Che cos’è il trauma vicario
Il trauma vicario è una trasformazione negativa e duratura degli schemi cognitivi ed emotivi di chi aiuta, che avviene attraverso il contatto ripetuto e l’immedesimazione empatica con il trauma altrui. Non è “solo” stanchezza o stress: riguarda il modo in cui la persona che aiuta inizia a vedere sé stessa, gli altri e il mondo.
Secondo il modello di McCann e Pearlman (1990), psicologi clinici che hanno studiato a lungo questo fenomeno, il trauma vicario modifica i cosiddetti sistemi di credenze: idee profonde su sicurezza, fiducia, potere, controllo, intimità e autostima. Quando queste convinzioni vengono scosse dall’esposizione continua al dolore degli altri, chi aiuta può sentirsi meno al sicuro, più disilluso o cinico, e faticare a mantenere speranza.
Una revisione della letteratura scientifica su 16 studi qualitativi ha descritto un vero e proprio modello cognitivo di trauma vicario: l’esposizione ripetuta ai racconti di trauma dei pazienti può produrre nei terapeuti cambiamenti marcati negli schemi cognitivi, che si manifestano in sintomi cognitivi, emotivi, fisiologici e comportamentali simili, ma in genere meno gravi, rispetto a quelli del disturbo da stress post-traumatico (McNeillie & Rose, 2020).
Il trauma vicario può riguardare soprattutto chi lavora in relazioni d’aiuto (psicologi, psicoterapeuti, operatori sociali, sanitari, educatori, volontari in contesti di emergenza), ma può toccare anche altre figure che entrano in contatto con storie traumatiche in modo intenso e prolungato, lasciando un segno profondo sul loro modo di sentire e di stare nel mondo.
Come può manifestarsi il trauma vicario: sintomi e segnali
Il trauma vicario può assumere una forma simile al disturbo post-traumatico da stress (PTSD), pur avendo un’origine indiretta. I sintomi più frequenti possono includere:
- Intrusioni: pensieri, immagini o ricordi improvvisi legati alle storie ascoltate, che possono emergere durante la giornata o nei sogni. La persona può rivivere frasi, scene o dettagli dei racconti dell’altro.
- Evitamento: tendenza a evitare casi, situazioni, luoghi o contenuti che ricordano il materiale traumatico.
- Aumento dell’arousal: irritabilità, difficoltà a rilassarsi, ipervigilanza, problemi di sonno, maggiore sensibilità ai rumori o alle notizie di cronaca.
- Cambiamenti negativi nelle credenze: visione del mondo come solo pericoloso, perdita di fiducia negli altri, percezione di sé come impotente o inefficace.
Questi segnali non compaiono all’improvviso: spesso si sviluppano in modo graduale, rendendo difficile accorgersi che si tratta di trauma vicario e non di semplice stress lavorativo.
Trauma vicario, stress traumatico secondario e Compassion Fatigue
Il trauma vicario è spesso confuso con altri concetti vicini e, anche nella letteratura scientifica, i confini non sono sempre chiari. Comprendere le differenze può aiutare a riconoscerlo meglio, pur mantenendo un atteggiamento critico e prudente rispetto alle definizioni disponibili.
- Stress traumatico secondario (STS): indica l’insieme di sintomi simili al PTSD che possono comparire dopo l’esposizione indiretta al trauma altrui. Si concentra soprattutto sulle manifestazioni acute (intrusioni, evitamento, iperarousal).
- Compassion fatigue: descrive l’esaurimento emotivo e la riduzione della capacità di provare empatia dopo un’esposizione prolungata alla sofferenza degli altri. È spesso definita come il “costo della cura”.
- Trauma vicario: mette al centro la trasformazione delle credenze profonde di chi aiuta. Non riguarda solo i sintomi, ma il modo in cui cambiano valori, fiducia, speranza e senso di sicurezza, e come questo influisca sul senso di sicurezza personale e sulla visione del mondo.
Questi fenomeni possono coesistere: una persona può sperimentare STS e compassion fatigue, mentre il trauma vicario si riconosce soprattutto quando l’esposizione al trauma altrui modifica in modo più stabile il proprio modo di leggere la realtà.
Allo stesso tempo, è importante sapere che una revisione sistematica della letteratura sottolinea come le prove empiriche a sostegno del trauma vicario come costrutto distinto nei professionisti della salute mentale siano ancora limitate e tra loro incoerenti, e che la ricerca disponibile non permetta di separarlo con chiarezza da altre forme di disagio lavorativo, come burnout, compassion fatigue, secondary traumatic stress e stress lavorativo generico (Sabin-Farrell & Turpin, 2003). Questa incertezza scientifica non invalida la sofferenza di chi lavora a contatto con il trauma, ma invita a considerare tali etichette come strumenti descrittivi da usare con cautela e sensibilità.
