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Sadismo: significato, segnali e come proteggersi

Sadismo: significato, segnali e come proteggersi
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Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
24.4.2026
Sadismo: significato, segnali e come proteggersi
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Il termine “sadismo” suscita spesso reazioni intense e timori, anche perché viene utilizzata nel linguaggio comune con significati diversi e talvolta imprecisi. Comprendere davvero cosa indichi questo termine è importante, soprattutto se si sta cercando di dare un senso a comportamenti che hanno ferito, spaventato o generato confusione.

Potresti trovarti qui perché desideri capire meglio l’atteggiamento di qualcuno, oppure perché temi che alcuni tuoi impulsi possano essere dannosi. In altri casi, il dubbio nasce semplicemente dal voler distinguere tra ciò che è un uso colloquiale della parola e ciò che ha un reale significato psicologico e clinico.

In questo approfondimento troverai una spiegazione chiara del concetto di sadismo, i principali segnali a cui prestare attenzione e indicazioni concrete per tutelarti o intervenire in modo responsabile su te stesso.

Sadismo: significato e uso del termine

Il termine sadismo indica il piacere o la gratificazione che una persona può provare nel causare sofferenza fisica, emotiva o morale ad un’altra persona.  

Questa dinamica può manifestarsi con modalità differenti: da comportamenti apertamente violenti fino a forme più sottili, come il compiacimento nel vedere qualcuno umiliato, mortificato o in difficoltà.

Nel linguaggio comune, l’uso del termine può essere molto diverso dal suo significato clinico. Espressioni come “sei sadico” o “sei sadica” possono comparire anche in contesti scherzosi, ad esempio quando qualcuno si diverte con una presa in giro o uno scherzo pesante. Questo uso informale rischia di generare confusione: da un lato banalizza la reale portata del fenomeno, dall’altro attribuisce etichette eccessive a comportamenti che non hanno nulla a che vedere con un quadro psicologico strutturato.

Donatien-Alphonse-François de Sade, meglio noto come Marchese de Sade

L’origine del termine risale allo scrittore francese del XVIII secolo Marchese de Sade, noto per opere in cui la crudeltà e il piacere per il dolore altrui erano temi centrali. Da qui deriva il concetto moderno, poi ripreso anche in ambito psicologico e psichiatrico.

È importante distinguere questa dinamica da altre forme di aggressività.

Emozioni come rabbia o desiderio di vendetta, pur potendo condurre a comportamenti dannosi, sono generalmente reazioni a un torto percepito. Nel sadismo, invece, l’elemento distintivo è la presenza di una soddisfazione diretta nel vedere l’altro soffrire, indipendentemente da una provocazione reale.

Il sadismo nelle relazioni

Individuare dinamiche sadiche in una relazione non è sempre immediato, perché raramente si manifestano in modo esplicito fin dall’inizio. Più spesso emergono attraverso schemi ripetitivi basati su controllo, dominio e intimidazione: provocazioni continue, “prove” relazionali, giochi di potere e atteggiamenti che sembrano trarre soddisfazione dalla sofferenza o dalla confusione dell’altro.  

Le ricerche suggeriscono che livelli più elevati di sadismo quotidiano possono associarsi a una maggiore probabilità di comportamenti aggressivi nei conflitti di coppia, anche considerando variabili come genere e stato relazionale (Fentem et al., 2025). Tuttavia, i dati sulla diffusione della violenza nelle relazioni variano molto a seconda degli studi e vanno interpretati con cautela. Esistono segnali sul piano emotivi e cognitivo come:

  • compiacimento davanti alla sofferenza altrui,
  • bisogno di potere e controllo,
  • distacco e mancanza di empatia,
  • giustificazioni come “se l’è meritato”.

Sul piano comportamentale, invece, i segnali possono essere:

  • provocazioni e test dei limiti,
  • alternanza tra gratificazioni e punizioni,
  • colpevolizzazione e svalutazione

Quando questi schemi sono frequenti, intenzionali e accompagnati da difficoltà ad assumersi responsabilità, possono indicare una dinamica relazionale disfunzionale. Non si tratta di caratteristiche legate al genere: tali pattern possono comparire in uomini e donne. È importante evitare autodiagnosi o etichette affrettate. Più che definire una persona, è utile osservare i fatti: cosa accade davvero, con quale frequenza e quale effetto produce su di te. Paura, isolamento, vergogna e perdita di autostima sono segnali da non ignorare.

Se riconosci queste dinamiche, in te o nella relazione, chiedere supporto professionale può aiutare a comprendere le cause profonde e a costruire modalità relazionali più sane e sicure.

