Sentirsi stanchi è un’esperienza comune, che tutti noi viviamo in certi periodi della vita. Ma cosa succede quando la stanchezza diventa costante, non migliora nemmeno dopo il riposo e comincia a interferire con le attività quotidiane? In questi casi potremmo trovarci di fronte a qualcosa di più complesso: una condizione nota come sindrome da stanchezza cronica (o Chronic Fatigue Syndrome, CFS).
Questa rappresenta una condizione complessa e ancora oggetto di ricerca, ma con caratteristiche ben precise:
- non si risolve con il riposo,
- ha un impatto importante sulla qualità della vita
- coinvolge prevalentemente donne tra i 18 e i 50 anni.
La differenza con una condizione “normale” di stanchezza risiede nella cronicità, nell’impossibilità di ridurre le sensazioni con il riposo e nella presenza di sintomi correlati.
In questo articolo cercheremo di fare chiarezza: vedremo quali sono i segnali da non sottovalutare, le possibili cause e le strategie psicologiche che possono aiutare chi convive con questa condizione. Riconoscere la propria stanchezza – e darle un nome – può essere il primo passo per tornare a sentirsi meglio.
Cos’è la Stanchezza Cronica
Proviamo a definire la sindrome con le parole di Carlo-Stella et al. (2004, p.547):
“Attualmente la patologia è considerata una sindrome, costituita da una costellazione di almeno tre sintomi e/o segni che si ritengono siano collegati tra di loro, ma che non si associano ad un dato diagnostico patognomonico (obiettività clinica, esami di laboratorio o strumentali). Ne consegue che la diagnosi è essenzialmente clinica, basandosi sul riscontro della sintomatologia lamentata dal paziente e/o degli eventuali segni obiettivi che insieme sono ritenuti significativi. La diagnosi è una diagnosi di esclusione di altre cause di stanchezza (per cui la diagnosi differenziale è molto estesa)”
Dati epidemiologici: quanto è diffusa la CFS?
La sindrome da stanchezza cronica (CFS) è una condizione che può colpire milioni di persone in tutto il mondo, anche se la sua reale diffusione è spesso sottostimata a causa della difficoltà diagnostica e della sovrapposizione con altre patologie. Negli Stati Uniti, si stima che tra 836.000 e 2,5 milioni di persone soffrano di ME/CFS, con un costo annuale compreso tra 17 e 24 miliardi di dollari (Bested & Marshall, 2015). Secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), la prevalenza della CFS negli Stati Uniti varia tra lo 0,2% e lo 0,4% della popolazione adulta, con una maggiore incidenza tra le donne rispetto agli uomini (CDC, 2022). In Europa, le stime sono simili, anche se la variabilità nei criteri diagnostici può influenzare i numeri riportati. La sindrome si manifesta più frequentemente tra i 20 e i 50 anni, ma può colpire anche adolescenti e persone più anziane. È importante sottolineare che la CFS può avere un impatto significativo sulla qualità della vita, portando a una riduzione delle attività lavorative, sociali e familiari.
Sintomi della stanchezza cronica: fisici, cognitivi, emotivi
Il primo tentativo di definizione risale al contributo di Holmes e colleghi (1988). La presenza di due criteri maggiori e undici minori non era tuttavia efficace nel ridurre la grande varietà di manifestazioni cliniche e nel permettere la diagnosi. Fukuda et al. (1994) apportarono così delle modifiche. Vennero mantenuti i due criteri maggiori ovvero:
- “nuova insorgenza di stanchezza debilitante, persistente o recidivante, in anamnesi negativa, che non si risolve con il riposo a letto, che riduce le attività quotidiane di almeno il 50% e che dura da almeno sei mesi” (Carlo-Stella et al., 2004, p.547);
- esclusione di altre condizioni cliniche utili a spiegare la sintomatologia (ad esempio malattie oncologiche, autoimmuni, reumatologiche, infiammazioni, malattie psichiatriche, patologie endocrine, neuromuscolari, infiammatorie croniche, tossicodipendenza).
I criteri minori vennero semplificati e individuati nei seguenti:
- febbricola e brividi
- mal di gola
- miastenia (debolezza)
- dolori muscolari e articolari
- cefalee
- turbe del sonno
- stanchezza prolungata dopo esercizio fisico non risolvibile con riposo
- disturbi neuropsicologici come fotofobia (ipersensibilità alla luce), amnesia, irritabilità, confusione mentale, difficoltà nella concentrazione (brain fog o nebbia cerebrale).
Vennero ridefiniti anche i criteri obiettivi nei seguenti senza che, tuttavia la presenza effettiva, sia necessaria per porre la diagnosi:
- febbricola rilevata da un medico
- faringoadenia
- linfoadenopatia cervicale o ascellare.
