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Salute mentale
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Il ruolo del corpo in psicoterapia: quando il sintomo parla

Il ruolo del corpo in psicoterapia: quando il sintomo parla
Irina Corrado
Psicoterapeuta ad orientamento cognitivo-comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
24.2.2026
Il ruolo del corpo in psicoterapia: quando il sintomo parla
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Nella pratica clinica, soprattutto in medicina generale, è frequente incontrare persone che presentano sintomi fisici senza una spiegazione medica chiara e che non sono consapevoli del possibile legame tra corpo e sofferenza psicologica. In questo senso, i sintomi medicalmente inspiegati (MUS) rappresentano una condizione clinicamente rilevante (Calsius et al., 2016)

La mente può sostenere la convinzione di “stare bene”, mentre il corpo può esprimere segnali di disagio attraverso il sintomo, talvolta prima che l’esperienza emotiva venga riconosciuta consapevolmente.

Come entra il corpo nella stanza dello psicoterapeuta?

Esplorare il corpo può arricchire e ispirare la pratica clinica: insieme alla persona in terapia si possono sviluppare strategie per far emergere la consapevolezza somatica. Nel corso della terapia si insegna ai pazienti ad osservare la relazione tra corpo, pensieri ed emozioni.

Gli interventi possono includere il lavoro sul corpo con l’obiettivo di rendere più flessibili schemi posturali e motori consolidati che possono contribuire al mantenimento di risposte legate a esperienze passate. Ad esempio, piegare le spalle per la paura, con il tempo, può modellare la postura e la struttura del corpo.

Cosa fa lo psicoterapeuta?

Il terapeuta assume il ruolo di osservatore attivo, direzionando costantemente l’attenzione verso il corpo della persona. Si invita il paziente a notare gli indicatori non verbali nel momento in cui emergono. Questo può favorire l’emergere di emozioni che raccontano una storia di cui la persona è spesso inconsapevole.

soheyl dehghani - Unsplash

Uno degli obiettivi della psicoterapia può essere quello di aiutare la persona a “sentire” e dare un nome alle proprie emozioni, riconoscendo nel corpo i segnali legati ai pensieri e agli stati interni e favorendo una comunicazione più chiara e reciproca tra mente e corpo.

Nel percorso terapeutico è possibile esplorare come il corpo possa conservare tracce di esperienze traumatiche, dando origine ad azioni fisiche o sintomi che possono limitare la capacità di essere nel qui e ora.

L’importanza del corpo nella cura del trauma

Le abitudini fisiche del paziente, ovvero ciò che esprime il corpo, consentono di accedere a storie di vita caratterizzate da vissuti problematici, dolorosi o traumatici. I gesti, i movimenti e la postura possono raccontare esperienze traumatiche non ancora elaborate consapevolmente dai pazienti.

Il termine trauma si riferisce a esperienze percepite come minacciose o sopraffacenti per le capacità di adattamento della persona; può essere causato da un evento singolo o da eventi ripetuti e può riguardare situazioni durature o croniche.

In generale, qualsiasi esperienza sufficientemente stressante da generare sensazioni di spavento, pericolo, impotenza o terrore può essere vissuta come traumatizzante.

Un vissuto traumatico, infatti, può lasciare un persistente senso di insicurezza non solo nel mondo esterno, ma anche nel proprio corpo, che talvolta viene percepito come una fonte di pericolo da cui proteggersi o da cui fuggire.

Larm Rmah - Unsplash

Nella cura del trauma, gli interventi centrati sul corpo possono aiutare i pazienti a diventare più consapevoli del proprio corpo, a riconoscere e consolidare una traccia delle sensazioni corporee nella memoria e a utilizzare azioni fisiche che promuovano il benessere.

