La psicologia forense è quella branca della psicologia giuridica che applica le teorie, gli strumenti, i modelli e i metodi psicologici nell’ambito del sistema giuridico. La psicologia giuridica si occupa di mettere in connessione scienze psicologiche, scienze umane e diritto; all’interno di questa cornice teorica, in maniera più applicativa, la psicologia forense si occupa principalmente di tecniche di valutazione e psicodiagnosi.
Tale disciplina rappresenta l’integrazione di tutti quei metodi e teorie nel campo della psicologia che possono essere utilizzati in ambito legale, con l’obiettivo di comprendere dalla prospettiva psicologica quelle questioni forensi che normalmente trovano una collocazione nell’ambito del tribunale.
Che cos'è la psicologia forense?
La psicologia forense interviene sia in ambito civile che penale, in situazioni come la valutazione dello stato mentale e delle capacità cognitive di una persona, la clinical competence, l’attendibilità e la credibilità testimoniale, la valutazione delle competenze genitoriali e la valutazione del danno psicologico, distinto dal danno morale e rientrante nella categoria del danno non patrimoniale.
Il risarcimento del danno morale è un aspetto su cui vale la pena soffermarsi, perché nella maggior parte dei mandati come Consulente Tecnico di Parte (CTP), rappresenta il fulcro della richiesta di una delle parti.
Di recente la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25164 del 2020, è tornata ad affrontare il delicato e sempre attuale tema del risarcimento del danno morale quale pregiudizio non patrimoniale non avente fondamento medico legale, perciò distinto dal danno alla salute e dal relativo sistema di personalizzazione.
Il danno morale è una categoria legale che si riferisce al dolore emotivo, alla sofferenza psicologica o alla perdita di reputazione subita da una persona a causa delle azioni di un’altra parte. Questo tipo di danno può derivare da varie situazioni, come diffamazione, molestie, violazioni dei diritti civili, perdita di una persona cara, ingiustizie subite o altre azioni che possono provocare stress emotivo o turbamento psicologico.
Il danno psicologico o psichico, invece, è una forma di danno che una persona può subire a seguito di eventi traumatici, esperienze negative o azioni dannose compiute da altri e può causare disturbi emotivi, ansia, depressione, stress post-traumatico, disturbi del sonno, problemi di autostima e altri sintomi psicologici. Gli esperti in psicologia forense vengono coinvolti nei procedimenti legali anche nella valutazione e documentazione di questa tipologia di danno.
Se riconosciuti dalla legge, il danno morale e quello psicologico possono essere oggetto di risarcimento monetario o di altre forme di riparazione a carico della parte responsabile.
La valutazione del danno psicologico da parte dello psicologo forense
Il danno psicologico viene ricondotto, in ambito civilistico, al principio generale di responsabilità extracontrattuale previsto dall’art. 2043 del Codice Civile, che evidenzia un nesso di causalità tra evento traumatico e danno. La conseguenza dell’evento si caratterizza per un’importante modifica della personalità e un deterioramento del precedente funzionamento psicologico. Si può verificare un'alterazione dell’integrità psichica, unita a una modificazione qualitativa e quantitativa dell’affettività, dei meccanismi difensivi, delle pulsioni o del tono dell’umore.
Le cause del danno psicologico possono essere diverse, tra cui incidenti gravi, abusi fisici o emotivi, violenze sessuali, lutti, mobbing sul posto di lavoro, ingiustizie subite, disastri naturali e altri eventi che minacciano la sicurezza o l'integrità emotiva di una persona.
In questi casi, vi sono strumenti clinici standardizzati, tra cui la Clinician-Administered PTSD Scale (CAPS), utilizzata per la valutazione dei sintomi post-traumatici. Il clinico esperto discerne se il danno psicologico è la diretta conseguenza di un evento traumatico grazie a una diagnosi differenziale che si colloca sull’asse del tempo.
È importante, in questi contesti, comprendere se vi è un “prima” e un “dopo” del funzionamento emotivo, psicologico e cognitivo della persona, per determinare se realmente l’evento abbia causato o meno il danno.