In che modo il trauma vicario può cambiare la visione di sé, degli altri e del mondo
Il cuore del trauma vicario è il cambiamento dei sistemi di significato. L’esposizione continua a storie di violenza, abusi, perdite o trascuratezza può erodere alcune convinzioni fondamentali. Tra le aree più colpite troviamo:
- Sicurezza: il mondo può iniziare a sembrare costantemente minaccioso, anche in contesti oggettivamente sicuri.
- Fiducia: ascoltare ripetutamente racconti di tradimenti o violenze può rendere difficile fidarsi degli altri, anche nelle relazioni personali.
- Potere e controllo: la persona può sentirsi impotente, come se nulla di ciò che fa fosse davvero sufficiente a proteggere o cambiare le cose.
- Autostima: il confronto continuo con traumi gravi può generare vissuti di inadeguatezza, colpa o vergogna per non aver “fatto abbastanza”.
Questi cambiamenti non sono segno di debolezza, ma possono essere il risultato di un coinvolgimento empatico profondo con il dolore altrui, che ha un impatto reale sulla psiche di chi aiuta.
Allo stesso tempo, molte persone che lavorano a contatto con il trauma riportano anche esperienze di crescita personale e professionale legate proprio al contatto con la sofferenza e con la resilienza dei pazienti: osservare la capacità delle persone di resistere, ricostruire e trasformarsi può rafforzare il senso di significato del proprio lavoro e aprire nuove prospettive su sé stessi e sugli altri (McNeillie & Rose, 2020).
In questo senso, l’impatto del lavoro con il trauma è profondo e complesso: intreccia fatica, dolore e logoramento emotivo con la possibilità di scoprire nuove risorse, valori e modi di stare in relazione.
Chi può essere più esposto al trauma vicario
Il trauma vicario riguarda soprattutto chi lavora a stretto contatto con persone che hanno vissuto eventi traumatici gravi e ripetuti. Alcuni fattori possono aumentare il rischio:
- Tipo di utenza: lavorare con persone vittime di violenza, abusi, torture, guerre, disastri o traumi infantili complessi espone a materiale emotivamente molto intenso.
- Livello di empatia: una forte capacità di immedesimarsi è una risorsa terapeutica, ma può diventare un canale attraverso cui il trauma altrui “entra” nel mondo interno di chi aiuta.
- Carico di casi: seguire molti casi altamente traumatici contemporaneamente riduce lo spazio mentale per elaborare ciò che si ascolta.
- Storia personale: avere vissuto traumi propri non significa automaticamente sviluppare trauma vicario, ma può rendere alcune storie più attivanti.
Riconoscere questi fattori non serve a colpevolizzarsi, ma a comprendere perché, in certe condizioni, il trauma vicario diventa più probabile e richiede maggiore cura di sé.
Monitorare i propri schemi cognitivi per riconoscere il trauma vicario
Un passo centrale nella gestione del trauma vicario è imparare a osservare i propri pensieri ricorrenti. Alcuni segnali cognitivi possono indicare che l’esposizione al trauma altrui sta modificando in profondità il modo di vedere il mondo.
Esempi di pensieri da monitorare sono:
- “Il mondo è solo pericoloso”: generalizzazione della minaccia, come se nessun luogo o relazione potesse essere davvero sicura.
- “Non posso fidarmi di nessuno”: difficoltà a distinguere tra contesti rischiosi e relazioni affidabili.
- “Non servo a niente, non faccio abbastanza”: svalutazione del proprio ruolo, anche quando si stanno offrendo aiuto e presenza significativi.
- “Se abbasso la guardia, succederà qualcosa di terribile”: ipervigilanza costante, con difficoltà a concedersi riposo.
Annotare questi pensieri, condividerli in supervisione o in spazi di confronto tra pari, può permettere di cogliere precocemente l’impatto del trauma vicario e di intervenire prima che diventi pervasivo.
Strategie di decompressione dopo l’esposizione al trauma altrui
Per contenere il trauma vicario può essere utile creare rituali di decompressione dopo le sedute o i turni più intensi. Non si tratta di “cancellare” ciò che si è ascoltato, ma di aiutare mente e corpo a tornare gradualmente a uno stato di maggiore equilibrio, riconoscendo con gentilezza l’impatto emotivo del proprio lavoro.
Alcune strategie possibili includono:
- Transizioni consapevoli: prendersi alcuni minuti tra un caso e l’altro per respirare, annotare brevemente ciò che è emerso e segnare mentalmente una chiusura, così da non passare in modo brusco da una storia dolorosa alla successiva.
- Attività corporee leggere: una breve camminata, qualche esercizio di stretching o di radicamento per scaricare la tensione fisica accumulata; in questa direzione, interventi che includono pratiche di mindfulness e altre tecniche mente-corpo hanno mostrato di poter ridurre stress traumatico secondario, compassion fatigue e burnout nei professionisti esposti ripetutamente alla sofferenza altrui (Kim et al., 2022).
