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Trauma e psicotraumatologia
5
minuti di lettura

Il terapeuta con vissuti traumatici e il supporto ai pazienti

Il terapeuta con vissuti traumatici e il supporto ai pazienti
Giuseppe De Santis
Psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
26.1.2026
Il terapeuta con vissuti traumatici e il supporto ai pazienti
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Nell'immaginario comune, il terapeuta è spesso visto come una figura dotata di estrema resilienza. Anche il professionista, però, può portare con sé vissuti traumatici che possono influenzare la relazione terapeutica con i pazienti che, a loro volta, hanno vissuto un trauma.

Abbiamo affrontato il tema con lo psicologo e psicoterapeuta Unobravo Giuseppe De Santis, che ci guiderà attraverso le complessità di questa dinamica, offrendo spunti di riflessione basati sulla propria esperienza clinica.

Definire il trauma

Nell’accezione comune, il trauma può essere differenziato in due grandi categorie (Sbattella, 2009).

Con trauma massiccio ci si riferisce a un singolo evento traumatico eclatante come incidenti stradali, incendi, calamità naturali, lutti improvvisi, malattie oncologiche, omicidi o suicidi. La caratteristica principale di tali eventi è quella di essere percepiti dalla persona come una grave minaccia alla propria vita o all'incolumità fisica e psicologica.

Esiste poi il trauma relazionale, ovvero ripetute, prolungate e precoci esperienze dolorose come maltrattamenti durante l’infanzia, abusi, esperienze di rifiuto, separazione e umiliazione, sentimenti di abbandono, bisogni emotivi e fisici non soddisfatti, assenza di disponibilità genitoriale e di protezione.

La conseguenza di vissuti di questo calibro genera una “frattura” emotiva nella persona che si trova ad affrontarli, al punto da minare il senso di stabilità, sicurezza e di identità e da alterare e compromettere il benessere psico-fisico e sociale (Herman, 1992).

Il trauma del terapeuta e la relazione con il paziente

Indipendentemente dalle differenze che possono esserci tra i vari vissuti traumatici, possiamo individuare alcune reazioni emotive comuni (DSM-5, 2013) alle diverse esperienze:

  • sensazione costante di allarme e iper-attivazione del sistema neuro-fisiologico di difesa
  • sentimenti di rabbia, colpa e vergogna
  • umore depresso o irritabile
  • somatizzazioni rilevanti
  • eccessiva sensibilità interpersonale
  • chiusura e distacco sociale.

Nel corso della relazione con il paziente, può capitare al terapeuta di rivivere le proprie memorie traumatiche: i trigger possono essere l’ascolto di racconti di stati mentali di impotenza e terrore, oppure un eccessivo coinvolgimento relazionale. Il rischio è di rimanere impantanati tra i propri pensieri, emozioni e stati somatici sgradevoli, ritirarsi dal dialogo terapeutico o evitare attivamente di parlare del trauma (Van der Hart et al., 2011).

In questi casi, la potenziale problematica sarebbe quella di rimandare al paziente, attraverso una self-disclosure involontaria, ovvero rivelare inconsciamente informazioni personali, veicolata dal comportamento non verbale e da un atteggiamento di chiusura, l’idea che quel vissuto sia un tabù, che non possa essere accolto ed elaborato, perché risulta troppo doloroso da affrontare persino per il terapeuta stesso (Van der Kolk, 2015).

Vivere lo stesso trauma del paziente: rischi e opportunità

I traumi vissuti dal terapeuta possono influenzare la relazione con il paziente che ha vissuto lo stesso trauma. Infatti, all’interno della relazione terapeutica, entrambi i partecipanti contribuiscono a costruire il setting mettendo in campo la propria identità, le esperienze e la propria storia di vita (Semerari, 2022).