Diventa fondamentale valutare se la persona era già in uno stato di fragilità emotiva, e dunque se la sua percezione verso l’evento assume una dimensione affettiva particolarmente intensa, o se, ad esempio, sono presenti tracce pregresse di disturbi dell’umore o di personalità. In questi casi il clinico ha la responsabilità di raccogliere dati anamnestici dettagliati e ripercorrere la storia della persona, con lo scopo di collocare la dimensione e il peso dell’evento traumatico.
L’impatto sulla psiche viene rilevato attraverso i sintomi che la persona porta in fase diagnostica. La raccolta degli elementi focali per la diagnosi e la relativa richiesta di risarcimento per danno psicologico possono prevedere anche colloqui con persone vicine al soggetto che richiede la consulenza. Queste persone possono contribuire a definire meglio il quadro di funzionamento del soggetto prima e dopo l’evento traumatico.
Lo psicologo forense fornisce la propria relazione basandosi su scale cliniche che restituiscono uno score sia dimensionale che quantitativo. Generalmente, però, la quantificazione medico-legale del danno compete al medico legale, mentre quello dimensionale è competenza dello psicologo.
Un’altra considerazione rilevante riguarda l’aspetto della simulazione per l’ottenimento di un vantaggio economico o di altra natura.
La simulazione o la dissimulazione di sintomi psicologici, mira all’ottenimento di un beneficio economico (ad esempio benefici economici o previdenziali) o di un beneficio secondario, come l’ottenimento della pensione anticipata o la riduzione dell’orario di lavoro. Pertanto, il clinico ha la responsabilità di seguire delle linee guida, le cosiddette “buone prassi”, tra cui etica, riservatezza, rispetto della privacy, indipendenza e imparzialità, formazione continua.
Queste pratiche sono fondamentali per garantire che gli psicologi forensi siano in grado di fornire contributi validi e affidabili al sistema legale e di assicurare il benessere delle persone coinvolte nei casi.
Lo psicologo forense in ambito penale
La psicologia forense estende la sua pratica anche nel diritto penale, quando vi è la necessità di una valutazione della responsabilità penale, della possibile reiterazione del reato, della consapevolezza del reato commesso e della capacità dell’imputato di assistere il proprio avvocato, ossia di comprenderne il mandato.
Un esempio significativo dell’impatto delle valutazioni psicologiche nel contesto penale è rappresentato dal fatto che, tra il 1989 e il 2001, in 22 casi di omicidio di alto profilo, le condanne basate su confessioni sono state annullate in appello, spesso principalmente grazie a prove psicologiche (Gudjonsson, 2003). La responsabilità legale, tuttavia, resta chiaramente appannaggio della giurisprudenza.
Come la psicologia, anche il diritto si occupa della condotta umana, tant’è che da sempre la dottrina della giurisprudenza fa riferimento a concetti psicologici. Partendo da questo presupposto, l’art. 133 del Codice Penale prevede che il giudice tenga conto del carattere del reo e quindi del cosiddetto “elemento psicologico” per conferire una pena adeguata. È inoltre contemplato il “diritto della personalità” come salvaguardia per alcuni diritti soggettivi come l’integrità fisica, l’onore e l’immagine.
Alcuni aspetti del diritto (Gulotta et al., 2023) riguardano infatti contenuti direttamente psicologici, come l’esclusione di cause di indegnità genitoriale quali precondizioni per l’adozione (art. 306 c.c.), la capacità naturale per contrarre negozi giuridici (art. 1425 c.c.) o costrutti giuridici mentalistici come quelli in cui si fa riferimento alla buona fede nella simulazione (art. 1414 c.c.).
Interessante in questa cornice è la differenza tra “responsabilità di” e “responsabilità per”.
Nel primo caso si parla di una responsabilità legata a un ruolo o uno status, per esempio una funzione genitoriale, imprenditoriale, oppure l’essere cittadino, apolide e così via.
