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Alimentazione
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Ricovero per anoressia: quando diventa necessario e perché fa paura

Ricovero per anoressia: quando diventa necessario e perché fa paura
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
4.2.2026
Ricovero per anoressia: quando diventa necessario e perché fa paura
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I disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono patologie complesse che coinvolgono la relazione con il cibo, il corpo e l’autostima.

Anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder) e altre presentazioni (per esempio i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione con altra specificazione o non specificati, OSFED/UFED) sono tra le principali manifestazioni di questi disturbi.

Parlare di ricovero può suscitare timori e preoccupazioni, ma è importante ricordare che, in alcuni casi, rappresenta una misura di protezione e cura indispensabile.

Di seguito esploreremo quando il ricovero diventa necessario e come si svolge, ricordando che ogni situazione è unica e richiede una valutazione clinica individuale.

Paloma Gil - Pexels

Quando il ricovero per un DCA diventa necessario

Comprendere il momento in cui un ricovero diventa necessario è fondamentale per proteggere la salute e la vita della persona.

In generale, può rendersi indispensabile quando il rischio fisico o psicologico è elevato, quando la gestione a casa non è più possibile o quando i percorsi ambulatoriali si sono rivelati insufficienti.

Alcuni segnali che possono allertare familiari, partner o amici sono:

  • isolamento sociale e ritiro dalle attività quotidiane;
  • rigidità estrema nelle abitudini alimentari;
  • bugie ricorrenti sul cibo e sulle quantità ingerite;
  • rituali ossessivi legati al pasto;
  • esercizio fisico compulsivo e fuori controllo;
  • perdita di peso drastica e rapida;
  • svenimenti, debolezza e segni visibili di malnutrizione.

Questi segnali, soprattutto se compaiono insieme o peggiorano rapidamente, meritano attenzione e una valutazione professionale.

La presenza di comorbilità come depressione, ansia, autolesionismo o abuso di sostanze può aumentare il livello di rischio e rendere ancora più urgente l’intervento ospedaliero.

Segnali di urgenza: quando chiedere aiuto subito

I segnali di emergenza sono campanelli d’allarme che richiedono un intervento immediato: se ne noti uno, è importante agire subito e chiedere aiuto medico.

Tra gli indicatori più critici c’è un IMC (Indice di Massa Corporea) molto basso: è un numero che mette in rapporto peso e altezza e che i medici usano anche per valutare il rischio fisico.

Nelle raccomandazioni del Ministero della Salute per il Pronto Soccorso (“Codice Lilla”), pensate per riconoscere e gestire le urgenze legate ai disturbi alimentari, il rischio clinico viene considerato “alto” con IMC < 16 e “altissimo” con IMC < 14.

Si indica inoltre che un intervento medico d’emergenza va preso in considerazione se IMC < 13, perché può orientare verso la necessità di una gestione urgente e di un possibile ricovero (Ruocco et al., 2018).

Altri segnali di urgenza includono:

  • svenimenti ricorrenti;
  • segni di disidratazione: bocca secca, pelle poco elastica, urine scure;
  • battito cardiaco molto lento (bradicardia);
  • confusione mentale o stato di coscienza alterato;
  • dolore toracico.

Il vomito autoindotto e l’uso eccessivo di lassativi o diuretici possono causare scompensi elettrolitici potenzialmente fatali.

Anche il rischio suicidario o autolesivo rappresenta una situazione di emergenza in cui il ricovero può essere salvavita.

In situazioni non critiche, rivolgiti al medico di base, alla guardia medica o ai centri specializzati per i DCA, mentre in caso di emergenza, è necessario chiamare il 112/118 o recarsi al pronto soccorso.

Affrontare il discorso con chi sta male può essere difficile, per cui è importante evitare ricatti, commenti sul corpo o litigi, ma prediligere frasi di reale interesse per l’altro, come: “Sono preoccupato per la tua salute”, “Credo che parlare con un professionista possa aiutarti”, “Non sei solo: ci sono persone pronte ad aiutarti”.

Anoressia: peso limite e criteri di rischio

L’anoressia è un disturbo complesso che non si può ridurre a un numero sulla bilancia: non esiste infatti un peso limite oltre il quale scatta automaticamente la gravità o il ricovero.

Anche se le indicazioni del DSM-5-TR sulla gravità (per anoressia, bulimia e disturbo da binge-eating) si basano su indicatori come l’IMC negli adulti (e misure di peso atteso/andamento di crescita nei minori) o sulla frequenza di abbuffate/condotte compensatorie, questielementi da soli possono suggerire una maggiore severità clinica, ma non sono criteri di emergenza né regole automatiche per il ricovero (Ruocco et al., 2020) .