Il clinico che non ha elaborato le proprie esperienze traumatiche rischia di agire in modo controproducente in terapia. Per esempio, potrebbe:

  • assumere un atteggiamento eccessivamente accudente e protettivo, ai limiti dell’invadenza dei confini e dell’invischiamento
  • mostrarsi eccessivamente intrusivo e ossessivo nell’esplorazione dettagliata delle memorie traumatiche
  • evitare di parlare del trauma entrando in una modalità di distacco emotivo dagli stati interni, per allontanarsi dal dolore esperito.

A volte, però, l’aver vissuto lo stesso trauma può rappresentare un valore aggiunto alla terapia, perché permette di empatizzare profondamente con il paziente, comprenderne il racconto e offrire spunti di riflessione e di gestione utili per costruire un dialogo finalizzato alla regolazione del malessere, alla guarigione e al cambiamento di sé.

Il lavoro clinico con i vissuti traumatici

In questo contesto, è utile introdurre brevemente il concetto di trauma vicario, chiamato anche trauma indiretto o secondario (Argentero et al., 2016).

Per chi esercita una professione di aiuto e si trova a lavorare anche con persone traumatizzate, come psicologi e psicoterapeuti, il rapporto empatico, l’impegno richiesto e la responsabilità percepita possono causare una compromissione della salute a ogni livello.

Ascoltando nel dettaglio le esperienze traumatiche che ci vengono riferite, diventiamo noi stessi agenti attivi delle realtà traumatiche dei pazienti e questa esposizione può, alla lunga, modificare i nostri schemi cognitivi, la percezione che abbiamo di noi stessi, degli altri e del mondo circostante. Tali modificazioni possono avere effetti negativi sia sulla vita personale che su quella professionale. Nonostante il nostro lavoro ci esponga ai traumi “solo” indirettamente, il pericolo è quello di poter sviluppare una sintomatologia riscontrabile in un quadro clinico classico di disturbo da stress post-traumatico (Cummings et al., 2019).

Per una lettura più approfondita sull’argomento, in particolare in riferimento al burnout dello psicologo, consiglio il libro Burnout: the cost of caring, scritto dalla psicologa Christina Maslach nel 1982.

Le emozioni del terapeuta al racconto del trauma

Riprendendo il costrutto di trauma vicario, il terapeuta con vissuti traumatici non elaborati è esposto a diverse conseguenze. Prima, durante o dopo una seduta, può sperimentare un incremento della percezione di vulnerabilità e di fragilità, accompagnato da sentimenti di impotenza e di inadeguatezza per non riuscire a essere per il paziente una base sicura nei confronti della sua sofferenza e del malessere provato (Smith et al., 2007). Inoltre, è stato identificato un pattern specifico di reazione ai traumi nei terapeuti, caratterizzato da shock, ansia e dalla sensazione di essere travolti da forti emozioni (Smith et al., 2007) .

Il terapeuta può sentirsi sopraffatto dai racconti del paziente, provare paura e dolore o, addirittura, sentirsi in colpa per aver in qualche modo scoperchiato il vaso di Pandora (Hellman et al., 1987).

Questi sentimenti possono facilitare degli agiti poco appropriati che interferiscono con il percorso di cura. Ad esempio, il terapeuta potrebbe provare rabbia qualora il paziente avesse poca compliance al trattamento, oppure potrebbe dubitare delle proprie capacità e conoscenze terapeutiche. Le emozioni intense, se non adeguatamente modulate, potrebbero indurlo a compiere azioni errate e non sufficientemente ragionate (Liotti & Farina, 2011).

Strategie di coping per psicologi e psicoterapeuti con vissuti traumatici

Per svolgere al meglio il proprio lavoro di cura, ogni terapeuta dovrebbe praticare un lavoro costante di disciplina interiore, per evitare di ritrovarsi in cicli interpersonali problematici con i pazienti e mettere in pratica una buona regolazione emotiva in seduta (Dimaggio et al., 2013). È stato osservato che i terapeuti che sostengono l’importanza di elaborare gli eventi traumatici ma che, in realtà, non li affrontano, presentano livelli più elevati di affaticamento da compassione, burnout e disagio rispetto sia a coloro che sostengono e praticano l’elaborazione del trauma, sia a chi non la sostiene né la pratica (Deighton et al., 2007) . Questo dato sottolinea ulteriormente quanto sia fondamentale per i professionisti della salute mentale mantenere una coerenza tra i propri valori dichiarati e le azioni concrete nella pratica clinica.