Per quanto riguarda la “responsabilità per”, la giurisprudenza intende quella offesa perpetrata in maniera fraudolenta che ricade nel diritto penale, oppure una lesione in ambito civile, che ha generato un’inadempienza. È in questo contesto che la psicologia si inserisce per metodo e discernimento, con il fine di comprendere le cause cognitive che hanno spinto la persona al compimento di azioni illecite colpose o volontarie.
Principali aree di applicazione della psicologia forense
La psicologia forense si occupa di una vasta gamma di situazioni in cui la valutazione psicologica è fondamentale per il sistema giudiziario. Le principali aree di intervento includono: la valutazione della capacità di intendere e di volere, in cui lo psicologo forense analizza se una persona, al momento di un fatto, era in grado di comprendere il significato e le conseguenze delle proprie azioni, aspetto centrale nei processi penali per stabilire la responsabilità penale.
È importante sottolineare che non è corretto presumere che solo persone con disabilità intellettiva o disturbi mentali producano confessioni false o inaffidabili; anche fattori di personalità come suggestionabilità, compiacenza, elevata ansia di tratto e tratti di personalità antisociale possono aumentare il rischio di confessioni inattendibili (Gudjonsson, 2003).
Un’altra area fondamentale riguarda l’affidamento e la tutela dei minori: nei casi di separazione, divorzio o situazioni di disagio familiare, lo psicologo forense valuta le competenze genitoriali e il benessere psicologico dei minori, fornendo indicazioni utili al giudice per le decisioni sull’affidamento. In presenza di sospetti abusi o maltrattamenti, lo psicologo forense effettua valutazioni per accertare l’impatto psicologico sugli individui coinvolti, in particolare sui minori, e per valutare l’attendibilità delle dichiarazioni.
Inoltre, può essere chiamato a stabilire, attraverso la valutazione dell’idoneità a testimoniare, se una persona, per età o condizioni psicologiche, sia in grado di rendere una testimonianza attendibile in tribunale. Infine, la valutazione del danno psichico riguarda la stima delle conseguenze psicologiche di eventi traumatici o illeciti, con l’obiettivo di quantificare il danno subito.
Tutte queste aree di intervento richiedono una preparazione specifica e l’utilizzo di strumenti validati, oltre a una costante attenzione agli aspetti deontologici e alla tutela delle persone coinvolte.
Cosa fa lo psicologo forense?
Il ruolo dello psicologo forense è molto vario, tanto che il professionista può operare sia in ambito civile che penale, ricoprendo di volta in volta differenti mansioni.
Lo psicologo forense viene solitamente interpellato per effettuare una valutazione psicologica, con lo scopo di verificare le funzioni cognitive di una persona (ad esempio, se è in grado o meno di partecipare al processo). Per poter produrre una valutazione attendibile, il professionista deve aver conseguito un’adeguata preparazione nell’ambito della psicodiagnosi.
Si richiede infatti la somministrazione di batterie di test scientificamente attendibili, dato che alcuni test proiettivi o del disegno non sono sufficienti ai fini della diagnosi. Il professionista psicologo, quindi, oltre a sostenere il colloquio clinico, somministra test valutativi e test per verificare la presenza di possibili disturbi, come un test sul disturbo post-traumatico da stress.
Inoltre, il professionista deve tenere conto anche del contesto socio-economico e culturale della persona che sta valutando. In una società sempre più cross-cultural, è necessario adottare una prospettiva multietnica e sociale aggiornata.
Lo psicodiagnosta può essere uno psicologo che svolge esclusivamente l’attività di diagnosi psicologica, ma potrebbe essere anche uno psicoterapeuta. Ai fini della diagnosi forense, è importante sottolineare che i ruoli devono essere necessariamente distinti a seconda dell’intervento e del mandato.
La figura dello psicologo CTP
Lo psicologo forense può rivestire inoltre il ruolo di CTP, cioè Consulente Tecnico di Parte. In tale veste viene incaricato direttamente dal cliente o dall’avvocato dello stesso e svolge il suo ruolo con l’intento di supportare la versione della parte per la quale è stato chiamato. Collabora solitamente con il CTU (Consulente Tecnico di Ufficio) e il CTP della controparte.
