Durante il ciclo di vita di tutti gli individui, c’è un momento in cui la persona non è più un bambino ma non è ancora un adulto: l’adolescenza. In questo periodo si possono sperimentare sensazioni di smarrimento e confusione, vissuti legati alla costruzione della propria identità. La costruzione di questo nuovo modo di esistere implica la messa in discussione di certezze e identificazioni infantili. Ma cosa accade nell'ambito della disabilità?
Per quanto riguarda la psicologia dell'adolescenza, lo psicoanalista Donald Winnicott descrive questa fase come un atto aggressivo, in cui occorre svincolarsi dal nucleo familiare di origine per conquistare una propria individualità. Così facendo si dà maggiore spazio ai bisogni emergenti, per potersi inserire nel contesto sociale dei pari, che diventa il primario gruppo di appartenenza.
Prendersi cura dei nostri bisogni ha a che fare, probabilmente, con le prime relazioni che abbiamo instaurato nella nostra vita, ovvero quelle con i nostri caregiver. Attraverso gli adulti che se ne prendono cura, i bambini sperimentano l'appagamento dei propri bisogni, tra i quali i bisogni di:
- intimità, affetto e vicinanza
- potersi esprimere liberamente
- sentirsi al sicuro.
Autonomie personali nell’adolescenza
Se per molti adolescenti “normotipici” l’adolescenza può essere un periodo attraversato da sfide e scoperte entusiasmanti, per i ragazzi con disabilità può invece trasformarsi in una fase particolarmente dolorosa e complessa. Anche perché si tratta di una realtà tutt’altro che marginale: nell’anno scolastico 2023/2024, nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, gli alunni con disabilità sono quasi 359.000, pari al 4,5% degli iscritti (Istat, 2025).
Uno degli aspetti cruciali riguarda lo sviluppo delle autonomie personali: quando l’indipendenza non è realmente accessibile, può emergere la necessità di “indossare una maschera”, quella dell’eterno bambino, con il rischio di bloccare il percorso di maturazione alla fase dell’infanzia. Questa fragilità è visibile anche nei dati: il 28% degli studenti con disabilità presenta problemi di autonomia e, tra le difficoltà più frequenti, compaiono il comunicare (21%) e l’andare in bagno (19%), seguite dallo spostarsi (13%) e dal mangiare (8%) (Istat, 2025).
Inoltre, il viaggio della persona adolescente con disabilità presenta tante frontiere. Com’è noto, durante questa fase si gettano le basi per la maturazione affettiva, per la futura identità adulta e per quella sessuale. Affinché questo avvenga, è necessario che si verifichi quella separazione tra genitori e figli fondamentale per costruire il proprio sé di soggetto indipendente. In questo senso, può essere molto importante ricevere un'adeguata educazione affettiva e sessuale.
L'autonomia non è “fare da soli”: autodeterminazione, rischio e responsabilità progressive
Nell’adolescenza con disabilità, l’autonomia non coincide sempre con l’indipendenza totale. Più spesso significa autodeterminazione: poter scegliere, influenzare le decisioni che riguardano la propria vita e sperimentare competenze reali, anche con supporti.
Un criterio utile è distinguere tra:
- Autonomia decisionale: scegliere (vestiti, hobby, amicizie, obiettivi scolastici) e vedere che la scelta produce conseguenze.
- Autonomia operativa: svolgere azioni concrete con strategie, ausili o tempi adeguati (es. gestione del denaro, spostamenti, cura di sé).
- Autonomia sociale: negoziare regole con i pari, dire “no”, chiedere aiuto, gestire conflitti.
Un passaggio delicato è la gestione del rischio. Evitare ogni frustrazione può proteggere nel breve periodo, ma nel lungo può talvolta comunicare: “non sei capace”. L’obiettivo realistico è un rischio graduato e supervisionato: piccoli compiti con margine di errore, feedback chiari e possibilità di riprovare. In adolescenza, questo può contribuire a sostenere identità, autostima e senso di efficacia personale.

Adolescenza e disabilità nel modello bio-psico-sociale (ICF): barriere e facilitatori
In adolescenza, parlare di disabilità solo come “limite individuale” rischia di oscurare ciò che spesso fa davvero la differenza: l’ambiente. L’OMS, con la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF), propone un modello bio-psico-sociale: il funzionamento nasce dall’incontro tra condizioni di salute, fattori personali e contesto (World Health Organization, 2001).
In questa prospettiva, i dati sull’accessibilità scolastica aiutano a comprendere quanto il contesto possa facilitare o ostacolare la partecipazione: solo il 41% delle scuole risulta accessibile per alunni con disabilità motoria, mentre l’accessibilità è indicata al 17% per alunni con sordità/ipoacusia e all’1,1% per alunni con cecità/ipovisione (Istat, 2025).
Questo significa che la stessa ragazza o lo stesso ragazzo può sentirsi competente o “bloccato” a seconda di:
- Barriere fisiche: scale, trasporti, spazi non accessibili riducono le occasioni di autonomia e socialità.