- Piccoli rituali personali: cambiare stanza o abiti al rientro a casa, fare una doccia consapevole, leggere qualche pagina di un libro, ascoltare musica o dedicarsi a brevi pratiche di yoga o meditazione per favorire il passaggio dal ruolo professionale alla vita privata; studi condotti su infermieri impegnati in prima linea durante la pandemia di COVID-19 indicano che queste strategie di coping positive, comprese attività fisiche e ricreative, possono attenuare l’impatto del trauma vicario sui problemi di salute mentale, mentre strategie di coping negative tendono ad amplificarlo (Piras et al., 2024).
La costanza di queste pratiche, più che la loro durata, può aiutare a ridurre l’accumulo di materiale traumatico non elaborato e a costruire nel tempo una protezione più stabile dagli effetti del trauma vicario, offrendo a chi aiuta uno spazio regolare di cura di sé.
Il ruolo della supervisione clinica rispetto al trauma vicario
La supervisione clinica può rappresentare uno strumento chiave per riconoscere e contenere il trauma vicario. Non serve solo a discutere casi complessi, ma anche a esplorare come le storie dei pazienti risuonano nel mondo interno di chi aiuta.
Una supervisione attenta al trauma vicario può offrire:
- Spazio per nominare l’impatto emotivo: dare parole a fatica, impotenza, rabbia o tristezza legate ai casi più traumatici.
- Rilettura degli schemi cognitivi: individuare insieme come le esperienze di lavoro stanno modificando la visione di sé, degli altri e del mondo.
- Confini e limiti realistici: riflettere su cosa è possibile fare e cosa esce dalla propria responsabilità, riducendo vissuti di colpa.
- Strategie personalizzate di cura di sé: costruire piani concreti per proteggere il proprio benessere senza rinunciare all’impegno professionale.
Quando la supervisione è regolare e centrata anche sull’impatto del lavoro su chi aiuta, diventa un fattore protettivo importante contro il trauma vicario.
Gruppi di pari e condivisione dell’impatto del trauma vicario
Oltre alla supervisione individuale, i gruppi di pari rappresentano uno spazio prezioso per elaborare il trauma vicario. Confrontarsi con colleghi che vivono sfide simili può ridurre il senso di isolamento e normalizzare molte reazioni.
In questi contesti è possibile:
- Raccontare l’impatto soggettivo delle storie ascoltate, senza doversi mostrare sempre forti o imperturbabili.
- Riconoscere pattern comuni: accorgersi che pensieri come “non faccio mai abbastanza” o “il mondo è solo violento” non sono personali, ma tipici del trauma vicario.
- Scambiarsi strategie concrete di decompressione, gestione dei confini e cura di sé.
- Coltivare speranza e senso di significato: ricordare, attraverso le esperienze degli altri, che anche in contesti molto difficili possono emergere cambiamenti, risorse e resilienza.
La condivisione tra pari non elimina il trauma vicario, ma lo rende più pensabile e meno schiacciante, trasformandolo in un tema di lavoro comune e non in un problema individuale da nascondere.
Prevenzione organizzativa del trauma vicario
Il trauma vicario non è solo una questione individuale: anche le organizzazioni hanno un ruolo cruciale nel prevenirlo. Alcune scelte strutturali possono ridurre il rischio che l’esposizione al trauma altrui si traduca in cambiamenti cognitivi e valoriali profondi.
Interventi possibili includono:
- Gestione del carico di casi: limitare il numero di situazioni altamente traumatiche affidate alla stessa persona, evitando accumuli prolungati.
- Rotazione dei compiti: alternare periodi di lavoro su casi molto complessi con attività meno esposte al trauma.
- Debriefing strutturati: prevedere momenti guidati di confronto dopo eventi particolarmente impattanti, per elaborare insieme ciò che è accaduto.
- Formazione specifica sul trauma vicario: aiutare i professionisti a riconoscerne i segnali precoci e a utilizzare strumenti di protezione.
Quando il rischio di trauma vicario viene riconosciuto a livello organizzativo, il messaggio implicito è che la salute mentale di chi aiuta è una priorità, non una responsabilità privata da gestire in solitudine.
Prendersi cura di chi si prende cura: il supporto di Unobravo
Se leggendo queste righe ti sei riconosciutə in alcuni segnali del trauma vicario, non significa che sei “meno adatto” al tuo lavoro: significa che ti stai esponendo, con profondità e responsabilità, al dolore degli altri. Proprio per questo, meriti uno spazio sicuro in cui poter deporre per un momento il ruolo di chi aiuta e tornare a essere semplicemente una persona, con bisogni, limiti ed emozioni legittime.
Un percorso psicologico può contribuire ad aiutarti a riconoscere l’impatto del trauma vicario, rimettere a fuoco i tuoi sistemi di credenze, ricostruire confini più sani e ritrovare, in alcuni casi, senso, fiducia e speranza nel tuo lavoro e nella tua vita.
Se senti che è il momento di non farcela più “da solə” e di concederti un sostegno dedicato, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online e scoprire il professionista Unobravo potenzialmente più in linea con le tue esigenze. Prendersi cura di te non è un lusso: è una parte fondamentale del tuo modo di prenderti cura degli altri.