L’individuazione della sindrome sarebbe resa complicata dal suo non essere patologia isolata, ma associata a sindromi psichiatriche (ansia, depressione, somatizzazioni come la sindrome del colon irritabile) o reumatologiche (fibromialgia) (Carlo-Stella et al., 2004).
Per porre la diagnosi sono necessari i due criteri maggiori e almeno otto di quelli minori. Viste la vastità e l’aspecificità dei sintomi, un’anamnesi accurata è fondamentale.

Il malessere post-sforzo (PEM): un sintomo chiave
Uno dei sintomi più caratteristici e distintivi della sindrome da stanchezza cronica è il malessere post-sforzo (Post-Exertional Malaise, PEM). Si tratta di un peggioramento marcato dei sintomi dopo uno sforzo fisico, mentale o emotivo, anche minimo, che può durare giorni o settimane.
Il PEM si manifesta con:
- Aumento della stanchezza e della debolezza: dopo attività che prima erano ben tollerate, la persona può sentirsi esausta e può avere difficoltà a recuperare con il riposo.
- Peggioramento di altri sintomi: come dolori muscolari, difficoltà cognitive (brain fog), mal di testa o disturbi del sonno.
- Ritardo nella comparsa: spesso i sintomi peggiorano 12-48 ore dopo lo sforzo, rendendo difficile collegare l’attività svolta al malessere successivo.
Il malessere post-sforzo è considerato un criterio centrale nelle linee guida internazionali per la diagnosi della CFS (Institute of Medicine, 2015) e aiuta a distinguere questa sindrome da altre condizioni di affaticamento.
Forme lievi, moderate e gravi: come può presentarsi la sindrome
La sindrome da stanchezza cronica può manifestarsi con diversi livelli di gravità, che influenzano profondamente la vita quotidiana della persona.
- Forma lieve: la persona riesce a svolgere la maggior parte delle attività quotidiane, ma con una riduzione significativa delle energie e la necessità di frequenti pause. Le attività sociali e ricreative possono essere limitate.
- Forma moderata: le attività lavorative o scolastiche risultano difficili o impossibili da mantenere con regolarità. La persona può trascorrere lunghi periodi a riposo e necessita di aiuto per alcune attività domestiche.
- Forma grave: la persona è spesso costretta a letto o a casa per la maggior parte del tempo, con una forte limitazione dell’autonomia. Anche piccoli sforzi possono peggiorare i sintomi in modo marcato.
Questa classificazione aiuta a comprendere quanto la CFS possa variare da individuo a individuo e quanto sia importante adattare le strategie di gestione alle esigenze specifiche di ciascuno.
Cause e fattori psicologici
La varietà di manifestazioni e decorsi ha portato a ipotizzare diverse ipotesi eziologiche.
Stanchezza cronica cause:
- fattori infettivi (infezioni da Epstein-Barr Virus, Mononucleosi, HIV)
- fattori immunologici (valori alterati nell’attività delle cellule Natural Killer e produzione alterata di citochine sono state riscontrate in alcune persone a cui è stata diagnosticata la sindrome)
- fattori neurologici. In questo caso ci potrebbe essere un coinvolgimento dell’Asse dello Stress (ipotalamo-ipofisi-surrene) (Ursini et al., 2010) con una produzione inferiore di cortisolo. Un’altra ipotesi interessante è quella relativa al "Sickness Behaviour”. Infezioni o stress in soggetti predisposti porterebbero alla produzione di citochine pro-infiammatorie. La produzione di queste sostanze determinerebbe sintomi simili a quelli che si riscontrano nella sindrome da Stanchezza Cronica.
Si tratta quindi di una sindrome complessa che abbraccia l’ancora misterioso intreccio psiche-soma. Come spesso osservato in queste situazioni, si riscontrano anche connessioni con cause psicologiche (Ercolani & Razzaboni, 2000).
I principali fattori psicologici alla base della sindrome possono essere:
- lo stress: in tutte le sue diverse forme e manifestazioni, ad esempio in correlazione al lavoro o nella sindrome da burnout;
- sovraccarico mentale ed emotivo: la difficoltà nel riconoscere, elaborare e trasformare emozioni connesse a particolari momenti di vita (relazioni, compiti evolutivi particolari, cambiamenti importanti) può determinare un peso emotivo aumentato e la sensazione di essere sovrastati;
- traumi o lutti di difficile elaborazione: eventi traumatici o luttuosi possono diventare complicati e bloccare la persona nella traiettoria evolutiva del proprio ciclo di vita, generando stagnazione, senso di inadeguatezza o disturbi dell’umore;
- depressione e ansia: la presenza di disturbi ansiosi e di disturbi dell’umore può essere associata alla Sindrome da Stanchezza Cronica;
- stili di vita difficili da sostenere: tendenza al controllo, iperattività, scarso riposo, eccessiva rigidità nello stile cognitivo ed emotivo con cui ci si affaccia alle diverse situazioni, possono favorire l’insorgenza dei sintomi.