Esiste una differenza sostanziale tra CTP in ambito penale e civile. Nel primo caso, lo psicologo può essere chiamato rendere chiarimenti tecnici in qualità di consulente, mentre nel secondo caso non è prevista la testimonianza in senso stretto. Qualora fosse chiamato a testimoniare, lo psicologo è sempre tenuto al rispetto del segreto professionale e all’etica che regolamenta la professione. Fornirà pertanto una testimonianza solamente in merito alla relazione che aveva precedentemente redatto per il proprio cliente.
La figura dello psicologo CTU
La figura del CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio) è regolamentata dall’Albo dei Consulenti Tecnici e Periti. Come stabilito dall’art. 13 del Codice di Procedura Civile, devono essere sempre comprese nell'Albo le categorie “1) medico-chirurgica; 2) industriale; 3) commerciale; 4) agricola; 5) bancaria; 6) assicurativa; 7) della neuropsichiatria infantile, della psicologia dell'età evolutiva e della psicologia giuridica o forense”.
Il CTU è nominato dal giudice e, all’atto della nomina, diventa ausiliario del giudice. Per poter ricoprire questo ruolo, è tassativa una preparazione accademica, metodologica e strumentale. Per iscriversi all’Albo dei CTU, infatti, è generalmente richiesta una formazione post-laurea specifica e documentata in ambito forense.
Se lo psicologo CTU non è specializzato anche in psicodiagnosi, può avvalersi di un professionista per la parte valutativa e relativa ai test, che opera sotto la sua responsabilità.
Lo psicologo come mediatore familiare
Lo psicologo forense può occuparsi anche di mediazione familiare. Tale figura è regolamentata da più di un Albo e si può entrare a far parte della rete della mediazione familiare in seguito a un master della durata di due anni regolarmente riconosciuto.
Il mediatore familiare può essere uno psicologo, ma anche un avvocato. La peculiarità della mediazione è quella di accompagnare la coppia che vuole separarsi nel prendere decisioni in autonomia, che verranno successivamente formalizzate e sottoposte all’autorità giudiziaria competente e presentate direttamente al giudice.
La mediazione è un percorso articolato e strutturato che ha come fine quello di portare la coppia a un’assunzione di responsabilità condivisa, soprattutto nella gestione dei figli. Alla mediazione può essere affiancata la terapia di coppia, utile per sostenere i coniugi in una separazione rispettosa e consapevole.
Al termine del percorso di mediazione vengono sottoscritti gli accordi delle parti e presentati nell’istanza di separazione o divorzio. Attraverso la mediazione la coppia è responsabile dei propri accordi ma, dopo aver valutato la causa e la condotta delle parti, il giudice può chiedere l’applicazione di un terzo modello di mediazione. Si tratta della mediazione delegata o sollecitata dal giudice, che va ad aggiungersi a quella “facoltativa” e “obbligatoria”.
In questa circostanza il giudice può, anche al di fuori della mediazione obbligatoria prevista dalla legge, ordinare alle parti un ulteriore tentativo di mediazione e rimandare il giudizio all'udienza successiva.
Il curatore speciale del minore
Lo psicologo forense, oltre al ruolo di CTU, CTP e mediatore familiare, può ricoprire anche quello di curatore speciale del minore. Questa figura, che può essere rivestita da un avvocato o da uno psicologo, è stata introdotta in seguito alla Riforma Cartabia (D. lgs 10 ottobre 2022, n.149) nell’ambito del processo civile e minorile. Il curatore speciale ha un mandato di durata limitata nel tempo e svolge la mansione secondo quanto stabilito dal giudice, potendo rientrare nei meccanismi del patrocinio a spese dello Stato.
È una figura di recente istituzione le cui aree di intervento, mansioni e prospettive sono ancora in via di definizione, motivo per cui viene spesso confusa con quella del tutore.
Per diventare curatore speciale del minore è necessario frequentare un corso di formazione specifico, normalmente indetto dalla regione di appartenenza. Per accedervi è necessaria un’esperienza pregressa nell’ambito della cura del minore e una formazione accademica.
