La psicologia studia e conosce numerose forme di attacco al sé. Autolesionismo, disturbi alimentari, dipendenze, fino a forme di auto giudizio e senso di colpa, possono essere inseriti nella lunga lista di fenomeni con cui una persona può attaccare identità, autostima e valore personale. Il senso profondo di queste operazioni che minacciano la coesione del sé, quindi la capacità di sentire integrità, continuità e dignità nel tempo, va individuato nella storia individuale con un lavoro approfondito in ambito terapeutico.
Anche in questo ambito il digitale sembra portare fenomeni nuovi che rappresentano la trasposizione in codice binario e tramite social di fenomeni precedentemente attestati in contesti relazionali e individuali non mediati da uno schermo. Facciamo luce sul fenomeno dell’auto-trolling.
Trolling e auto-trolling: cosa sono?
Agli amanti delle imitazioni satiriche, non sarà sfuggito uno dei personaggi di Maurizio Crozza: Napalm 72. Incattivito, solo, isolato, mammone trae soddisfazione da scrivere insulti e commenti provocatori su internet. Ecco una rappresentazione plastica di un Troll.
Con Trolling si definisce infatti l’attività di interazione con gli altri mediante l’utilizzo di messaggi volutamente provocatori, fuori tema, irritanti o privi di senso.
Il Troll è una figura della mitologia norrena che ha caratteristiche antropomorfe ed è generalmente malvagio. Mentre in inglese il verbo to troll farebbe riferimento al muovere l’esca con l’obiettivo di far abboccare un pesce.
Nelle prime comunità virtuali degli anni ‘90 il termine, probabilmente derivante dall’espressione “trolling for newbies”, si riferiva all’ironica usanza di porre domande, temi e questioni così scontate e conosciute da suscitare attenzione e risposte solo da parte dei nuovi arrivati.
Nel passaggio da comunità fisica a comunità virtuale si assiste a una sorta di gioco di identità che può minacciare in diversi modi i gruppi (diffusione di false informazioni, consigli errati, generazione di tensione, polarizzazione delle discussioni), generando un esercizio di abilità nel selezionare e riconoscere gli utenti che utilizzano la maschera del troll per creare confusione (Donath, 1999).
Nello spazio digitale i confini di azioni che nelle relazioni interpersonali potrebbero essere catalogate come espressione accesa di opinione, scatti d’ira, sfoghi, diventano labili. Non sempre l’intenzione di un commento è quella di scatenare reazioni, di provocare o irritare.
Nel mondo delle tastiere bollenti può però capitare che queste intenzioni vengano individuate anche quando non sono presenti. L’accusa di esercitare un’azione di trolling può essere usata, ad esempio, per screditare una posizione opposta alla propria. Insomma il digitale complica la lettura di alcuni fenomeni.

L'Auto-Trolling è una forma di autolesionismo digitale in cui la persona, spesso adolescente, pubblica falsi insulti attaccandosi allo scopo di ottenere reazioni. Si tratta di un fenomeno registrato come in aumento nel contesto americano con impatto notevole su ideazione suicidaria e tentativi anticonservativi.
Perché ci si autotrolla?
Come per tutti i fenomeni in cui è presente un attacco al sé, anche nell’autotrolling i significati del comportamento sono profondamente individuali e specifici. Inoltre appare opportuno ricordare che un percorso di sostegno psicologico o di psicoterapia può essere il luogo appropriato per dare un senso a fenomeni di questo tipo.
Possiamo provare a identificare alcune spiegazioni del perché ci si autolesiona digitalmente con insulti, commenti sarcastici, oppure si provoca gli altri inserendosi in situazioni che non si riesce a sostenere e in cui si finisce per essere sovrastati da critiche e reazioni.
- Rafforzamento sociale: constatare la vicinanza degli amici nel prendere le difese rispetto agli insulti può rafforzare autostima, resilienza e considerazioni circa il proprio valore.
- Rafforzare la propria simpatia e garantire una sorta di intrattenimento per gli altri.
- Esprimere emozioni negative che possono derivare da disagi e sofferenze psicologiche, stress o rifiuto sociale.
Questi elementi sono attestati in letteratura come dimostra il lavoro di Patchin & Hinduja (2017).
Evanna Lynch, attrice che interpreta Luna Lovegood in Harry Potter, ha rilasciato un’interessante intervista al Sunday Times Magazine parlando sia del suo disturbo del comportamento alimentare che del periodo in cui si attaccava tramite l’autotrolling. Leggere commenti cattivi su di sé dava quasi un senso di soddisfazione e piacere, alimentando una sorta di dipendenza dalle critiche circa il proprio aspetto fisico.
In questo fenomeno sembra essere maggiormente presente la dimensione di attacco al sé sulla base di un disagio di natura psicologica. Il tentativo di colpirsi, come detto, può avere molteplici significati.
- In generale può subentrare una forma di controllo utile a difendere dall’attacco dell’altro. Non potendo evitare che siano altri a ferire, il soggetto potrebbe utilizzare la dinamica autolesiva per “prevenire” e controllare la sofferenza cercando di autoinfliggersela. Si ricostruisce una sorta di identità tra la vittima e l’aggressore.
- Altra dimensione è quella comunicativa: tramite il sintomo si cerca di segnalare agli altri cosa si prova.
- Ulteriore significato può essere rappresentato dal desiderio di essere visti, ascoltati, valorizzati nella propria sofferenza. Sentire gli amici schierati dalla propria parte può alimentare la sensazione di sostegno che il soggetto fatica a percepire diversamente.

La letteratura sembra dimostrare che autolesionismo fisico e quello digitale abbiano cause e motivazioni simili (Erreygers et al., 2022). Inoltre gli attacchi autolesivi digitali sarebbero correlati positivamente con pensieri e comportamenti suicidari. Fenomeni come bullismo e depressione, aspetti come la carenza di sonno sembrano favorire l’autolesionismo digitale.
L’importanza della prevenzione
Fenomeno relativamente recente, ma in forte espansione (come spesso capita per tutto ciò che transita dal reale al digitale). Visto l’impatto sul benessere mentale con l’aumento di rischi circa agiti autolesivi e anticonservativi, è opportuno aumentare il presidio del mondo digitale cercando di intercettare precocemente episodi riconducibili all’autolesionismo digitale. Progetti di psicoeducazione digitale, informazione e promozione della salute da implementare nelle scuole possono essere un valido strumento per contrastare i rischi connessi all’autotrolling.
A livello individuale può essere importante considerare l’opportunità di rivolgersi a un professionista per analizzare all’interno di un percorso terapeutico le motivazioni sottese, gli intenti comunicativi legati a un attacco al sé anche se effettuato nel mondo digitale.