- Barriere comunicative: linguaggio non adattato, assenza di strumenti aumentativi/alternativi, tempi non rispettati.
- Barriere relazionali: pietismo, iperprotezione o stigma possono, in alcuni casi, favorire l’interiorizzazione dell’idea di “non farcela”.
- Facilitatori: ausili, accomodamenti ragionevoli, adulti che “fanno un passo indietro” e pari inclusivi sostengono autodeterminazione e identità.
Leggere l’adolescenza con questa lente aiuta a spostare la domanda da “cosa non riesce a fare?” a “cosa serve perché possa farlo, in sicurezza e con dignità?”.
Il ruolo dei genitori
Il ragazzo con disabilità viene spesso considerato debole e bisognoso di supporto. Questo può dare origine a un legame di cura che rischia di protrarsi troppo a lungo nel tempo e di diventare problematico, perché può impedire alla persona di riconoscere e sviluppare le proprie capacità. In uno scenario simile, può avvenire che ai ragazzi con disabilità venga negata la possibilità di incontrare la sofferenza e l’insuccesso.
Così facendo si eludono quei momenti di passaggio che permettono:
- di mettersi alla prova
- di conoscere le proprie potenzialità e inclinazioni
- di fare i conti con i propri limiti, in quanto qualcuno si è sostituito a loro nelle scelte.
Togliendo la possibilità di esercitare la propria intenzionalità sul mondo esterno, si crea una difficoltà nell’attribuzione di senso della realtà. Inoltre, essere gli agenti attivi delle proprie scelte è un prerequisito fondamentale per la costruzione di un sé autonomo.
Checklist pratica per i caregiver: come promuovere autonomia senza lasciare soli
Promuovere l'autonomia in adolescenza richiede un equilibrio: presenza senza sostituzione. Alcune azioni concrete e osservabili possono aiutare a trasformare l’intenzione educativa in routine quotidiana.
- Offrire scelte reali (non simboliche): se deve scegliere tra due opzioni possibili, la scelta è autentica; se la risposta “giusta” è una sola, diventa controllo.
- Spezzare i compiti in passi: concordare 2–3 step (es. preparare lo zaino) e ridurre l’aiuto solo sul passaggio critico.
- Usare il “se succede X, prova Y”: se si blocca, provare una pausa breve e poi un prompt specifico (“da quale oggetto inizi?”), evitando di fare al posto suo.
- Responsabilità progressive: una responsabilità stabile (es. gestire un farmaco con supervisione, un tragitto, un acquisto) vale più di molte “prove” occasionali.
- Feedback sul processo: rinforzare strategie e impegno (“hai chiesto chiarimenti”, “hai usato l’agenda”), non solo il risultato.
Un indicatore utile: l’autonomia spesso cresce quando diminuiscono le sostituzioni e aumentano le richieste di aiuto mirate (“mi serve questo passaggio”), più che quando il ragazzo resta in silenzio o rinuncia.
Le difficoltà degli adulti
Alla base di questa difficoltà da parte dei genitori vi sono diverse ragioni:
- la paura di dover affrontare un giorno una separazione che non può essere evitata: quella prodotta dalla propria morte
- la paura che altre persone possano non essere in grado di occuparsi al meglio dei propri figli con bisogni così speciali
- il riscontrare la sofferenza nel proprio figlio, che può far emergere forti vissuti di colpa, a volte manifestati in comportamenti compensatori come l’eccessivo accudimento.
Per tali ragioni, diventa fondamentale iniziare nel più breve tempo possibile un lavoro di progettazione sull’autonomia, che possa far sentire il ragazzo capace di scegliere per sé stesso e il genitore comunque partecipe della vita del proprio figlio.

Senso di colpa, iperprotezione e “adultizzazione”: tre trappole emotive frequenti in chi ha un genitore con dipendenza
Molti genitori possono oscillare tra due estremi: proteggere troppo o pretendere troppo. In adolescenza, entrambe le direzioni possono aumentare stress e conflitti, soprattutto quando la disabilità rende più visibili dipendenze e bisogni di supporto.
Tre trappole emotive ricorrenti:
- Iperprotezione: spesso nasce dalla paura (del giudizio, del pericolo, del futuro). Il messaggio implicito può diventare “il mondo è troppo per te”, e in alcuni casi ridurre l’iniziativa.
- Senso di colpa compensatorio: per “riparare” la sofferenza del figlio si possono evitare frustrazioni e regole. Nel tempo, però, questo può indebolire la tolleranza all’attesa e la gestione dei no.
- Adultizzazione precoce: l’adolescente viene trattato come “piccolo adulto” perché “deve cavarsela”, senza accomodamenti. Questo può, in alcuni casi, generare vergogna e ritiro.
