Ti è mai successo di sentirti attribuire una responsabilità per qualcosa che in realtà hai subito? O, al contrario, di accorgerti di aver attribuito a qualcuno una colpa che non gli apparteneva?
La colpevolizzazione della vittima, nota anche come victim blaming, è un meccanismo relazionale molto frequente e spesso sottile che può verificarsi in diversi contesti: nelle relazioni di coppia, nei rapporti familiari, negli ambienti di lavoro e nelle interazioni online.
In questo articolo esploreremo come riconoscere questo schema, comprenderne le dinamiche e sviluppare modalità comunicative più consapevoli, rispettose e protettive, sia verso gli altri sia verso se stessi.
Victim blaming: significato e perché è dannoso
Il victim blaming è il processo attraverso cui la responsabilità di un danno o di un’ingiustizia viene attribuita, in tutto o in parte, a chi l’ha subita anziché a chi l’ha causata. Si fonda sull’idea implicita che la vittima avrebbe potuto evitare quanto accaduto comportandosi diversamente.
Si tratta di un meccanismo psicologico molto complesso, influenzato da fattori culturali, sociali e individuali, che sposta il focus dal comportamento dell’aggressore a quello della vittima, giudicata per non aver prevenuto o gestito la situazione in modo adeguato. Può manifestarsi apertamente (“Te la sei cercata”) oppure in forme più sottili, come domande che sembrano neutre ma implicano colpa (“Perché non hai detto niente prima?”).
Le conseguenze possono essere rilevanti: vergogna, senso di colpa, ansia e minore propensione a chiedere aiuto o denunciare. Questo contribuisce a mantenere attivi i cicli di abuso e silenzio. Riconoscere il fenomeno è quindi essenziale per contrastarlo e favorire relazioni basate su responsabilità, rispetto ed empatia.
Victim, blaming e traduzione: parole che confondono
Per comprendere correttamente l’espressione victim blaming è utile partire dalle parole che la compongono: “Victim” significa “vittima”, mentre “blaming” indica l’atto di incolpare o attribuire colpa. Nelle ricerche online possono comparire refusi o varianti fuorvianti (come “vic tim” o ricerche sulla “traduzione di blaming”), che rimandano comunque a questi significati di base.
Nel linguaggio comune, si sente talvolta dire che qualcuno “fa la vittima” per descrivere una persona percepita come lamentosa o passiva. Ma è importante distinguere questa espressione colloquiale dal caso di una vittima reale, ossia chi ha subito un danno concreto: usare quell’etichetta in modo improprio può diventare un modo per sminuire, zittire o colpevolizzare.

Perché succede: un meccanismo che sembra proteggerci
Il victim blaming è un processo psicologico e sociale complesso, che, in alcuni casi può sembrare protettivo. Attribuire una colpa chiara dopo un evento ingiusto può ridurre l’ansia e il senso di impotenza, e spostare la responsabilità sulla vittima crea una distanza emotiva dal suo dolore, alimentando l’idea rassicurante che “a me non succederebbe”.
Quando questa modalità diventa abituale, può trasformarsi in uno stile relazionale condiviso, influenzando anche il clima di gruppi e comunità online. Tuttavia non rappresenta una vera soluzione: al contrario, rafforza l’isolamento e amplifica la sofferenza di chi ha già subito un danno.
“Il mondo è giusto”: controllo e bisogno di sicurezza
La cosiddetta fallacia del “mondo giusto” porta a credere che, se a qualcuno accade qualcosa di negativo, in qualche modo ne sia responsabile. