Abbiamo tutti dei ricordi associati a particolari persone, profumi, colori o luoghi che ci hanno accompagnato per periodi più o meno lunghi della nostra vita. Più intensa è l’emozione che sentiamo mentre acquisiamo informazioni, più a lungo termine si imprimerà il ricordo di quell’evento nel magazzino della nostra memoria.
Ma cosa succede se l’emozione che percepiamo in quel momento è per noi negativa? In questo caso, il nostro corpo registra quel ricordo in termini emozionali, ma le nostre difese psicologiche ne impediscono l’accesso alla coscienza: si assiste, così, a una sorta di dissociazione mente-corpo in cui quei ricordi rimangono impressi nel nostro corpo e si esprimono esclusivamente col linguaggio tipico delle emozioni:
- fatica a respirare
- tachicardia
- senso di chiusura alla gola
- percezione di vuoto allo stomaco
- apatia.
Il corpo è come un testo su cui è impressa la nostra memoria, ma se la connessione mente e corpo per qualche motivo viene meno, ricordare può diventare una vera e propria trappola emotiva e corporea.
Come funzionano i ricordi
In che modo ricordiamo una cosa piuttosto che l’altra, e perché? Vediamo come funzionano quei meccanismi interni di cui non siamo consapevoli, ma che hanno comunque un’influenza su come ci sentiamo e su come ci comportiamo in alcune circostanze.
Esiste una porzione del nostro cervello adibita alla registrazione dei ricordi: ci sono dettagli di vita che vengono conservati per pochissimo tempo, anche frazioni di secondo, che finiscono nel cosiddetto “magazzino a breve termine” (MBT). Da qui, in maniera automatica, i ricordi sono veicolati nel magazzino della memoria a lungo termine (MLT), dove possono essere conservati per ore, giorni, anni o addirittura per sempre, oppure vengono scartati.
Il nostro cervello fa in modo che quanto più l’emozione è intensa, tanto più essa veicola il ricordo verso la memoria a lungo termine: il messaggio sottostante si può tradurre in “questa cosa è importante, tienila dentro di te!” Questo meccanismo è molto intelligente, si può dire ecologico. È intuitivo immaginarne il senso, poiché le informazioni che ci emozionano di più hanno molto probabilmente un significato protettivo, piacevole, costruttivo. Apprendiamo e ricordiamo ciò che ci serve e che ci fa stare bene, il resto è cancellabile.
E quando i ricordi sono traumatici?
Ma cosa succede se l’emozione che imprime il ricordo è, per esempio, la paura? Quell’informazione dovrà rimanere dentro di noi per ricordarci che fuori c’è un pericolo e quindi per costruire la reazione più adeguata quando e se questo evento si ripresenterà. Tuttavia, le emozioni intense vissute durante un trauma possono innescare risposte condizionate a lungo termine agli stimoli che ricordano l’evento, portando a cambiamenti cronici nella risposta fisiologica allo stress e a disturbi della memoria tipici del disturbo post-traumatico da stress (PTSD) (van der Kolk, 1994). Può succedere, quindi, che l’emozione provata in particolari momenti della vita sia così forte da sopraffare questi meccanismi, non permettendoci di registrare il ricordo.

Ricordi intrappolati nel corpo
Come possono certi ricordi essere intrappolati nel nostro corpo? Secondo Lowen, psicoterapista e psichiatra:
“Si prova piacere quando si ha il totale coinvolgimento di mente e corpo in una determinata attività (…). Quando il corpo, la mente e il movimento si fondono in un momento di verità individuale, la sensazione che ne deriva è la gratificazione.”
Succede però che, in particolari esperienze di vita, il corpo possa intrappolare alcuni ricordi dentro di sé, interrompendo le vie d’accesso alla memoria esplicita e consapevole. Nei soggetti con PTSD, ad esempio, il fallimento della memoria dichiarativa può portare a una riorganizzazione del ricordo traumatico a livello somatosensoriale, manifestandosi attraverso immagini visive o sensazioni fisiche difficili da modificare (van der Kolk, 1994). In questo modo, quegli eventi incistati dentro di noi rimarranno parte della nostra vita senza che riusciamo a dar loro voce, un significato che vada oltre il sintomo somatico.
Quando ci troviamo di fronte a un pericolo, il nostro cervello manda delle informazioni di allerta al nostro corpo, il quale attiverà i muscoli, accelererà il battito, aumenterà la pressione cardiaca, si preparerà cioè ad attivare un meccanismo di attacco o di fuga, rispetto alla situazione. Ma se il pericolo che percepiamo è troppo forte, si può attivare quello che in natura viene chiamato “freezing”, un meccanismo di difesa attraverso cui il corpo “si spegne”, è sopraffatto, e blocca il movimento.
Il modo in cui cervello e corpo registrano i ricordi traumatici
Quando viviamo un evento traumatico, il nostro cervello attiva una serie di meccanismi di protezione che coinvolgono diverse aree cerebrali. Studi neuroscientifici hanno evidenziato che l’amigdala, responsabile della gestione delle emozioni come la paura, si attiva intensamente durante il trauma, mentre l’ippocampo, che normalmente aiuta a organizzare i ricordi in modo coerente, può ridurre la sua attività (Van der Kolk, psichiatra e ricercatore nel campo del trauma).
Questa alterazione può portare a una memorizzazione "frammentata" dell’esperienza, in cui le sensazioni corporee e le emozioni possono restare vive e presenti, anche se il ricordo cosciente dell’evento può risultare confuso o assente. Le ricerche mostrano che le persone che non ricordano un aspetto importante di un evento traumatico hanno più probabilità di aver provato una sensazione di disconnessione dal proprio corpo durante l'evento, il che potrebbe aver alterato la codifica della memoria (Langeslag & Posey, 2023). In altre parole, il corpo può continuare a "ricordare" attraverso sintomi fisici, anche quando la mente cerca di dimenticare.
Secondo il DSM-5, manuale di riferimento per la diagnosi dei disturbi mentali, le manifestazioni corporee dei ricordi traumatici possono includere sintomi come ipervigilanza, tensione muscolare, disturbi del sonno e reazioni fisiologiche intense in risposta a stimoli che ricordano l’evento traumatico.
Prevalenza e manifestazioni corporee dei ricordi traumatici
I ricordi traumatici che si manifestano attraverso il corpo possono essere più comuni di quanto si pensi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa il 70% delle persone sperimenta almeno un evento traumatico nel corso della vita e una parte significativa di queste può sviluppare sintomi fisici associati al trauma (OMS, 2017). Dati più recenti della World Mental Health Survey Initiative (Kessler et al., 2022) confermano che oltre il 70% della popolazione mondiale ha vissuto almeno un evento traumatico nel corso della vita, con una prevalenza di PTSD intorno al 6%. Queste cifre evidenziano come il trauma rappresenti un’esperienza quasi universale, con ripercussioni significative sulla salute fisica e mentale.
Le manifestazioni corporee possono variare da persona a persona, ma spesso includono tensioni muscolari persistenti: il corpo rimane in uno stato di allerta, come se il pericolo fosse ancora presente. Inoltre, l’aumento del carico allostatico associato al disturbo post-traumatico da stress (PTSD) è collegato a una significativa morbilità fisica, tra cui dolore muscoloscheletrico cronico, ipertensione, iperlipidemia, obesità e malattie cardiovascolari (McFarlane, 2010).
Disturbi gastrointestinali sono frequenti, poiché lo stress traumatico può influenzare il sistema digerente, causando dolori, nausea o alterazioni dell’appetito. Anche i problemi di sonno sono comuni: difficoltà ad addormentarsi o risvegli improvvisi spesso accompagnano chi ha vissuto traumi. Inoltre, reazioni fisiche a stimoli specifici – come suoni, odori o situazioni che ricordano l’evento traumatico – possono scatenare sudorazione, tremori o palpitazioni. Questi segnali rappresentano il modo in cui il corpo "parla" del trauma, anche quando la mente cerca di allontanarsene.
Strategie terapeutiche evidence-based per la rielaborazione dei ricordi traumatici corporei
Negli ultimi anni, la ricerca clinica ha individuato alcune strategie terapeutiche che possono essere particolarmente efficaci per affrontare i ricordi traumatici che si manifestano nel corpo. Tra queste, le più riconosciute a livello internazionale sono:
- EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): questa tecnica, raccomandata anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il trattamento del trauma (OMS, 2013), utilizza movimenti oculari guidati per aiutare la persona a rielaborare i ricordi traumatici, favorendo in molti casi una riduzione delle reazioni corporee e delle emozioni negative associate.
- Terapia di esposizione prolungata: è basata sul modello di Foa et al., 2007 e consiste nell’esporre gradualmente la persona ai ricordi traumatici in un ambiente sicuro, aiutandola a ridurre la risposta di allarme del corpo e a integrare l’esperienza nella memoria cosciente.
- Interventi basati sulla consapevolezza corporea: pratiche come la mindfulness o la terapia somatica possono aiutare a riconoscere e accogliere le sensazioni fisiche legate al trauma, favorendo una maggiore integrazione tra mente e corpo.
Questi approcci, supportati da numerosi studi scientifici, possono permettere di lavorare non solo sul ricordo mentale, ma anche sulle tracce che il trauma ha lasciato nel corpo, promuovendo in alcuni casi un percorso di guarigione più completo e duraturo. In particolare, le terapie orientate al corpo e le terapie sensomotorie emergono come approcci promettenti per rimodellare gli aspetti del sé corporeo nei soggetti con traumi, specialmente in presenza di comportamenti esternalizzanti (Laricchiuta et al., 2023).
Cosa fare quando il ricordo diventa una trappola?
Il corpo è contenitore di emozioni, anche antiche, che molte volte non vediamo ma che influenzano il nostro modo di vivere quotidiano. Emozioni primarie come ansia, tristezza, paura, o più secondarie come il senso di impotenza o di inadeguatezza, possono esprimersi dentro di noi e condizionare le nostre giornate senza che sia apparentemente possibile dare loro un significato, accogliere, elaborarle.
La psicoterapia biosistemica, attraverso un’attenta lettura del nostro linguaggio del corpo, permette di attivare un processo di riparazione, attraverso il quale è possibile riconoscere alcuni nostri ricordi che a volte non vengono elaborati dalla mente poiché troppo intensi e dolorosi. Riconoscendoli come parti di sé è possibile esplorarli, accoglierli, dargli un significato ed in questo modo elaborarli e riconnetterli alla nostra mente cosciente, liberandoci così dalla trappola delle emozioni non riconosciute.
Unobravo può aiutarti
Iniziare un percorso psicoterapeutico può aiutare a dipanare la matassa di ricordi faticosi, di eventi dolorosi, e permetterci di avere una visione più ampia e accogliente di ciò che ci è successo, dandoci spunti per costruire risorse nuove, partendo da un’esplorazione di sé globale e da una riconnessione mente-corpo cruciale per il nostro senso di benessere quotidiano.
Se senti che alcuni ricordi o emozioni stanno influenzando il tuo benessere e desideri iniziare un percorso di supporto, Unobravo può aiutarti a trovare lo psicologo più adatto alle tue esigenze. Puoi iniziare compilando il questionario online e fare il primo passo verso una maggiore serenità e consapevolezza di te.









