Ansia
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La doppia faccia dell’evitamento

La doppia faccia dell’evitamento
La doppia faccia dell’evitamentologo-unobravo
Chiara Di Capua
Chiara Di Capua
Redazione
Psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Pubblicato il



Molto spesso troviamo l'evitamento nei disturbi d'ansia e nelle fobie specifiche: lo scopo per cui lo si mette in atto è quello di evitare a tutti i costi di entrare in contatto con lo stimolo che temiamo. Un esempio che spiega bene questo tipo di meccanismo è la fobia degli aerei: se si avesse paura di volare, sarebbero evitate tutte le situazioni che lo includono l'aereo come mezzo di trasporto.

Il motivo per cui viene utilizzata la strategia dell’evitamento è che abbassa la quota di disagio che si sperimenta di fronte al pericolo. Tuttavia, l'evitamento non fa altro che confermare ripetutamente la necessità di evitare: ogni volta che evitiamo quello che temiamo, confermiamo a noi stessi che non siamo in grado di fronteggiare quell'ostacolo e ciò permette l'instaurarsi di un circolo vizioso che ci farà mettere in pratica sempre più spesso la stessa strategia anche di fronte a stimoli simili.


Evitamento adattivo e disadattivo

A tutti noi sarà capitato di mettere in atto l'evitamento come strategia per sottrarci da qualcosa di spiacevole o pericolo. Il comportamento evitante, infatti, non ha solo una connotazione negativa ma ha anche una ben precisa funzionalità: ci permette di allontanarci da una minaccia reale.

Immaginiamo di essere in una savana, con un leone affamato alle spalle che ci insegue, l'evitamento ci aiuterà a sopravvivere di fronte a morte certa. È un comportamento adattivo di tutto il mondo animale.

L’evitamento diventa disadattivo quando si trasforma in una soluzione che limita le possibilità di esplorazione e produce:

  1. un abbassamento della qualità della vita
  2. la riduzione delle attività
  3. la limitazione della vita sociale.
Karolina Grabowska - Pexels

Questi sono solo alcuni dei criteri che ci indicano che l'evitamento che mettiamo in atto è in realtà disadattivo. Se arriviamo a temere le conseguenze di una decisione o di un'azione, il rischio è quello di arrivare a non scegliere o non agire affatto.

Ciò dipende dallo scenario peggiore che immaginiamo di fronte a quella scelta: più è catastrofico, più eviteremo i passaggi che ci avvicinano a quello scenario, con la conseguenza definitiva di rinunciarci del tutto.

Quando ci sottraiamo a qualcosa che temiamo, traiamo una grandissima gratificazione dall'allontanamento: il livello di ansia si abbassa e ci sentiamo più tranquilli. Questa tranquillità, però, è illusoria: la paura si prende più spazio di quello che merita.


Conseguenze a medio e lungo termine

L’evitamento disadattivo ha delle conseguenze importanti sulla qualità della vita e sulle relazioni:

  • aumenta la paura nei confronti dello stimolo evitato: più le situazioni che spaventano vengono evitate, più aumenterà la paura di trovarsi in quelle stesse situazioni;
  • impoverisce le esperienze di vita: l’evitamento è spesso un modo per affrontare sentimenti depressivi. Si vuole evitare il contatto sociale per non provare senso di inadeguatezza e, inevitabilmente, si limita la propria vita.
  • abbassa l’autostima: evitando una situazione porta a sentirsi incapaci di affrontare gli eventi spiacevoli e che disturbano. Chi utilizza questa strategia, di solito, sottovaluta le proprie capacità di affrontare le cose temute;
  • aumenta il senso di colpa: se si evitano persone e circostanze, alla lunga potrebbero nascere sensi di colpa causati dalla sensazione di non riuscire a dedicare agli altri abbastanza tempo.


Trattare l’evitamento

Quando è disadattivo, l’evitamento abbassa la nostra qualità di vita. Ci sono diverse strategie terapeutiche che mirano alla riduzione dei comportamenti di evitamento, come l’esposizione e l’accettazione.

L’esposizione

L’esposizione è una tecnica della terapia cognitivo-comportamentale che propone alle persone di affrontare ciò che più temono con l’aiuto di un terapeuta. Oggi viene utilizzata in moltissime forme di psicoterapia, in particolare per il trattamento dei disturbi d’ansia ma anche dell’ipocondria, del disturbo dell’immagine corporea e dei disturbi dell’alimentazione.

In particolare, l'Exposure and Response Prevention (ERP) è un protocollo strutturato che consiste nel porre la persona nella condizione di poter affrontare lo stimolo temuto. L'alleanza con il terapeuta risulta fondamentale, così che il paziente possa confrontarsi in sicurezza con le situazioni temute in diversi contesti.


L’ACT

L’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT) è un protocollo che si basa sull'accettazione e sulla mindfulness. È un insieme di strategie di impegno nell’azione, con la conseguenza di una reale ed effettiva modificazione del comportamento. I sei pilastri dell'ACT sono la defusione cognitiva, l'accettazione, il sé come contesto, il contatto con il momento presente, l'azione impegnata e il contatto con i valori.

Questo è un contenuto divulgativo e non sostituisce la diagnosi di un professionista.
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