La disciplina interiore è una predisposizione mentale del terapeuta, un insieme di strategie di coping nei confronti di vissuti emotivi spiacevoli che si attivano in noi clinici in risposta a un contenuto proveniente dal paziente, che tocca delle corde per noi sensibili, e che quindi vanno gestiti tempestivamente (Safran & Segal, 1990).

Nel caso specifico degli eventi traumatici, i racconti dei pazienti possono indurre diverse sensazioni intense, come angoscia, imbarazzo o collera. monitorando i propri stati interni, il terapeuta può riconoscere che sotto le emozioni superficiali si cela un vissuto secondario significativo: il rischio o il timore di non essere un terapeuta adeguato e capace, associato a delusione e tristezza. Pertanto, diventa essenziale saper riconoscere cosa sta accadendo all’interno della propria mente.

Comprendere questo meccanismo e associarlo alle proprie credenze e paure è il primo passo per poter regolare e gestire questa mole emotiva nel qui e ora della seduta, ricordandosi che quel timore è solo un’ipotesi, una possibilità, un’auto-valutazione, ma non è necessariamente la verità assoluta.

L'importanza di prendersi cura di se stessi

È fondamentale, per chi lavora nella salute mentale, costruire e mantenere una rete di colleghi di riferimento per avere accesso a incontri costanti di supervisione e intervisione. Questo aiuta sia a ridurre la sensazione di isolamento, sia ad aumentare l’obiettività nei confronti dei pazienti presi in carico e per quelli futuri. Inoltre, la pratica della rotazione dei terapeuti è stata percepita come un eccellente ambiente di apprendimento e un modo efficace per condividere la responsabilità del trattamento (Vaage-Kowalzik et al., 2025) , rafforzando così ulteriormente il valore della collaborazione tra professionisti.

Avere un’adeguata formazione in psicotraumatologia è importante per apprendere gli strumenti principali non solo per intervenire efficacemente sul trauma, ma anche per ridurre l’impatto del trauma vicario. In particolare, i terapeuti che percepiscono una maggiore competenza nella Terapia Cognitivo-Comportamentale Focalizzata sul Trauma (TF-CBT) ottengono risultati migliori nel trattamento dello stress post-traumatico nei giovani (Espeleta et al., 2022) .

È altrettanto importante mantenere un buon equilibrio tra vita privata e professionale, preservare i propri spazi di piacere, riposo e svago, mantenere attiva la propria sfera amicale e familiare, e coltivare quotidianamente interessi e passioni non strettamente legati alla psicologia (Lazarus & Folkman, 1984).

Infine, chiunque eserciti la psicoterapia o qualsiasi altra relazione di cura dovrebbe impegnarsi per preservare un solido senso di identità personale, che prescinda dall’esercizio della professione.

Pratica clinica e spunti di riflessione

Nel lavoro clinico, è importante chiarire ai pazienti con vissuto traumatico che la terapia può finire, ma che la relazione non finisce mai. In sede di conclusione del trattamento, può essere utile proporre la possibilità di continuare a vedersi per delle sedute di follow-up, anche solo due volte all’anno, per esplorare come il vivere con una mente più aperta, consapevole e riflessiva influenzi la vita quotidiana e le relazioni (Liotti, 2005).

Questa tipologia di monitoraggio risulta meno fredda e distaccata, più simile a una relazione alla quale tutti siamo abituati. Con il paziente post-traumatico, l’idea che la fine della terapia sancisca anche la fine della relazione rischia di confermare alcune credenze che si formano quando si vive in un ambiente maltrattante e che possono essere applicate anche nei confronti del terapeuta: “sono di peso”, “sono una seccatura”, “la vita degli altri sarebbe migliore se io non ci fossi”, “il mio terapeuta è contento di essersi finalmente liberato di me” (Liotti & Monticelli, 2008).