Come abbiamo accennato in precedenza, per capire davvero quanto la situazione sia urgente, i clinici mettono insieme più segnali: l’indice di massa corporea (IMC o BMI), la percentuale di peso atteso per età e altezza, i parametri vitali, tra cui battito cardiaco e pressione, gli esami del sangue, con particolare attenzione a elettroliti e glicemia ed eventuali segni di sofferenza cardiaca o metabolica.

Nelle persone minorenni, la malnutrizione può avere un impatto devastante sulla crescita, sullo sviluppo puberale e sulle funzioni cognitive, tanto che anche una perdita di peso apparentemente modesta può essere pericolosa in questa fascia d’età.

Il ricovero può essere necessario anche in situazioni in cui, dall’esterno, il problema non sembra così grave, soprattutto se si verificano negazione della malattia, rifiuto delle cure ambulatoriali e un rapido peggioramento. In questi casi, un intervento tempestivo può fare la differenza.

Dove recarsi: ricovero per anoressia e altri DCA

Se stai cercando aiuto per un DCA , è utile sapere che esistono diversi livelli di cura: dal supporto ambulatoriale, che prevede incontri regolari con i professionisti fino a percorsi più intensivi, come il day hospital o il ricovero.

La scelta del percorso più adatto non dipende solo dal peso o dall’alimentazione, ma da un insieme di fattori personali e clinici, tra cui l’età, l’intensità dei sintomi all’inizio e se insieme al DCA ci sono anche altre difficoltà psicologiche, come ansia o depressione.

In uno studio statunitense del 2024 su 1.971 adolescenti con disturbi dell’alimentazione seguiti in percorsi di cura ad alta intensità, proprio la presenza di questi aspetti (oltre alla diagnosi principale) è risultata tra i fattori che più hanno previsto quanto cambiavano i sintomi durante il trattamento (Reilly et al., 2024).

Qui di seguito vengono elencati i principali luoghi in cui recarsi:

  • Pronto soccorso: per le emergenze mediche acute, come svenimenti, squilibri elettrolitici, rischio suicidario
  • Reparto ospedaliero: per la stabilizzazione clinica in fase critica
  • Day hospital: trattamento intensivo senza pernottamento, utile per situazioni gravi ma non critiche
  • Struttura residenziale: continuità terapeutica 24 ore su 24, indicata per casi complessi o ricorrenti
  • Ambulatorio: follow-up, psicoterapia e supporto nutrizionale a lungo termine

Per orientarsi, è possibile rivolgersi ai centri DCA territoriali tramite ASL, ai Centri di Salute Mentale (CSM) per adulti o ai servizi di neuropsichiatria infantile per adolescenti.

L’accesso avviene solitamente tramite invio del medico curante e prevede una valutazione multidisciplinare e il percorso può essere attivato tramite il Servizio Sanitario Nazionale, che prevede tempi variabili e documentazione necessaria, o in regime privato.

Durante la prima valutazione, verranno effettuatiesami ematochimici, un ECG, colloqui approfonditi e la definizione del livello di cura più adatto.

La scelta di prediligere un centro specializzato può fare la differenza nel garantire un approccio integrato e personalizzato.

Polina Tankilevit - Pexels

Paure, vergogna e paura del giudizio

L’idea di un ricovero per DCA può attivare emozioni forti e complesse.

È comprensibile sentire paura di perdere il controllo, di ingrassare, di essere giudicati. A volte si prova rabbia, altre volte sollievo, altre ancora un’ambivalenza difficile da spiegare.

Pensieri come “sto esagerando” o “è solo un capriccio” sono frequenti e possono riflettere lo stigma che circonda i DCA.

Non significano che tu stia “inventando” o che non meriti aiuto: un DCA è una malattia curabile e chiedere aiuto è un atto di coraggio, non un errore. La privacy è un tuo diritto: puoi scegliere a chi raccontare del ricovero, tutelandoti a scuola e al lavoro.

I confini sono importanti quanto la richiesta di supporto.

Ricovero volontario, TSO e ricovero coatto: cosa sapere

Le persone con disturbi alimentari possono essere ricoverate in due modi: con il loro consenso (ricovero volontario) o in assenza di consenso (ricovero in TSO).

In quest’ultimo caso si parla di trattamento sanitario obbligatorio (TSO).

Il TSO è una misura eccezionale e viene attuata solo quando c’è una necessità di cure urgenti, la persona rifiuta il trattamento e non esistono alternative extraospedaliere praticabili in tempi utili; in alcuni casi il quadro può essere associato anche a un rischio grave per la persona (o, più raramente, per altri).

Anche in caso di TSO, il paziente ha il diritto di essere informato, di ricevere cure proporzionate e di essere trattato con rispetto e dignità.

Dopo il ricovero, è fondamentale garantire una continuità di cura per prevenire ricadute e favorire un ritorno graduale alla vita quotidiana.

TSO: come richiederlo, durata e dubbi comuni

Il TSO, cioè il Trattamento Sanitario Obbligatorio, è una misura complessa, che prevede diversi passaggi.