Fisiopatologia: cosa può succedere nel corpo nella sindrome da stanchezza cronica?
La fisiopatologia della sindrome da stanchezza cronica è complessa e ancora oggetto di studio, ma negli ultimi anni sono emerse alcune ipotesi che aiutano a spiegare i meccanismi alla base dei sintomi. Per quanto riguarda le alterazioni immunitarie, molte persone con CFS presentano anomalie nella risposta immunitaria, come una ridotta attività delle cellule Natural Killer e un aumento di citochine pro-infiammatorie, che possono contribuire alla sensazione di malessere e affaticamento persistente. Dal punto di vista metabolico, alcune ricerche hanno evidenziato alterazioni nel metabolismo energetico cellulare, con una ridotta capacità di produrre energia a livello mitocondriale (Naviaux et al., 2016). Il coinvolgimento neurologico è stato confermato da studi di neuroimaging che hanno mostrato cambiamenti nella struttura e nella funzione cerebrale, in particolare nelle aree coinvolte nella regolazione dell’attenzione, del sonno e della percezione del dolore. Un ulteriore elemento riguarda il legame con infezioni virali: la CFS può insorgere dopo infezioni virali come la mononucleosi o, più recentemente, in seguito a infezione da SARS-CoV-2 (Long COVID), suggerendo un possibile ruolo dei virus nell’innescare o mantenere la sindrome (Nalbandian et al., 2021). Queste ipotesi non sono esaustive, ma sottolineano come la CFS sia una condizione multisistemica, in cui diversi fattori biologici e ambientali possono interagire. Diversi studi stimano che circa la metà dei pazienti con sindrome post-COVID soddisfa i criteri diagnostici per la sindrome da stanchezza cronica (CFS) (Grach et al., 2023).
Quando preoccuparsi e a chi rivolgersi
La psicoinmunoneuroendocrinologia sta aiutando a svelare la complessità del rapporto tra mente e corpo nella manifestazione di numerose patologie che, apparentemente, non trovano solo nel soma la loro causa e spiegazione.
Numerose sindromi trovano maggiori possibilità di spiegazione in un modello che descrive l’intreccio e la reciproca influenza del fisico e dello psichico. In molte di queste condizioni, il corpo si incarica di dare rappresentazione plastica e incarnata a ciò che la mente fatica a processare ed esprimere in maniera consapevole. I processi di somatizzazione sono sempre più studiati e riconosciuti in numerosi ambiti della medicina.
La complessità di una sindrome come la Stanchezza Cronica richiede di approfondire sintomi e segnali che si collocano al confine tra il mentale e il corporeo. Nello specifico può essere utile prestare attenzione ai seguenti segni:
- presenza di stanchezza e debolezza che non si risolvono con il recupero e il riposo
- perdurare nel tempo dei sintomi e della sensazione di debolezza e stanchezza
- impatto sulle attività quotidiane della stanchezza (riduzione della capacità di lavorare, studiare o di affrontare il tempo libero)
- impatto sull’umore e presenza di ansia: depressione e stanchezza cronica.
In questi casi può essere utile rivolgersi in primo luogo a un medico. Come mette in evidenza l’Istituto Superiore della Sanità nella pagina dedicata alla Sindrome da Fatica Cronica, non è tuttavia da sottovalutare l’importanza del sostegno emotivo nella terapia delle persone che riscontrano il quadro sintomatologico.
Accanto al corpo appare importante prendersi cura anche dell’aspetto mentale. Rivolgersi a un professionista psicologo o psicoterapeuta può essere utile soprattutto per affrontare gli eventuali aspetti connessi ad ansia e depressione, per gestire l’impatto della sindrome sulla quotidianità e per ricevere una psicoeducazione adeguata circa sintomi e strategie per affrontarli.
Quando le sindromi si collocano sul confine tra mente e corpo diventa inoltre fondamentale un adeguato coordinamento dell’azione terapeutica tra medico di medicina generale, psicologo o psicoterapeuta ed eventualmente lo specialista. Questo modello è fortemente sostenuto dall’approccio delle cure primarie.
