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L'amore non basta: la verità sull' "..e vissero felici e contenti"

L'amore non basta: la verità sull' "..e vissero felici e contenti"
Enrico Reatini
Psicologo ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
12.2.2026
L'amore non basta: la verità sull' "..e vissero felici e contenti"
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La convinzione che l’amore sia sufficiente a far funzionare una relazione è profondamente radicata nella nostra cultura. Cresciamo con il messaggio che, se due persone si amano davvero, prima o poi tutto si aggiusterà. Questa idea è talmente diffusa da essere spesso il finale delle nostre fiabe preferite.

L’amore non basta, celebre testo di Aaron T. Beck, parte proprio da questa convinzione diffusa per smontarla con delicatezza clinica e rigore psicologico.

Non perché l’amore non sia un importante prerequisito per la costruzione di una relazione sentimentale, ma perché da solo non è in grado di sostenere la complessità della vita di coppia. Le relazioni si costruiscono ogni giorno attraverso interpretazioni, aspettative, schemi mentali e modalità comunicative che spesso agiscono in modo automatico e inconsapevole.

In questo senso, il libro diventa un pretesto per riflettere su un quesito che realmente mantiene o indebolisce un legame affettivo. Quanto siamo disposti a rendere flessibile il nostro ideale di relazione sentimentale e quali aspetti, invece, sentiamo di non poter (e non dover) negoziare?

Ri-Pensare i problemi di coppia  

Molte coppie arrivano a vivere momenti di crisi con la sensazione che qualcosa “si sia rotto” a livello emotivo. Tuttavia, Beck propone che il cuore del problema non è sempre l’emozione in sé, ma il modo in cui viene interpretata, organizzata mentalmente e raccontata a se stessi. Le emozioni non parlano mai da sole ma possono assumere un diverso significato in base ai pensieri che le accompagnano.

Spesso ci si trova intrappolati in letture rigide del comportamento dell’altro, che finiscono per alimentare incomprensioni e conflitti. Un silenzio può essere interpretato come disinteresse, una critica come un attacco personale, una dimenticanza come la prova definitiva di non essere amati. Queste valutazioni non sono neutrali, ma dipendono dal modo in cui “decidiamo” di elaborarle in quel momento.

Roman - Pexels

Il ruolo delle interpretazioni personali nei conflitti

La ricerca di Förster, Özelsel ed Epstude (2010) mostra come il modo in cui percepiamo i nostri partner non sia neutro. In particolare, l’amore romantico tende ad attivare uno stile di elaborazione globale e astratto, orientato al lungo termine, che favorisce una visione olistica e idealizzata della relazione. Questo può tradursi in una percezione del partner, in cui i singoli comportamenti vengono letti alla luce di un’immagine complessiva positiva. Al contrario, quando prevale una modalità di elaborazione più concreta e focalizzata sui dettagli, aumenta la sensibilità alle singole mancanze, incongruenze o difetti, con un impatto diretto sul clima relazionale.

Queste interpretazioni, quando diventano automatiche, influenzano profondamente il modo in cui i partner si rispondono emotivamente e comportamentalmente. Ciò è molto interessante perché in questi casi molti pensieri tendono a ripresentarsi con particolare frequenza nelle crisi di coppia:

  • “Se mi amasse davvero, capirebbe da solo”
  • “Il suo comportamento dimostra che non gli importa”
  • “È sempre stato così, non cambierà mai”
  • “Se devo spiegarmi, allora non è vero amore”

Questi pensieri si presentano spesso come valutazioni oggettive della realtà, ma in realtà sono il risultato di schemi cognitivi appresi nel tempo. Quando non vengono messi in discussione rischiano di trasformarsi in profezie che si autoavverano, irrigidendo il legame e riducendo lo spazio per il dialogo.