È possibile dimostrare al paziente che non è così, non solo a parole ma anche nei fatti, grazie a una relazione terapeutica che non si esaurisce necessariamente alla fine della terapia.

Distinzione tra trauma vicario, compassion fatigue e burnout nel terapeuta

Nel contesto della salute mentale, è fondamentale distinguere tra trauma vicario, compassion fatigue e burnout, poiché queste condizioni, pur avendo elementi in comune, presentano caratteristiche e implicazioni differenti per il terapeuta.

  • Trauma vicario: Si manifesta quando il terapeuta, attraverso l'ascolto ripetuto di storie traumatiche dei pazienti, sviluppa sintomi simili a quelli del trauma, come ansia, disturbi del sonno e ipervigilanza. Questo fenomeno è stato descritto da Charles Figley, psicologo clinico, che ha evidenziato come l'esposizione indiretta al trauma possa alterare la percezione di sé e del mondo.
  • Compassion fatigue: Rappresenta una forma di esaurimento emotivo che deriva dal prendersi costantemente cura della sofferenza altrui. Secondo il modello di Figley (1995), la compassion fatigue si colloca su un continuum che va dalla compassion satisfaction (la gratificazione derivante dall'aiutare gli altri) fino all'esaurimento emotivo e alla perdita di empatia. I sintomi includono stanchezza cronica, distacco emotivo e difficoltà a provare compassione.
  • Burnout: È una sindrome legata allo stress lavorativo cronico, caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale. Christina Maslach, psicologa sociale, ha sottolineato che il burnout si sviluppa gradualmente e coinvolge non solo la sfera emotiva, ma anche quella cognitiva e comportamentale, influenzando negativamente la qualità del lavoro terapeutico.

Queste condizioni possono sovrapporsi, ma è importante riconoscerne le differenze per poter intervenire in modo mirato. Ad esempio, mentre il trauma vicario è strettamente legato all'esposizione ai traumi dei pazienti, il burnout può insorgere anche in assenza di tali esposizioni, a causa di carichi di lavoro eccessivi o mancanza di supporto organizzativo.

Sintomi, cause e conseguenze del trauma del terapeuta: un confronto strutturato

Per comprendere meglio l'impatto del trauma sul terapeuta, può essere utile confrontare sintomi, cause e conseguenze delle principali forme di disagio legate all'esposizione al trauma nel contesto clinico.

Sintomi comuni:

  • Trauma vicario: sintomi simili al disturbo post-traumatico da stress, come flashback, evitamento, ipervigilanza e alterazioni dell'umore.
  • Compassion fatigue: sensazione di esaurimento emotivo, perdita di empatia, irritabilità e difficoltà a mantenere il coinvolgimento con i pazienti.
  • Burnout: stanchezza cronica, cinismo, distacco dal lavoro e senso di inefficacia professionale.

Cause principali:

  • Trauma vicario: esposizione ripetuta ai racconti traumatici dei pazienti, soprattutto in assenza di adeguato supporto o supervisione.
  • Compassion fatigue: coinvolgimento emotivo intenso e prolungato nella sofferenza altrui, spesso senza periodi di recupero.
  • Burnout: carichi di lavoro eccessivi, mancanza di riconoscimento, scarsa autonomia e supporto organizzativo insufficiente.

Conseguenze possibili:

  • Trauma vicario: alterazione della percezione di sicurezza personale, difficoltà nelle relazioni interpersonali e rischio di sviluppare sintomi ansioso-depressivi.
  • Compassion fatigue: riduzione della qualità della cura, aumento del rischio di errori clinici e tendenza all'isolamento emotivo.
  • Burnout: abbandono della professione, calo della motivazione e impatto negativo sulla salute fisica e mentale.