Come combattere la stanchezza cronica: strategie psicologiche e abitudini sane
Eventuali interventi farmacologici (prescrizione di antidepressivi, farmaci antiretrovirali, ansiolitici) devono essere valutati e decisi da un medico. Un percorso psicologico può tuttavia essere utile nel suggerire i rimedi per la stanchezza cronica:
- gestione dello stress e dei pensieri: la psicoterapia può aiutare a gestire lo stress legato a lavoro e relazioni, a riformulare pensieri e schemi disfunzionali che possono produrre dispendio di energie con ruminazioni o senso di inadeguatezza, inutilità, impotenza e inefficacia;
- psicoeducazione circa l’igiene del sonno e del riposo: un percorso psicologico può aiutare a riflettere sulla necessità di prendersi spazi di riposo e sulla cura di buone prassi e routine che favoriscano l’addormentamento e il sonno;
- mindfulness e tecniche di rilassamento: percorsi psicologici improntati su specifiche tecniche possono favorire la capacità di creare spazi di riflessione, dialogo con la propria interiorità, ascolto delle proprie emozioni, individuazione di schemi cognitivi disfunzionali;
- ascolto, cura di sé e del corpo: lo spazio della psicoterapia può diventare un invito a rallentare, fermarsi, mettersi in ascolto dei propri bisogni, desideri, delle emozioni e delle sensazioni.
Gestione quotidiana: strategie pratiche per convivere con la sindrome da stanchezza cronica
Affrontare la sindrome da stanchezza cronica richiede un approccio personalizzato e multidimensionale, che tenga conto delle esigenze fisiche, emotive e sociali della persona. Ecco alcune strategie pratiche che possono aiutare nella gestione quotidiana:
- Pacing (gestione dell’energia): imparare a dosare le energie, alternando attività e riposo, per evitare il peggioramento dei sintomi dopo uno sforzo. La strategia di 'pacing', ovvero la pianificazione delle attività con periodi di riposo strategici, è considerata la più importante per aiutare le persone a gestire la malattia e migliorare gradualmente la funzionalità (Bested & Marshall, 2015).
- Stabilire routine regolari: mantenere orari costanti per il sonno, i pasti e le attività può favorire un maggiore equilibrio e ridurre lo stress.
- Comunicare i propri bisogni: parlare apertamente con familiari, amici e colleghi delle proprie difficoltà può favorire la comprensione e il supporto, riducendo il senso di isolamento.
- Supporto psicologico: un percorso con uno psicologo può aiutare a gestire le emozioni legate alla malattia, a sviluppare strategie di coping e a migliorare la qualità della vita.
Queste strategie non eliminano la sindrome, ma possono rendere più gestibile la quotidianità e aiutare a mantenere un senso di controllo e benessere.
Complicanze e impatto sulla qualità della vita
La sindrome da stanchezza cronica può avere un impatto profondo su diversi aspetti della vita della persona, andando oltre la semplice sensazione di stanchezza.
- Isolamento sociale: la riduzione delle energie e la difficoltà a partecipare ad attività sociali possono portare a un progressivo isolamento e a sentimenti di solitudine.
- Difficoltà lavorative e scolastiche: la CFS può compromettere la capacità di mantenere un impiego o di frequentare la scuola, con conseguenze economiche e psicologiche.
- Disturbi dell’umore: la frustrazione per le limitazioni imposte dalla malattia può favorire l’insorgenza di ansia e depressione, che a loro volta possono peggiorare i sintomi fisici.
- Riduzione dell’autonomia: nelle forme più gravi, la persona può dipendere dall’aiuto di altri per le attività quotidiane, con un impatto sulla propria autostima e sul senso di indipendenza.
Riconoscere queste possibili complicanze può essere fondamentale per intervenire precocemente e offrire un supporto adeguato, sia a livello medico che psicologico.
Per concludere: ascolta il tuo sbadiglio!
Debolezza, stanchezza, sintomi fisici (cefalea, mal di gola, febbricola, turbe del sonno), cognitivi (difficoltà a concentrarsi, brain fog), emotivi (ansia e disturbi dell’umore), fanno della Sindrome da Fatica Cronica una manifestazione clinica collocabile nella zona di confine tra il corpo e la mente.
Nel caso in cui la sintomatologia perduri nel tempo e non si risolva con il riposo, è utile non sottovalutarla. Rivolgersi a un medico in prima battuta e successivamente a uno psicologo o a uno psicoterapeuta sono passaggi fondamentali per prendersi cura del proprio benessere fisico e psicologico. Insomma, ascoltiamo i nostri sbadigli!
Se senti che la stanchezza cronica sta influenzando la tua vita e desideri un supporto per affrontare le difficoltà emotive e psicologiche che ne derivano, Unobravo può aiutarti a trovare il professionista più adatto alle tue esigenze. Inizia il questionario e fai il primo passo verso il tuo benessere.






