di “facilitatore” nella comunicazione tra familiari e paziente, sostenendoli nell’assunzione di responsabilità come agenti attivi nel processo di cura. La famiglia diventa così una risorsa preziosa per favorire il benessere psico-fisico della persona e ridurre il rischio di ricadute, evitando la ripetizione di modelli relazionali disfunzionali che potrebbero, inconsapevolmente, sostenere il sintomo.

Panoramica aggiornata dei disturbi alimentari: oltre anoressia e bulimia

Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare (DCA), spesso si pensa subito ad anoressia nervosa e bulimia nervosa. Tuttavia, la ricerca clinica e diagnostica ha identificato negli ultimi anni una gamma più ampia di condizioni che meritano attenzione.

Oltre ai disturbi più noti, esistono altre forme di disagio legate al rapporto con il cibo, tra cui:

  • Disturbo da binge-eating (BED): caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffate senza comportamenti compensatori regolari, come il vomito autoindotto. È uno dei disturbi più diffusi e può colpire persone di ogni età.
  • ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder): si manifesta con una restrizione alimentare significativa non motivata da preoccupazioni per il peso o la forma del corpo, ma da avversioni sensoriali, paura di soffocare o altre ragioni. Colpisce spesso bambini e adolescenti, ma può persistere anche in età adulta.
  • Ortoressia nervosa: non ancora riconosciuta ufficialmente nei principali manuali diagnostici, si riferisce a una preoccupazione eccessiva per l'alimentazione "sana" che può portare a restrizioni alimentari severe e a un impatto negativo sulla qualità della vita.
  • Pica: consiste nell'ingestione persistente di sostanze non commestibili (come terra, carta o gesso), più frequente nei bambini ma possibile anche negli adulti.
  • Disturbo di ruminazione: caratterizzato dalla ripetuta rigurgitazione di cibo che può essere rimasticato, sputato o deglutito nuovamente.

Riconoscere la varietà dei disturbi alimentari è fondamentale per favorire una diagnosi precoce e un trattamento mirato.

Alex Green - Pexels

Tecniche terapeutiche per i disturbi alimentari

Il trattamento dei disturbi alimentari richiede un approccio personalizzato, che tenga conto delle caratteristiche individuali e della complessità del quadro clinico. Negli ultimi anni, sono state sviluppate e validate diverse tecniche terapeutiche specifiche per i DCA.

Tra le più utilizzate troviamo:

  • CBT-E (Cognitive Behavioural Therapy – Enhanced): una forma avanzata di terapia cognitivo-comportamentale, specificamente progettata per i disturbi alimentari. Aiuta a identificare e modificare i pensieri disfunzionali legati al cibo, al peso e all'immagine corporea, promuovendo comportamenti alimentari più sani.
  • DBT (Dialectical Behaviour Therapy): inizialmente sviluppata per il trattamento dei disturbi di personalità, la DBT si è dimostrata efficace anche nei DCA, in particolare quando sono presenti difficoltà nella regolazione emotiva. Si concentra sull'insegnamento di abilità per gestire le emozioni intense e ridurre i comportamenti impulsivi.
  • Terapia dinamica breve: si focalizza sull'esplorazione delle dinamiche inconsce che possono contribuire al disturbo alimentare, come i conflitti emotivi o le difficoltà relazionali. Può essere particolarmente utile per chi presenta una storia di traumi o relazioni familiari complesse.

Nella pratica, lo psicologo alimentare può proporre esercizi come:

  • Diario alimentare ed emotivo: annotare ciò che si mangia e le emozioni associate ai pasti può aiutare a riconoscere i legami tra stati d'animo e comportamenti alimentari.
  • Ristrutturazione cognitiva: lavorare insieme per identificare e mettere in discussione pensieri rigidi o negativi su sé stessi e sul cibo.
  • Tecniche di mindfulness: imparare a prestare attenzione al momento presente, anche durante i pasti, può favorire una relazione più consapevole e meno giudicante con il cibo.

La scelta della tecnica più adatta viene sempre valutata insieme alla persona, considerando la sua storia, le sue risorse e le sue preferenze.

Come migliorare il rapporto con il cibo

Anche se il supporto di uno specialista è fondamentale nei casi di disturbi alimentari, esistono alcune strategie che chiunque può iniziare a mettere in pratica per favorire un rapporto più sereno con il cibo e con il proprio corpo.

Ecco alcuni suggerimenti utili:

  • Ascolta i segnali del corpo: prova a distinguere la fame fisica dalla fame emotiva, chiedendoti se hai davvero bisogno di mangiare o se stai cercando conforto.
  • Evita il giudizio: cerca di non etichettare i cibi come "buoni" o "cattivi". Tutti gli alimenti possono avere un posto in una dieta equilibrata.
  • Mangia con consapevolezza: dedica tempo ai pasti, assaporando ogni boccone e prestando attenzione alle sensazioni che provi.
  • Sii gentile con te stesso: se ti capita di mangiare più del previsto o di sentirti in colpa, ricorda che il percorso verso un rapporto sano con il cibo è fatto di piccoli passi e di comprensione.
  • Cerca il confronto: parlare delle proprie difficoltà con una persona di fiducia può aiutare a sentirsi meno soli e a trovare nuove prospettive.

Questi consigli non sostituiscono in alcun modo un percorso terapeutico, ma possono rappresentare un primo passo verso una maggiore consapevolezza e benessere.

Affrontare le difficoltà legate al rapporto con il cibo richiede coraggio, ma non sei solo/a. Ogni percorso merita ascolto e un supporto professionale adeguato. Se senti che il tuo benessere psicologico è influenzato dall’alimentazione, oppure se vuoi semplicemente migliorare la relazione con te stesso e con il cibo, un percorso con uno psicologo alimentare può fare la differenza.

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