Quando un tratto diventa un problema serio

Le manifestazioni sadiche non sono tutte uguali: si collocano lungo un continuum che va da fantasie e impulsi o impulsi occasionali fino a comportamenti concreti e ripetitivi. Ciò che fa la differenza non è la presenza di un singolo episodio, ma l’impatto che questi atteggiamenti hanno sul benessere proprio e altrui e la loro tendenza a ripresentarsi nel tempo.

Un segnale di allarme emerge quando la dinamica smette di essere episodica e diventa stabile o crescente. In particolare, è opportuno valutare un supporto professionale se si osservano:

  • aumento progressivo dell’intensità o frequenza dei comportamenti,
  • difficoltà a controllare gli impulsi,
  • conseguenze dannose per altre persone,
  • sensazioni persistenti di colpa, vuoto o disagio interiore,
  • uso di sostanze che amplifica aggressività o disinibizione.

È importante precisare che all’interno del DSM-5-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) non viene riconosciuto un disturbo sadico di personalità, ma piuttosto dei tratti possono comparire all’interno di quadri psicologici più complessi, talvolta associati ad altri pattern di funzionamento come quelli osservabili nei disturbi di personalità di tipo antisociale, narcisistico o borderline, oppure in presenza di problematiche legate all’uso di sostanze. Possibili intrecci possono verificarsi con disturbo antisociale di personalità, narcisismo, disturbo borderline di personalità e abuso di sostanze.

Queste non sono etichette definitive, ma ipotesi cliniche che aiutano a orientare la comprensione e l’intervento. Riconoscere precocemente i segnali permette di intervenire in modo mirato, prevenendo l’aggravarsi delle dinamiche e favorendo modalità relazionali più sane e consapevoli.

Sadismo sessuale: fantasie, pratiche e consenso

Il sadismo sessuale indica l’eccitazione associata alla sofferenza o all’umiliazione dell’altra persona. In questo ambito è fondamentale distinguere con chiarezza tra ciò che avviene all’interno di una dinamica consensuale e ciò che costituisce violenza.

Alexander Krivitskiy – Pexels

In contesti come il BDSM, alcune pratiche possono essere vissute come giochi erotici strutturati secondo principi condivisi, sicurezza, lucidità e consenso con limiti stabiliti in anticipo e strumenti precisi, come la parola di sicurezza, che consente di interrompere immediatamente l’interazione.

Queste precauzioni non sono formali: alcune pratiche comportano rischi reali. Una revisione di casi fatali legati ad attività BDSM, ad esempio, ha evidenziato che la causa più frequente di morte era lo strangolamento durante asfissia erotica, presente nell’88,2% dei casi analizzati (Schori et al., 2022).

Consenso, danno e sofferenza: la linea di confine

Comprendere la differenza tra dinamiche consensuali e situazioni abusive è essenziale per valutare con lucidità ciò che accade in una relazione. Un primo orientamento può venire da alcuni criteri chiave:

  • consenso esplicito: entrambe le persone sono realmente d’accordo e lo hanno comunicato chiaramente,
  • sicurezza: esistono limiti definiti che tutelano l’integrità fisica ed emotiva di entrambi,
  • rispetto reciproco: desideri, bisogni e confini personali vengono ascoltati e considerati,
  • libertà di rifiuto: ciascuno può dire “no” senza timore di pressioni, punizioni o ritorsioni,
  • possibilità di interrompere: se uno dei due decide di fermarsi, l’altro rispetta immediatamente la richiesta.

Quando invece compaiono elementi come paura, coercizione, ricatto, isolamento, minacce o umiliazione intenzionale e ripetuta, non si tratta più di una dinamica consensuale ma di un quadro abusivo.

Per distinguere un tratto da un problema clinicamente rilevante, la domanda centrale riguarda l’impatto: se i comportamenti provocano danno, perdita di controllo o compromettono la qualità delle relazioni e della vita quotidiana, è opportuno rivolgersi a un professionista per una valutazione approfondita e un intervento mirato.

Sadismo e fantasie sessuali

Un altro aspetto delicato riguarda le fantasie. Avere immagini o pensieri di questo tipo non significa necessariamente volerli realizzare né tantomeno perdere il controllo. Diventano però un segnale da ascoltare quando risultano intrusive, angoscianti o difficili da gestire.  

Alcuni passi utili possono essere:

  • riconoscere la fantasia come contenuto mentale, senza sentirsi obbligati ad agire,
  • parlarne con un professionista se genera ansia, colpa o timore,
  • definire sempre regole chiare di sicurezza e consenso, oppure scegliere consapevolmente di non praticare. 

Chiedere supporto non è un segno di debolezza, ma una scelta responsabile verso se stessi e verso gli altri.