Un punto di svolta può essere riconoscere che l’obiettivo non è eliminare la fatica, ma renderla affrontabile: regole chiare, supporti coerenti e aspettative calibrate. Quando l’adulto riesce a tollerare l’ansia del “lasciare spazio”, spesso il ragazzo può sperimentare più competenza di quanto la famiglia immaginasse.
Quando chiedere aiuto: segnali da non minimizzare e percorsi possibili
In adolescenza alcuni segnali di sofferenza possono essere scambiati per una “fase”. Quando c’è una disabilità, il rischio è doppio: attribuire tutto alla condizione (“è normale che sia così”) oppure non vedere il disagio perché la famiglia è già concentrata sugli aspetti pratici.
Può essere utile chiedere supporto psicologico quando compaiono, per alcune settimane, segnali come:
- Ritiro sociale: evita i pari, smette attività gradite, passa molto tempo isolato; può essere un campanello di vergogna, esclusione o altre difficoltà emotive.
- Ansia o umore depresso: irritabilità, pianto, perdita di interesse, pensieri di autosvalutazione; non vanno liquidati come “capricci”.
- Bullismo o stigma: prese in giro, esclusione, cyberbullismo; l’impatto sull’identità può essere anche profondo.
- Conflitti familiari intensi: escalation su regole, autonomia, scuola; può essere utile un lavoro di mediazione e ridefinizione dei ruoli.
I percorsi possono includere: uno spazio individuale per l’adolescente (emozioni, identità, relazioni), un supporto ai genitori (gestione dell’ansia e dell’autonomia) e, quando utile, un lavoro di rete con scuola e servizi. L’obiettivo non è “aggiustare” la persona, ma aumentare benessere e partecipazione.
Disabilità e adolescenza: diritti e inclusione nella vita quotidiana
Parlare di disabilità in adolescenza significa anche parlare di diritti, perché l’inclusione non è un favore: è una condizione per crescere. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD) afferma principi chiave come dignità, non discriminazione, partecipazione e accessibilità.
Nella vita quotidiana di un adolescente, questi principi diventano concreti quando:
- A scuola ci sono accomodamenti ragionevoli e accessibilità, così che l’apprendimento e la valutazione misurino competenze, non ostacoli.
- Nelle relazioni viene rispettata la possibilità di scegliere amicizie, attività e tempi, senza infantilizzazione.
- Nella comunità (sport, trasporti, spazi culturali) esistono condizioni per partecipare davvero, non “a margine”.
- Nelle decisioni che lo riguardano (salute, percorsi educativi, progetti futuri) la sua voce è ascoltata in modo proporzionato all’età e alle capacità comunicative.
Tenere insieme psicologia e diritti aiuta a sostenere un’identità adolescenziale piena: non “malgrado” la disabilità, ma con supporti adeguati e pari opportunità di esperienza.
Scuola, pari e partecipazione: obiettivi concreti di inclusione in adolescenza
In adolescenza, la scuola non è solo apprendimento: è il principale laboratorio di appartenenza, confronto con i pari e costruzione dell’identità; per un ragazzo con disabilità, però, questo percorso può diventare più fragile quando manca continuità nelle relazioni educative. In Italia, infatti, la discontinuità didattica è elevata: il 57% degli alunni con disabilità cambia insegnante di sostegno da un anno all’altro e l’8,4% lo cambia nel corso dello stesso anno scolastico (Istat, 2025). In questo contesto, l’inclusione efficace si vede quando aumenta la partecipazione reale—non solo la presenza in classe—e quando la scuola riesce a garantire stabilità e coerenza nel supporto, così che il ragazzo possa sentirsi riconosciuto, sostenuto e parte del gruppo.
Obiettivi pratici da condividere con docenti curricolari e sostegno possono riguardare:
- Partecipazione sociale: se possibile, almeno un contesto settimanale di interazione scelta (lavoro a coppie, gruppo, laboratorio), monitorando se è reciproca o “assistita”.
- Autonomia organizzativa: uso di agenda, strumenti compensativi, routine per compiti e verifiche; l’adulto supporta la strategia, non sostituisce.
- Comunicazione e accessibilità: consegne chiare, tempi adeguati, materiali fruibili; quando serve, strumenti di comunicazione aumentativa/alternativa.
- Barriere relazionali: osservare episodi di esclusione, infantilizzazione o bullismo e intervenire con azioni di classe, non solo individuali.
Un buon segnale è quando l’adolescente può dire: “a scuola ho un ruolo”, non solo “a scuola ci vado”. La partecipazione può essere un fattore protettivo anche per il benessere psicologico.
L’aiuto della terapia
Il compito dei professionisti della salute mentale con questi ragazzi è quello di supportarli e accompagnarli nelle fasi più complesse di questo lungo e faticoso cammino di cambiamenti in adolescenza, per poi lasciarli liberi di vivere pienamente la propria esistenza adulta. Uno psicologo a domicilio può essere d'aiuto ai pazienti con disabilità impossibilitati a raggiungere fisicamente lo studio del professionista.






