Relazioni e famiglia

Aiutiamo i bambini a gestire la frustrazione

Aiutiamo i bambini a gestire la frustrazione
Aiutiamo i bambini a gestire la frustrazionelogo-unobravo
Francesca Menchini
Unobravo
Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Servizio di psicologia online
Pubblicato il


In psicologia la frustrazione viene definita come uno stato emotivo che nasce in conseguenza del mancato soddisfacimento di uno scopo, di un bisogno o di un desiderio: emerge ogni volta che il piacere viene negato. 

A nessuno di noi piace sentirsi frustrato e talvolta non vorremmo far sentire in questo modo neppure i bambini. Una paura frequente è che i più piccoli non riescano a gestire le emozioni legate ad una piccola sconfitta o a un nostro “no”. Per questo motivo li lasciamo vincere quando giochiamo con loro o facciamo fatica a dire “questo non si può fare o “questo non puoi averlo”.

Aiutare i bambini a riconoscere e gestire fin dall’infanzia tutte le emozioni, anche quelle ritenute negative, è fondamentale per sviluppare le strategie che gli permetteranno di fronteggiare le sfide della vita adulta.


Come aiutare i bambini a riconoscere le emozioni?

Il noto film d’animazione della Pixar “Inside Out” spiega bene come tutte le emozioni sono necessarie e come anche quelle negative devono essere comprese e manifestate. I bambini vengono spesso educati a non esprimere le emozioni spiacevoli. Quante volte ci capita di dire “dai non piangere”, “non essere triste”, “non arrabbiarti”?. Magari fosse cosi semplice!  Cercare di sopprimere le emozioni non le fa sparire: queste trovano altri canali per esprimersi, scatenando a volte problematiche ben più grandi legate alla disregolazione emotiva


Noi adulti possiamo aiutare i bambini a riconoscere le loro emozioni aiutandoli a verbalizzarle. Frasi come “capisco perché sei triste e mi dispiace, sono triste anch’io per questo”  fanno sentire i bambini compresi e sostenuti e trasmettono il messaggio che anche le emozioni più "brutte" possono essere accettate e gestite.

Imparare a gestire la noia

Aiutare i bambini a riconoscere le proprie emozioni significa aiutarli a trovare soluzioni ai problemi (quelli che ovviamente sono alla loro portata). Possiamo fare un esempio parlando della noia. Spesso, a fin di bene, anticipiamo le richieste dei nostri bambini e organizziamo mille attività per evitare che si annoino.

Lasciare che trovino soluzioni in modo autonomo, invece, permette loro di allenare la creatività e la pazienza. È importante non prendere il loro posto in questa ricerca e dargli la possibilità di sbagliare e riprovare, di mettersi cioè alla prova con il mondo.

Nathan Dumlao - Unsplash


Come insegnare ai bambini ad aspettare?

La difficoltà a tollerare la frustrazione si osserva spesso nell’incapacità di alcuni bambini di rispettare l’attesa. Viviamo in un mondo accelerato, dove con un “click” possiamo avere tutto ciò che desideriamo in breve tempo: questo ha contribuito a farci perdere la capacità di aspettare.

L’attesa ci aiuta nel raggiungimento di un nostro desiderio: sapere e accettare che non si può avere tutto e subito e che per raggiungere determinati obiettivi ci vuole impegno, ci farà persistere più a lungo nello scopo. Il bambino che conquista ciò che desidera con pazienza ed dedizione, rafforza la fiducia in se stesso e incrementa la propria autostima


Quando insegniamo ai bambini ad attendere li aiutiamo ad autocontrollarsi, a riconoscere i bisogni degli altri e rispettarli. Mentre i bambini hanno bisogno di “lentezza”, noi spesso gli chiediamo di correre. L’unico modo possibile per imparare ad attendere è sperimentare l’attesa. Non abbiate paura a dire: “aspetta un attimo, ora non si può”. Non dimentichiamoci poi che i bambini ci osservano e che da noi apprendono come muoversi nel mondo. Sarà difficile per loro rispettare i turni nel parlare se noi per primi, quando noi parliamo con loro, non aspettiamo che finiscano una frase prima di rispondere.

L'importanza di dire "no"

Quante volte, soprattutto con i bambini oppositivi, non siamo riusciti a far rispettare una regola? Spesso noi adulti facciamo fatica a dire “no” per paura di essere ingiusti o troppo severi. Altre volte, a causa di vissuti legati alla nostra esperienza di figli, temiamo che, se frustriamo un suo desiderio, il bambino non si sentirà abbastanza amato. Dire di no è un limite, ma anche un'opportunità.

Grazie a questo limite il bambino impara ad avere dei confini, sperimenta la frustrazione e si “allena” a gestirla. Le regole e i limiti vanno dati fin da subito: i bambini li apprendono e grazie ad essi, man mano che le regole esterne diventano regole interne, imparano ad autoregolarsi.



Giochi per imparare ad attendere

Si possono fare tantissime attività per aiutare i bambini a sviluppare la capacità di attendere. 

Sono consigliati tutti quei giochi che implicano il dover aspettare il proprio turno, utilizzati spesso anche all’interno dei nidi d’infanzia.

Un esempio èLa cesta delle sorprese”, gioco che può fare un adulto con due o più bambini. L’adulto estrae dalla cesta, una alla volta, delle scatoline che contengono dei “piccoli tesori”, poi le passa ai bambini per osservarle. Ogni bambino può tenere la scatolina per un po’ e dopo averla esplorata ben bene la passa all’amico vicino, che deve aspettare il suo momento. 


I giochi da tavolo sono un altro esempio di attività utile per migliorare i tempi di attesa dei bambini, offrendo anche la possibilità di creare momenti di condivisione all’interno della famiglia. Anche i puzzles, che richiedono tempo e pazienza per arrivare al risultato finale, sono giochi consigliati.

Marisa Howenstine - Unsplash

Molto utili sono anche tutte quelle attività che richiedono il dover attendere per osservare i risultati, come ad esempio piantare dei semi e curarli fino a quando non germoglieranno e diventeranno delle belle piante. Concludo con le parole di Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia al Dipartimento di Medicina dell’Università di Milano Bicocca:

La capacità di aspettare e farsi aspettative è legata a fantasticare e pensare, non aspettare vuol dire, in pratica, non allenarsi a pensare”.



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