Crescita personale

Vergogna e zone limitrofe

Tra le emozioni secondarie la vergogna è probabilmente la più bistrattata: spesso confusa con altre emozioni, poco discussa in letteratura, talvolta trascurata nel setting terapeutico, ritenuta socialmente desiderabile nonostante la sua valenza negativa. La nostra cultura, infatti, ha a lungo attribuito un valore positivo alla vergogna, basti pensare che la parola stessa deriva dal latino “verecundia” che significa timidezza, discrezione, reverenza.



La vergogna ha una funzione sociale e una più squisitamente psicologica: da un punto di vista sociale vergognandoci, mostriamo di condividere valori e norme e, esprimendo tale emozione, ne riaffermiamo implicitamente l’importanza.


Da un punto di vista psicologico la vergogna è una componente dell’immagine di sé e si attiva quando ci percepiamo come inferiori, imperfetti, brutti, incapaci. Lo scopo della vergogna sarebbe quello di proteggere l’immagine del sé che si desidera mostrare al mondo. Emerge quando si crea un conflitto tra l’immagine di sé ideale e quella reale.


La vergogna si esprime su tre diversi piani: quello fisiologico, quello cognitivo e quello comportamentale.

  • Sul piano fisiologico le sue manifestazioni sono ad esempio rossore, tachicardia, sudorazione, sensazione di caldo o freddo. Queste alterazioni fisiche si accompagnano alla sensazione di rimpicciolire, di essere trasparenti;
  • dal punto di vista cognitivo possiamo riconoscere pensieri auto-svalutanti come “sono imperfetto”, “non sono all’altezza”, “sono incapace”;
  • sul piano comportamentale è possibile osservare reazioni come la fuga e l’evitamento della situazione temuta, il restare paralizzati nonostante si voglia reagire, il tentativo di mostrarsi a proprio agio allo scopo di celare il proprio vissuto interno.


Diversi tipi di vergogna

Lo psicologo L. Greenberg ha distinto la vergogna primaria e quella secondaria:

  • la vergogna primaria è associata alla paura di essere umiliati o sottovalutati;
  • la vergogna secondaria che deriva dal vergognarsi per le proprie reazioni emotive: provare ansia, paura, rabbia.

Un concetto vicino a quello di vergogna secondaria è quello di metavergogna, proposto dagli psicologi Orazi e Mancini, che indica la vergogna che ha come oggetto la propria stessa vergogna. L’individuo teme di essere giudicato negativamente per il fatto di vergognarsi. È facile capire come questo contribuisca a rendere l’esperienza della vergogna ancora più intensa.

Un’ultima distinzione riguarda l’esistenza di una vergogna interna e di una esterna: quest’ultima dipende principalmente dalle credenze altrui, mentre quella interna è direttamente collegata all’autovalutazione.

Erik Mclean - Pexels


I confini della vergogna

Ci sono emozioni che vengono spesso confuse con la vergogna, con cui condividono la dimensione sociale e autosvalutativa.

  • Il senso di colpa, ad esempio, si differenzia dalla vergogna perché si riferisce a un comportamento negativo messo in atto dal soggetto e ai suoi effetti sugli altri. La vergogna ha un orientamento più egocentrico e comporta una valutazione negativa globale di se stessi;
  • l’imbarazzo si discosta dalla vergogna perché quest’ultima può insorgere anche in seguito ad un comportamento noto solo a se stessi mentre, per l’imbarazzo, la conditio sine qua non è rappresentata dall’esposizione al pubblico;
  • la timidezza, definita come un tratto di personalità, una disposizione stabile della persona a prevenire l’emozione della vergogna.


Come impariamo a vergognarci?

La vergogna è un’emozione universale che tutti abbiamo provato almeno qualche volta. Ci sono persone che però sviluppano una sensibilità alla vergogna molto forte che li rende più vulnerabili della media a questo tipo di emozione.

Questo dipende dalle prime esperienze di errore e fallimento vissute nell’infanzia. Si tratta di individui che hanno interiorizzato comportamenti svilenti e colpevolizzanti da parte delle figure genitoriali di fronte a un loro insuccesso, imparando a interpretare l’errore in termini autosvalutativi.

La vergogna in psicopatologia

La vergogna costituisce un elemento trasversale a diversi quadri clinici, in cui ha un ruolo tanto nell’insorgenza quanto nel suo stabilizzarsi:

  • fobia sociale: l’alta sensibilità alla vergogna può contribuire in modo negativo alla costruzione del sé sociale dell’individuo e all’insorgenza del disturbo;
  • depressione: la vergogna evoca un senso di impotenza e fallimento e rappresenta un elemento centrale dei quadri depressivi;
  • disturbi del comportamento alimentare: i pazienti sono molto vulnerabili al giudizio degli altri e alla vergogna. È anche possibile trovare cicli di orgoglio e vergogna che concorrono al mantenimento del disturbo. L’orgoglio ha il ruolo di controllare l’alimentazione, mentre la vergogna compare in caso di fallimento;
  • disturbo post-traumatico da stress: in questo disturbo la vergogna è presente soprattutto quando il trauma subito riguarda un abuso sessuale o un’aggressione fisica. Può interferire con la possibilità di elaborare in modo funzionale le emozioni correlate all’evento traumatico nel setting terapeutico.
Julia Larson - Pexels


Un’emozione fondamentale

Per certi aspetti la vergogna rappresenta una componente dell’esperienza psichica, tendenzialmente trascurata, dalla letteratura scientifica e non. Appare però chiaro come essa sia un’emozione fondamentale nell’ambito della psicoterapia per diverse ragioni:

  • per la sua universalità;
  • perché spesso si presta ad essere elaborata in modo parziale e distorto essendo poco compresa e accettata;
  • in quanto elemento fondamentale in vari quadri clinici, da cogliere ed approfondire nel percorso terapeutico.

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