Alimentazione

L’ortoressia: quando mangiare bene ci fa stare male

L’ortoressia: quando mangiare bene ci fa stare male
L’ortoressia: quando mangiare bene ci fa stare malelogo-unobravo
Annapiera Pettinati
Unobravo
Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Servizio di psicologia online
Pubblicato il


Esistono dei punti in comune tra l’ortoressia e i disturbi del comportamento alimentare (DCA) e tra l’ortoressia e i disturbi ossessivo-compulsivi (DOC). L’ortoressia infatti potrebbe essere definita anche come:

“un comportamento disfunzionale basato sia su un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità sia su disturbi del comportamento alimentare, considerandolo come un insieme di “atteggiamenti altamente sensibili nel comportamento alimentare”.

Caratteristiche dell’ortoressia

Condividendo molte caratteristiche dei DCA ed anche dei DOC, l’ortoressia nervosa rappresenta un incrocio tra queste condizioni patologiche.

I soggetti ortoressici, come nell’anoressia e nella bulimia, attribuiscono al cibo un valore  elevato per il mantenimento dell’autostima e del benessere psicofisico, mentre a differenza delle persone con DCA:

  • sono maggiormente focalizzati sulla qualità piuttosto che sulla quantità del cibo ingerito;
  • sono generalmente meno preoccupati del peso corporeo e dell’immagine corporea, ma più di essere in salute.

L’ortoressia può anche configurarsi come disturbo ossessivo e desiderio di controllo ancorato al cibo e alla purezza degli alimenti.

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Pensiero della persona ortoressica

La persona ortoressica ricade in una sorta di circolo vizioso nel quale cerca di ristabilire il proprio ordine e la propria autostima attuando regole eccessivamente rigide.

Queste regole, se trasgredite, creano un senso di colpa molto forte che porta a:

  • irrigidire ulteriormente le regole stesse;
  • trovare un’apparente realizzazione proprio in quegli aspetti della vita dove le regole vedono il loro maggiore sviluppo (regime alimentare, lavoro);
  • tralasciare quasi totalmente la propria sfera privata, personale e affettiva.

Vita sociale della persona ortoressica

I rapporti interpersonali e di coppia vengono spesso incrinati se la persona è convinta che non sono più adatti o convenienti. Questa condizione porta l’ortoressico a:

  • non riuscire a provare un reale appagamento personale;
  • percepire uno stato d’insofferenza e delusione;
  • sentirsi più insicuro.

Si tende, in questo modo, ad isolarsi e a fidarsi tendenzialmente solo delle proprie forze e delle proprie regole. L’ortoressia quindi pur manifestandosi con evidenza nelle abitudini alimentari, riguarda in realtà l’insieme della sfera personale.

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Stile di vita sano o patologico?

Bisogna cogliere con molta attenzione la differenza tra uno stile di vita sano e l’ossessione patologica per un’alimentazione pura, caratterizzata dal pensiero ossessivo e dal comportamento compulsivo. Sarebbe auspicabile differenziare l’ortoressia anche da altri disturbi del comportamento alimentare per quanto riguarda la presenza o meno di pensieri legati al peso, oltre a non confonderla con una teoria alimentare in voga.

Le mode alimentari cambiano continuamente nel corso degli anni. L’interesse per il cibo sano resta comunque un prerequisito necessario per lo sviluppo dell’ortoressia, a partire dal quale si concepisce una vera e propria ideologia, non soltanto alimentare, che finisce per esercitare un potere estremo e guidare completamente il comportamento.

Quando scatta la patologia

Lo spostamento del valore della vita al cibo, a cui è attribuito un ruolo eccessivo nell’organizzazione dell’esistenza, rende l’ortoressia un vero e proprio disturbo, anche se non ancora riconosciuto ufficialmente nei manuali diagnostici.

L’interesse per il cibo sano certamente non è patologico, ma lo diventa quando trascende in:

  • pensieri ossessivi;
  • comportamenti compulsivi;
  • autopunizioni;
  • progressive restrizioni e altre dinamiche tipiche dei disturbi alimentari.

Occorre inoltre tenere presente che l’adozione di regimi dietetici assoluti o privi di fondamento scientifico non indica necessariamente lo sviluppo del disturbo, mentre è maggiormente indicativo il passare facilmente da una “teoria dietetica” all’altra, anche se caratterizzata da princìpi contrastanti rispetto al regime adottato in precedenza.

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Corretta informazione o terrorismo alimentare?

L’ortoressia pone le sue radici anche in un quadro sociologico, in cui tale disturbo rappresenta una risposta soggettiva e sociale ad una cornice alimentare caratterizzata dall’incertezza.

Esiste un intreccio tra dimensioni di influenza socioculturale e psicologiche: pare che questo fenomeno sia presente quasi esclusivamente nella società occidentale e le influenze sui comportamenti tipici del disturbo vengano veicolate per lo più su internet e sui social media.

L’eccessiva attenzione per la qualità degli alimenti nelle società occidentali, quella statunitense in particolare, si è sviluppata in reazione alla diffusione di “cibo spazzatura”, contaminato e dannoso per la salute. In tal senso, può nascere una paura per il cibo, enfatizzata dal bombardamento mediatico sulla bontà di alcuni alimenti “nuovi” ed estranei alla tradizione culinaria occidentale come papaya, zenzero, bacche di goji, e sulla nocività di altri che ci hanno invece accompagnato nella crescita come per esempio lo zucchero.

 

Come riconoscere l’ortoressia?

È necessario sottolineare che, ad oggi, il disturbo non è ancora riconosciuto né menzionato come una diagnosi ufficiale nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Ci sono, tuttavia, diversi criteri per identificare il disturbo ortoressico:

 

  • preoccupazione intensa e persistente per l’alimentazione sana;
  • ansia ed evitamento di cibi non considerati sani;
  • idealizzazione degli effetti benefici dei cibi sani sulla propria salute;
  • presenza di rituali nella preparazione del pasto;
  • compromissione della vita sociale e nelle relazioni interpersonali;
  • malnutrizione;
Polina Tankilevitch - Pexels
  • perdita di peso (anche se le preoccupazioni del peso non sono un tratto dominante dell’ortoressia);
  • eccessivo focus sul cibo sano, dato dal seguire una specifica dieta o teoria alimentare.
  • paure esagerate di ammalarsi in caso di trasgressioni;
  • sensazione di non purezza, sensazioni fisiche negative, ansie e timori;
  • restrizioni dietetiche che aumentano fino a escludere interi gruppi di alimenti.

 


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