In caso di emergenza, è necessario chiamare il 112 o il 118, oppure recarsi al pronto soccorso, mentre in situazioni meno urgenti, è possibile rivolgersi al medico di base, alla guardia medica o ai servizi territoriali, come il Centro di Salute Mentale (CSM).

La procedura inizia con due certificazioni mediche che attestano la necessità del trattamento, dopodiché il sindaco emette un’ordinanza e il giudice tutelare deve ha 48 ore di tempo per convalidare il provvedimento. .

Il TSO ha una durata di 7 giorni, che, se necessario, può essere rinnovata.

Il giorno del ricovero, il paziente viene valutato, sottoposto a triage e ad accertamenti, e poi  assegnato a un reparto.

Nel caso dei minorenni, i genitori o i tutori hanno un ruolo fondamentale nel consenso alle cure, ma può essere coinvolto anche il giudice.

È importante ricordare che il TSO non è una condanna penale e non lascia tracce sulla fedina penale.

Cosa succede durante un ricovero: la cura giorno per giorno

Entrare in un reparto per la cura dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione  può sembrare un salto nel vuoto.

Lo scopo del ricovero è però molto concreto: mettere in sicurezza la salute, bloccare i comportamenti più pericolosi e iniziare un percorso di cambiamento con l’aiuto di un’équipe multidisciplinare.

Per questo motivo, nei primi giorni vengono effettuati controlli medici accurati,tra cui misurazione della pressione e del battito cardiaco, esami del sangue e monitoraggi mirati, in modo da capire come sta reagendo il corpo e intervenire subito su disidratazione, squilibri dei sali minerali o altre complicanze.

La rialimentazione in reparto è graduale e guidata: i pasti sono spesso assistiti e il team è sempre presente, così da non dover affrontare da solo paure e pensieri difficili. Questo serve anche a prevenire la sindrome da rialimentazione, una complicanza che può comparire quando si ricomincia a nutrirsi dopo un periodo di restrizione.

In parallelo iniziano i primi colloqui con i terapeuti nei quali non si parla solo di cibo, ma anche di ansia, immagine corporea e di ciò che si sta attraversando nella propria storia di vita.

La famiglia può essere coinvolta in incontri di psicoeducazione e sostegno, per preparare il rientro a casa.

La durata del ricovero è variabile: dipende dalla gravità iniziale, dalla risposta alle cure e dalla motivazione e impegno al cambiamento.

L’équipe multidisciplinare e i trattamenti più comuni

Il trattamento dei disturbi alimentari è affidato a un’équipe multidisciplinare composta da diversi professionisti: psichiatra, medico internista o medico nutrizionista, psicoterapeuta, dietista, infermieri e, se necessario, specialisti della riabilitazione.

Questo team lavora in modo coordinato per garantire un approccio integrato e personalizzato, con obiettivi condivisi per la salute fisica e il benessere psicologico.

I farmaci possono essere prescritti per gestire sintomi associati come ansia, depressione o insonnia, ma non rappresentano una cura unica per il disturbo alimentare.

Dopo la dimissione: prevenire ricadute e gestire i trigger

Il ritorno a casa dopo un ricovero per DCA è un momento delicato, in cui la persona può sentirsi vulnerabile di fronte al ripristino delle routine quotidiane, alle pressioni esterne e ai trigger emotivi.

Per questo è fondamentale un piano di continuità che preveda follow-up medico-nutrizionali, psicoterapia e, se necessario, un supporto più strutturato, come il day hospital o l’ambulatorio.

In questa fase è importante imparare a riconoscere i trigger più frequenti, come lo stress, i conflitti familiari, il bisogno di controllo o la solitudine.

Allo stesso tempo, può essere utile sviluppare strategie alternative per gestirli, come chiedere supporto, utilizzare tecniche di regolazione emotiva o pianificare i pasti con il team di cura.

I segnali precoci di ricaduta, come il ritorno di pensieri ossessivi sul cibo, la perdita di controllo o l’isolamento sociale, vanno riconosciuti tempestivamente e affrontati senza esitazione, contattando subito il team di riferimento.

Il ruolo della famiglia e del contesto è cruciale: creare un ambiente accogliente, privo di giudizio e capace di rinforzare le abitudini di cura può fare la differenza nel prevenire le ricadute e sostenere il percorso di guarigione.

Ricominciare da sé, un passo alla volta

Un percorso di cura per i DCA può essere complesso e non lineare, ma è importante sapere che il cambiamento è possibile.

Chiedere una valutazione specialistica è  un primo passo verso la guarigione.

Su Unobravo puoi trovare un supporto psicologico online, sia per te che per i tuoi familiari, che ti accompagnerà prima e dopo un eventuale ricovero, garantendo continuità e sicurezza.

Se senti che è il momento di capire quale livello di aiuto sia più adatto a te, parlare con un professionista può fare la differenza.

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