Quando lo schema si irrigisce

Una vasta revisione della letteratura condotta da Fletcher e Kerr (2010) evidenzia come le relazioni intime siano caratterizzate da un equilibrio complesso tra realtà e illusione. Gli individui, infatti, possono essere allo stesso tempo sorprendentemente accurati nel “cogliere” il funzionamento del partner e, contemporaneamente, influenzati da bias che distorcono alcune valutazioni, soprattutto nelle attribuzioni emotive e comunicative. L’amore, quindi, non rende ciechi in senso assoluto, ma orienta selettivamente la percezione, amplificando alcuni aspetti e minimizzandone altri.

Nel tempo, la ripetizione di schemi interpretativi rigidi può generare frustrazione, distanza emotiva e un senso di impotenza, soprattutto quando entrambi i partner si sentono incompresi e non ascoltati. Comprendere il ruolo dei pensieri e degli stili cognitivi nella relazione diventa allora un passaggio fondamentale per interrompere questi circoli viziosi e restituire flessibilità al legame.

Comunicare le aspettative implice

Uno degli aspetti più critici nelle relazioni di coppia è la presenza di aspettative implicite, spesso date per scontate e raramente condivise in modo esplicito. 

Molti partner partono dall’idea che l’altro debba “sapere” di cosa si ha bisogno, come si desidera essere amati o cosa significhi comportarsi nel modo giusto all’interno della relazione. 

Quando queste aspettative non vengono comunicate, rischiano di trasformarsi in pretese silenziose che, non trovando risposta, vengono vissute come mancanze affettive piuttosto che come problemi di comunicazione. In questo modo, il conflitto si sposta rapidamente dal piano del comportamento specifico a quello identitario, mettendo in discussione il valore del legame stesso. 

All’interno della coppia, tali pensieri possono innescare circoli viziosi relazionali, in cui un’interpretazione negativa genera una risposta difensiva che finisce per confermare l’interpretazione iniziale.

Nel tempo, questi schemi tendono a consolidarsi, rendendo la comunicazione sempre più rigida e difensiva, fino a trasformarla in uno spazio di protezione piuttosto che di incontro. In particolare, numerose meta-analisi mostrano che intervenire su questi semplici aspetti non solo è efficace nel ridurre il disagio relazionale, ma anche nel migliorare il funzionamento della relazione stessa, attraverso l’acquisizione di competenze comunicative e di regolazione del conflitto (Fischer et al., 2016). 

Rdne - Pexels

L'importanza del problem solving

Tra queste competenze, un ruolo cruciale è svolto dalla capacità di problem solving condiviso, intesa non come semplice ricerca di soluzioni, ma come processo che implica la ristrutturazione dei pensieri, delle percezioni reciproche e delle aspettative implicite.

Come sottolineano Dattilio e van Hout (2008), è proprio questo lavoro sul modo in cui la coppia affronta i problemi a costituire uno dei fattori che favoriscono la tenuta del legame nel tempo. In questa prospettiva, amare non coincide automaticamente con il saper stare in relazione. Sono piuttosto le competenze relazionali, che non sono innate, ma possono essere apprese, allenate e rafforzate, ad offrire all’amore una struttura più solida su cui potersi sostenere.

La terapia per un aiuto ad amarsi a 360°

Accettare che l’amore non basta non è una sconfitta, ma un passaggio di maturità emotiva. Significa riconoscere che le relazioni sono sistemi complessi, influenzati dalla storia personale, dalle esperienze passate e dai modelli di pensiero che guidano il nostro modo di stare con l’altro.

In alcuni momenti, lavorare su questi aspetti da soli può essere difficile. Un supporto psicologico può aiutare a rendere più consapevoli i meccanismi che alimentano il disagio e a costruire modalità relazionali più funzionali.

Prendersi cura della relazione, in fondo, significa anche prendersi cura del modo in cui pensiamo, sentiamo e comunichiamo all’interno di essa. Se tu e il tuo partner sentite il bisogno di un aiuto in questo, potete compilare il questionario di Unobravo ed iniziare un percorso alla scoperta delle vostre potenzialità, che vi aiuti a comunicare e comprendere l'altro.

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