Mansioni e attività specifiche dello psicologo forense
Lo psicologo forense svolge una serie di attività che richiedono competenze tecniche, conoscenza della normativa e sensibilità etica. Per una valutazione efficace in ambito di psicologia forense sono necessarie tre tipologie di competenze:
- la conoscenza delle questioni legali rilevanti,
- abilità specifiche richieste dal sistema legale (come la raccolta di informazioni complete, la neutralità, la ricostruzione del passato e la previsione del futuro),
- competenze pratiche legate al contesto processuale, come il supporto alla strategia dell’avvocato, l’adattamento della testimonianza al pubblico e il rispetto delle prerogative del giudice (Sageman, 2003)
Tra le principali mansioni si possono individuare:
- consulenze tecniche d’ufficio (CTU) e di parte (CTP), in cui lo psicologo forense redige relazioni per il giudice o per una delle parti, offrendo valutazioni oggettive e motivate su aspetti psicologici rilevanti per il caso;
- perizie psicologiche, richieste per accertare condizioni psicologiche, capacità cognitive, presenza di disturbi o danni psichici, spesso determinanti nelle decisioni giudiziarie;
- valutazione dell’attendibilità dei testimoni, attraverso l’analisi della coerenza, della memoria e della suggestionabilità, soprattutto quando si tratta di minori o persone vulnerabili;
- valutazione dell’idoneità genitoriale, in cui vengono esaminate le capacità educative, affettive e relazionali dei genitori per supportare il giudice nelle decisioni sull’affidamento dei figli;
- valutazione della simulazione o della dissimulazione, tramite strumenti specifici che permettono di individuare eventuali tentativi di simulare o nascondere sintomi psicologici, garantendo così l’attendibilità delle valutazioni;
- la somministrazione di test psicodiagnostici, utilizzando strumenti standardizzati e riconosciuti come il MMPI-2, il MCMI-III, la WAIS-IV per la valutazione cognitiva e la CAPS-5 per il disturbo post-traumatico da stress, in accordo con le linee guida internazionali e con i criteri diagnostici del DSM-5-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali).
Ogni attività viene svolta nel rispetto delle linee guida deontologiche, come quelle indicate dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP), che sottolineano l’importanza di imparzialità, riservatezza e aggiornamento professionale continuo. Inoltre, è fondamentale considerare che le linee guida specialistiche per la psicologia forense sono state sviluppate dall'American Psychological Association nel 2011, proprio per rispondere alle specificità della pratica in psicologia forense rispetto ad altre aree tradizionali (American Psychological Association, 2013).
Strumenti e tecniche di valutazione in psicologia forense
La pratica della psicologia forense si basa sull’utilizzo di strumenti e tecniche validate scientificamente, che permettono di raccogliere dati oggettivi e affidabili. Tra i principali strumenti utilizzati troviamo:
- Test psicodiagnostici standardizzati: strumenti come il MMPI-2 (Minnesota Multiphasic Personality Inventory-2), il MCMI-III (Millon Clinical Multiaxial Inventory-III) e la WAIS-IV (Wechsler Adult Intelligence Scale-IV) sono impiegati per valutare la personalità, la presenza di disturbi psicopatologici e il funzionamento cognitivo.
- Scale per la valutazione del trauma: la CAPS-5 (Clinician-Administered PTSD Scale for DSM-5) è uno degli strumenti più utilizzati per valutare la presenza di sintomi del disturbo post-traumatico da stress e l’impatto di eventi traumatici.
- Colloquio clinico forense: si tratta di un’intervista strutturata o semi-strutturata, finalizzata a raccogliere informazioni sulla storia personale, familiare e clinica del soggetto, con particolare attenzione agli aspetti rilevanti per il contesto giudiziario.
- Osservazione diretta e indiretta: l’osservazione del comportamento in contesti protetti o durante incontri con altri membri della famiglia può fornire elementi utili per la valutazione.
- Analisi documentale: lo psicologo forense esamina documenti clinici, scolastici, lavorativi e giudiziari per integrare le informazioni raccolte durante la valutazione.