Quando parliamo di disturbo da sadismo sessuale

Il disturbo da sadismo sessuale è una condizione clinica descritta nel DSM-5-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali).  Non riguarda semplicemente la presenza di fantasie, ma una combinazione di caratteristiche specifiche.

Alexander Krivitskiy – Pexels

Per porre diagnosi devono essere presenti, per almeno sei mesi, fantasie, impulsi o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti centrati sulla sofferenza fisica o psicologica di un’altra persona. Tuttavia, questo non basta: il quadro diventa clinicamente rilevante solo se tali contenuti causano disagio significativo, compromettono il funzionamento personale o relazionale, oppure se la persona ha agito coinvolgendo qualcuno non consenziente. I principali campanelli d’allarme sono:

  • compulsività (necessità di mettere in atto le fantasie per ridurre l’ansia);
  • escalation (aumento dell’intensità o della frequenza degli episodi);
  • difficoltà a eccitarsi senza elementi di dolore o umiliazione;
  • rischio legale o di danno reale per sé o per altri.

È importante sottolineare che non si tratta di una condizione immutabile né automaticamente definibile come senza soluzione. Gli interventi possono essere complessi e richiedono motivazione al cambiamento, assunzione di responsabilità e un principio fondamentale: la tutela della sicurezza e del benessere altrui.

Da dove nasce il bisogno di far soffrire

La tendenza a provare soddisfazione nel vedere soffrire qualcuno può avere radici complesse e multifattoriali.  In alcuni casi affonda le radici in esperienze precoci difficili come traumi, abusi o modelli di attaccamento segnati da paura e instabilità che possono influenzare il modo in cui una persona vive potere, vulnerabilità e relazioni.

Anche l’apprendimento relazionale ha un ruolo: crescere in contesti in cui aggressività, dominio o violenza (domestica e psicologica) sono normalizzati può rendere questi schemi più probabili da riprodurre. A ciò si possono aggiungere fattori interni, come bisogno di controllo, vergogna, insicurezza o rabbia non regolata, che talvolta vengono gestiti attraverso comportamenti che danno un’illusione di forza o protezione.

Non incidono solo le esperienze passate: anche condizioni di forte stress possono aumentare la probabilità di atteggiamenti crudeli o disinibiti. Alcuni studi sperimentali, ad esempio, hanno osservato che l’esposizione a stimoli legati a situazioni minacciose collettive può associarsi a un aumento di comportamenti riconducibili al cosiddetto sadismo quotidiano (Li, 2025).

Comprendere da dove nascono questi impulsi non significa giustificarli, ma rappresenta spesso il primo passo per interrompere schemi dannosi e sviluppare modalità relazionali più sane e consapevoli.

Il ruolo della terapia e strategie utili

Il cambiamento è possibile e la psicoterapia può rappresentare uno spazio sicuro in cui esplorare le proprie dinamiche interne e imparare a gestire gli impulsi distruttivi o comportamenti che rischiano di danneggiare sé stessi e gli altri. Un primo passo può essere individuare i trigger, cioè le situazioni, emozioni o pensieri che attivano il bisogno di controllo o la spinta a ferire. Riconoscerli consente di interrompere il ciclo disfunzionale piacere–controllo–danno e di lavorare sullo sviluppo di empatia e responsabilità.

Interrompere il ciclo piacere–controllo–danno è un obiettivo fondamentale, insieme allo sviluppo di empatia e senso di responsabilità.

Diversi approcci terapeutici possono essere utili. La terapia cognitivo-comportamentale aiuta a modulare gli impulsi, ristrutturare schemi di pensiero disfunzionali e prevenire ricadute attraverso strumenti pratici. Anche altri modelli, come quelli psicodinamici, la schema therapy o la DBT, intervengono su regolazione emotiva, consapevolezza e qualità delle relazioni.Ecco alcune strategie pratiche di autoregolazione sono:

  • prendere un time-out quando si avverte l’impulso a ferire,
  • allontanarsi fisicamente dalla situazione di rischio,
  • ridurre l’uso di alcol e sostanze,
  • chiedere supporto a una persona di fiducia,
  • pianificare in anticipo un piano di sicurezza.

Se vivi con un familiare che presenta queste dinamiche, è importante stabilire confini chiari costruendo una rete di supporto e sapere quando chiedere  aiuti esterni. Comprendere schemi ricorrenti come l’alternanza tra tensione e apparente calma tipica di alcune relazioni disfunzionali  può aiutare a orientarsi con maggiore lucidità.  Chiedere aiuto non è motivo di vergogna. Gli impulsi o le ferite personali non definiscono l’identità né il destino di una persona: con un percorso adeguato è possibile comprendere ciò che accade dentro di sé e costruire modalità più sicure, rispettose e sane di stare in relazione.

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