Riconoscere precocemente questi segnali può permettere al terapeuta di intervenire tempestivamente, adottando strategie di prevenzione e cura adeguate.

Dati epidemiologici sul trauma nei terapeuti

La prevalenza del trauma vicario e della compassion fatigue tra i terapeuti è un tema di crescente interesse nella letteratura scientifica internazionale. Secondo una revisione sistematica pubblicata su Journal of Interpersonal Violence (Sabin-Farrell & Turpin, 2003), tra il 15% e il 39% dei professionisti della salute mentale riferisce sintomi riconducibili al trauma vicario.

Inoltre, uno studio condotto da Rupert e Morgan (2005) su psicologi clinici statunitensi ha rilevato che circa il 21% dei partecipanti ha riportato livelli clinicamente significativi di compassion fatigue. Questi dati sottolineano quanto sia diffuso il rischio di sviluppare forme di disagio legate all'esposizione al trauma anche tra i professionisti più esperti.

Essere consapevoli di queste percentuali può aiutare a normalizzare il vissuto del terapeuta e a promuovere una cultura di prevenzione e supporto all'interno della comunità professionale.

Modelli teorici di riferimento per comprendere il trauma del terapeuta

Per approfondire la comprensione del trauma del terapeuta, è utile fare riferimento ad alcuni modelli teorici che hanno guidato la ricerca e la pratica clinica negli ultimi decenni.

  • Continuum compassion satisfaction–compassion fatigue (Figley, 1995): Questo modello descrive come il terapeuta possa oscillare tra la soddisfazione derivante dall'aiutare gli altri e l'esaurimento emotivo causato dall'esposizione prolungata alla sofferenza. La posizione su questo continuum può dipendere da fattori personali, relazionali e organizzativi.
  • Modello dello stress traumatico secondario (McCann & Pearlman, 1990): Secondo questo approccio, il trauma vicario può svilupparsi quando il terapeuta interiorizza le esperienze traumatiche dei pazienti, modificando le proprie convinzioni fondamentali su sé stesso, gli altri e il mondo.
  • Modello del burnout (Maslach & Leiter, 2016): Questo modello evidenzia come il burnout sia il risultato di uno squilibrio tra richieste lavorative e risorse disponibili, con particolare attenzione all'importanza del supporto sociale e della realizzazione personale.

Questi modelli offrono strumenti utili per riconoscere i segnali di disagio, comprendere i meccanismi sottostanti e sviluppare strategie di prevenzione e intervento mirate.

Strategie evidence-based per la prevenzione e la gestione del trauma del terapeuta

La prevenzione e la gestione del trauma del terapeuta richiedono un approccio integrato, basato su strategie validate dalla ricerca scientifica.

  • Supervisione clinica regolare: Partecipare a incontri di supervisione permette di condividere i vissuti emotivi legati al lavoro terapeutico, ricevere feedback e sviluppare nuove prospettive di intervento.
  • Formazione continua sulla gestione del trauma: Aggiornarsi sulle tecniche di intervento e sulle nuove evidenze scientifiche aiuta a rafforzare le competenze e a ridurre il rischio di disagio emotivo.
  • Pratiche di self-care: Integrare nella routine quotidiana attività di cura di sé, come la mindfulness, l'attività fisica e il mantenimento di relazioni sociali significative, può contribuire a preservare il benessere psicologico.
  • Definizione di confini professionali chiari: Saper riconoscere i propri limiti e stabilire confini tra vita lavorativa e personale è fondamentale per prevenire il sovraccarico emotivo.
  • Ricerca di supporto tra pari: Confrontarsi con colleghi che vivono esperienze simili favorisce la condivisione di strategie efficaci e la riduzione del senso di isolamento.

L'adozione di queste strategie, supportate da numerosi studi internazionali (ad esempio, Jenkins & Baird, 2002), può contribuire a ridurre l'impatto del trauma vicario e della compassion fatigue, promuovendo la resilienza e la soddisfazione professionale.

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