L’utilizzo di questi strumenti avviene sempre nel rispetto delle linee guida internazionali, come il DSM-5-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione, testo rivisto), e delle raccomandazioni del CNOP, che garantiscono la qualità e la trasparenza delle valutazioni forensi.
Psicologo clinico e psicologo forense: le differenze
Sebbene entrambe le figure condividano una formazione di base in psicologia, lo psicologo clinico e lo psicologo forense si distinguono per obiettivi, metodi e responsabilità.
- Obiettivo dell’intervento: lo psicologo clinico si concentra sul benessere e sulla salute mentale della persona, offrendo supporto, diagnosi e trattamento. Lo psicologo forense, invece, ha come obiettivo principale la valutazione oggettiva di aspetti psicologici rilevanti per il sistema giudiziario.
- Metodologia: mentre lo psicologo clinico può adottare un approccio più flessibile e centrato sulla relazione terapeutica, lo psicologo forense deve attenersi a protocolli rigorosi, utilizzare strumenti validati e mantenere una posizione di imparzialità.
- Deontologia e responsabilità: lo psicologo forense è tenuto a rispettare specifiche norme deontologiche, come l’obbligo di imparzialità, la trasparenza nella comunicazione dei risultati e la tutela della riservatezza, anche nei confronti dell’autorità giudiziaria. Le sue valutazioni possono avere un impatto diretto su decisioni legali, come l’affidamento dei minori o la determinazione della capacità di intendere e volere.
Queste differenze rendono la pratica forense particolarmente delicata e richiedono una formazione specifica, oltre a un costante aggiornamento sulle normative e sulle linee guida di settore.
Esempi pratici di casi che possono essere trattati in psicologia forense
Per comprendere meglio l’applicazione concreta della psicologia forense, è utile considerare alcuni esempi di casi tipici:
- Valutazione della capacità di intendere e volere in un processo penale: lo psicologo forense può essere chiamato a valutare se una persona accusata di un reato fosse, al momento del fatto, in grado di comprendere la natura e le conseguenze delle proprie azioni. Questa valutazione può influenzare la decisione del giudice sulla responsabilità penale.
- Affidamento di minori in caso di separazione conflittuale: nei procedimenti di separazione, lo psicologo forense valuta le competenze genitoriali e il benessere psicologico dei figli, fornendo indicazioni utili per stabilire l’affidamento più idoneo.
- Perizia su presunto abuso su minore: in presenza di segnalazioni di abuso, lo psicologo forense effettua colloqui protetti e utilizza strumenti specifici per valutare l’attendibilità delle dichiarazioni del minore e l’eventuale presenza di danni psicologici.
- Valutazione del danno psichico in seguito a un incidente: in ambito civile, lo psicologo forense può essere incaricato di stimare il danno psicologico subito da una persona a seguito di un incidente stradale o lavorativo, al fine di quantificare il risarcimento.
Questi esempi mostrano come la psicologia forense sia una disciplina applicata, che richiede competenze tecniche, sensibilità umana e una profonda conoscenza delle dinamiche legali.
Come diventare psicologo forense
Per svolgere la professione di psicologo forense, è necessario aver conseguito una Laurea Magistrale in Psicologia, aver superato l’Esame di Stato ed essere iscritti all’Albo degli Psicologi della propria regione.
Negli ultimi anni, diverse facoltà italiane hanno iniziato a proporre corsi di Laurea Magistrale che consentono di acquisire competenze specifiche già durante il percorso accademico. Per esempio:
- Psicologia forense e criminologica clinica, Università di Padova
- Psicologia giuridica, forense e criminologica, Università La Sapienza di Roma
- Psicologia criminologica e forense, Università di Torino
- Psicologia Clinica, della Salute, Giuridica e Forense, Università di Cagliari
Sebbene l’attività formativa post-laurea non sia obbligatoria, il CNOP consiglia di acquisire conoscenze e competenze specifiche, utili per lo svolgimento della professione, attraverso varie attività, come lo svolgimento di tirocini in aree relative alla psicologia giuridica e la frequentazione di Master e Corsi di Alta Specializzazione.






