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Disturbi del Comportamento Alimentare e autostima

Disturbi del Comportamento Alimentare e autostima
Elena Iannelli
Psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
7.2.2020
Disturbi del Comportamento Alimentare e autostima
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I disturbi della nutrizione e dell'alimentazione (DNA), meglio conosciuti come disturbi del comportamento alimentare, sono un insieme di disturbi psichici in cui il rapporto con l’alimentazione e con il proprio corpo è alterato, tanto da rendere difficile assumere un normale pasto. Inoltre, è presente un’eccessiva e diffusa preoccupazione per il peso e l’aspetto fisico che minaccia l’autostima e il benessere della persona che ne soffre. Ogni anno, il 15 marzo si celebra la giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, con l'obiettivo di diffondere la conoscenza sui disturbi dell'alimentazione e della nutrizione.

In questo articolo approfondiremo gli aspetti principali della relazione tra autostima e disturbi del comportamento alimentare.

Quali sono i Disturbi del Comportamento Alimentare?

La quinta edizione del Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali (DSM 5) inserisce tra i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione:

Anche se sono così suddivisi, secondo diversi studi e in base alla realtà clinica, i disturbi dell’alimentazione possono essere considerati un unico disturbo con manifestazioni diverse da una persona all’altra, ma anche nella persona stessa.

In particolare, secondo questi studi, i disturbi dell’alimentazione condividono la maggior parte delle caratteristiche cliniche come l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo da cui derivano comportamenti alterati tra cui: 

per tenere sotto controllo peso e forma. Tutto questo porta danni alla salute fisica e al funzionamento psicosociale della persona. Inoltre, nei DCA si tende a giudicare il proprio valore quasi esclusivamente in base al peso e alle forme del corpo.

Il ruolo dell’autostima

In questi disturbi la valutazione che la persona fa di sè è centrale. Quando parliamo di autostima ci riferiamo proprio ai giudizi che la persona dà di se stessa. Possono essere giudizi positivi o negativi, che nascono sia da aspetti interiori che dal confronto con l’ambiente e le esperienze che si vivono. L’autostima comunque non è stabile, quindi può essere modificata nel tempo. 

Componenti dell’autostima

L’autostima include il come si è realmente e l’immagine ideale a cui si vorrebbe assomigliare. Se diamo importanza ad un aspetto particolare (ad esempio avere tanti amici) e nella realtà ci percepiamo vicino a questo ideale, probabilmente avremo una buona stima perché avremo una qualità rilevante per noi. 

Mentre se ci sentiamo lontani dall’aspettativa, l’autostima ne risente perché percepiamo la mancanza di una caratteristica importante. Avere una buona stima di sé implica il riconoscere vari aspetti della propria vita su cui basarsi nel giudizio, considerando realisticamente i difetti senza scoraggiarsi e i pregi per sfruttarli al meglio.

Per misurare il proprio livello di autostima è possibile ricorrere a test psicologici validati, come il test sull’autostima di Rosenberg. Per una maggiore comprensione dei risultati, il risultato di questi test andrebbe sempre discusso con un professionista.

SHVETS production - Pexels

L'immagine di sè

Solitamente chi ha un DCA ha un’immagine negativa e influenzata da quanto controllo ha sul peso e sulle forme del corpo. Quindi l’autostima è più bassa e vulnerabile perché è spesso condizionata da un unico fattore: il rapporto col cibo.

Non vengono considerate o riconosciute le risorse che si possono avere e le altre aree della vita che aiuterebbero ad avere una migliore autovalutazione come scuola, lavoro, interessi, relazioni, e in cui invece ci si sente incapaci.

Il pensiero più diffuso può essere: “solo se sono molto magro e controllo la mia alimentazione valgo”. 

Quindi il disturbo alimentare diventa l’unico modo per aumentare l’autostima e sentire di valere.

Bassa autostima come fattore di mantenimento

La bassa autostima è uno dei fattori di mantenimento dei disturbi del comportamento alimentare e contribuisce alle difficoltà della persona.

La valutazione negativa di se stessi infatti è alla base di un’eccessiva valutazione delle forme del corpo, del peso e del controllo dell’alimentazione e ciò spinge la persona verso diete rigide e altri comportamenti di controllo del peso che continuano a mantenere lo schema di autovalutazione negativa. 

Maria Orlova - Pexels

Un percorso psicologico può essere la risposta

Considerando la grande diffusione dei DCA e il forte impatto che hanno sulla vita della persona che ne soffre, è raccomandabile seguire un percorso psicologico, magari con uno degli psicologi online di Unobravo, che possa aiutare a comprendere e gestire la situazione di sofferenza. 

Nella terapia cognitivo comportamentale transdiagnostica si lavora per aiutare la persona ad affrontare i meccanismi del suo disturbo e saper mantenere un peso adeguato. Si interviene, tra le varie cose, sulla bassa autostima per riconoscere il meccanismo alterato di autovalutazione e modificare la visione negativa di se stessi. Allo stesso tempo, si lavora per ridurre l’eccessiva preoccupazione verso il peso, il cibo e le forme del corpo e promuovere altri ambiti secondo cui valutarsi.

Puoi approfondire ascoltando la puntata dedicata alla percezione di sé su Due chiacchiere con Unobravo, il nostro podcast di psicologia.

Se senti di avere difficoltà nell’area dell’alimentazione puoi approfondire con un test di screening come l'Eating Attitude Test, facendoti accompagnare sempre da un professionista della salute mentale per una corretta interpretazione del risultato.  

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A volte il giudizio degli altri diventa anche il nostro

Chiedere un confronto psicologico può essere ancora accompagnato, in alcuni contesti, da stereotipi e giudizi. È una scelta, e scegliere è già un primo passo. Nella stanza, qualunque forma abbia, non servono preparazione né risposte giuste: lo psicologo è lì per accompagnare il colloquio, non per giudicarti, e quello che condividi è tutelato dal segreto professionale.

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Una seduta dura circa 50 minuti. La frequenza non è uguale per tutti: si concorda con il proprio psicologo in base alle esigenze del percorso e della sua sostenibilità nel tempo. È però importante mantenere una certa regolarità: intervalli molto lunghi tra le sedute possono rendere più difficile dare continuità al lavoro terapeutico.

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Altri dubbi comuni li trovi nelle domande frequenti.

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