In questa direzione, durante un programma intensivo basato sulla Body-oriented Mentalization Based Therapy (L-MBT), persone con disturbo da sintomi somatici grave o disturbo neurologico funzionale hanno mostrato un aumento significativo sia della consapevolezza corporea e della capacità di mentalizzazione, con effetti clinicamente rilevanti (Feldmann-Sinnige et al., 2023).

Sicurezza e consenso: come lavorare col corpo senza forzare

Portare attenzione al corpo può essere utile, ma per alcune persone (soprattutto con storie di trauma) può anche risultare minaccioso. Per questo, un approccio “trauma-informed” mette al centro sicurezza, scelta e collaborazione.

  • Chiedere permesso e offrire alternative: “Ti va di notare il respiro o preferisci partire dai piedi?” La scelta può ridurre la sensazione di invasione.
  • Restare sul presente: quando l’attivazione sale, spesso si lavora prima su ciò che accade ora nel corpo, rimandando i dettagli narrativi. Bessel Van Der Kolk (psichiatra) sottolinea come il trauma possa, in alcuni casi, rendere più difficile restare nel presente e sentire il corpo in modo sicuro (Van Der Kolk, 2014).
  • Evitare interpretazioni somatiche rigide: una postura chiusa non “significa” sempre la stessa cosa; si esplora con curiosità (“che effetto ti fa?”) invece di attribuire.
  • Monitorare segnali di sovraccarico: se compaiono segnali come dissociazione, confusione, nausea o panico, può essere utile tornare a risorse e grounding.

In questo modo il corpo può diventare un alleato: non un campo di battaglia da conquistare, ma un luogo da ri-abitare con gradualità.

Finestra di tolleranza: usare il corpo per restare “nel range”

Quando si lavora con il corpo, una bussola clinica utile è la finestra di tolleranza, concetto descritto dallo psichiatra Daniel J. Siegel: indica l’intervallo in cui l’attivazione emotiva è abbastanza alta da essere significativa, ma non così elevata o così ridotta da compromettere integrazione e apprendimento (Siegel, 1999).

  • Iperattivazione: il corpo può andare “su” (tachicardia, respiro corto, agitazione). In seduta può essere d'aiuto rallentare, ampliare l’espirazione, cercare appoggi e confini corporei.
  • Ipoattivazione: il corpo può andare “giù” (torpore, vuoto, sensazione di collasso, difficoltà a parlare). Può essere utile aumentare orienting, movimento minimo (mani, piedi), contatto con stimoli sensoriali non invasivi.

Il punto non è “stare sempre bene”, ma riconoscere precocemente i segnali di uscita dalla finestra e provare a rientrare con strumenti concreti. Questo può aiutare ad affrontare contenuti difficili riducendo il rischio di sopraffazione o riattivazione: il corpo diventa un indicatore di dose e timing del lavoro terapeutico.

Tre tecniche corporee semplici da integrare in seduta

Integrare il corpo non significa fare esercizi complessi: spesso bastano micro-interventi ripetuti, che possono aumentare sicurezza e scelta. L’obiettivo è aiutare la persona a restare in contatto con l’esperienza senza esserne travolta.

  • Orienting (orientamento al qui-e-ora): si invita il paziente a esplorare con lo sguardo l’ambiente, notando colori, forme, distanze, e poi a sentire i punti di appoggio (piedi, schiena). Può essere utile quando compaiono segnali di freezing o “assenza”. Va utilizzato con attenzione, evitando che diventi una modalità di evitamento emotivo.: si usa come ponte, non come fuga.
  • Tracking delle sensazioni: si sceglie una sensazione neutra o moderata (calore, peso, formicolio) e la si descrive con precisione (dove, quanto, che forma). Serve a trasformare un “sto male” globale in informazioni gestibili. Da evitare con sensazioni troppo intense: prima si riduce l’attivazione.
  • Pendolazione tra risorsa e attivazione: si alterna per pochi secondi l’attenzione a una risorsa (un punto stabile del corpo, un ricordo sicuro, un oggetto in stanza) e poi a una piccola quota di attivazione. È coerente con l’idea di lavorare per dosi, tipica degli approcci somatici al trauma (Levine, 2010).

In tutti e tre i casi, la regola è la gradualità: meglio 30 secondi efficaci che 10 minuti che aumentano l’allarme.

Cosa osserva il terapeuta: una checklist di segnali corporei (e domande utili)

L’osservazione clinica del corpo non serve a “interpretare” il paziente, ma a costruire insieme un linguaggio condiviso tra sensazioni, emozioni e significati. Alcuni indicatori non verbali, se notati con delicatezza, possono aiutare a capire quando la persona è nel presente e quando potrebbe stare entrando in uno stato di minaccia.

  • Respiro: superficiale, trattenuto, sospiri frequenti. Domanda: “Cosa noti nel respiro mentre ne parli?”
  • Tono muscolare: spalle sollevate, mascella serrata, mani contratte. Domanda: “Dove senti più tensione, e quanto è intensa da 0 a 10?”
  • Micro-movimenti e irrequietezza: gambe che dondolano, dita che tamburellano, cambi posturali rapidi. Domanda: “Che cosa sta cercando di fare il tuo corpo in questo momento?”
  • Freezing/collasso: immobilità improvvisa, sguardo fisso, voce che si spegne. Domanda: “Ti va di guardarti intorno e dirmi tre cose che vedi, per tornare qui con me?”
  • Iperattivazione: eloquio accelerato, agitazione, sudorazione. Domanda: “Possiamo rallentare e notare cosa succede nel petto o nello stomaco?”

Queste domande funzionano meglio se il terapeuta chiede permesso (“posso portare l’attenzione al corpo?”) e valida l’esperienza, evitando letture definitive (“questo significa che…”).

Meccanismi: perché il corpo può essere importante in psicoterapia

In terapia il corpo non è “un dettaglio” ma può essere una via d’accesso a processi che spesso precedono le parole. Alcuni meccanismi aiutano a comprendere perché lavorare con le sensazioni corporee può, in alcuni casi, favorire maggiore consapevolezza e cambiamento.

  • Processi impliciti e pre-verbali: molte risposte emotive e difensive si attivano automaticamente, prima che la mente costruisca una spiegazione. Il corpo segnala questi passaggi con tensioni, blocchi, accelerazioni.
  • Regolazione del sistema nervoso autonomo: quando siamo in allarme, respiro, battito e tono muscolare cambiano; riportare attenzione e ritmo al corpo può contribuire a un maggiore senso di regolazione. La teoria polivagale di Stephen Porges (neuroscienziato) descrive come i circuiti di sicurezza/minaccia possano influenzare connessione e difesa (Porges, 2011).
  • Memoria procedurale: il trauma può “restare” in schemi di azione (irrigidirsi, compiacere, evitare), talvolta più che in ricordi narrativi; Pat Ogden (psicologa clinica) sottolinea il ruolo delle risposte sensomotorie nella terapia del trauma (Ogden, Minton & Pain, 2006).
  • Interocezione: la capacità di percepire segnali interni (fame, tensione, calore) è spesso associata alla consapevolezza emotiva; Allen, 2020 sottolinea il possibile ruolo dell’interocezione nei processi di consapevolezza emotiva e salute mentale.

Ascoltare il proprio corpo può essere complesso: il supporto giusto può aiutarti

Se ti capita di “stare bene con la testa” ma di sentire che il corpo racconta un’altra storia — tensioni, respiro corto, blocchi o segnali difficili da decifrare — un percorso psicologico può aiutarti a creare un ponte più stabile tra sensazioni, emozioni e pensieri, con gradualità e rispetto dei tuoi tempi. Con Unobravo puoi iniziare un percorso di psicoterapia online con un professionista che può accompagnarti a riconoscere ciò che accade nel qui e ora e a individuare strumenti utili alla regolazione emotiva: inizia il questionario per trovare il tuo psicologo online.

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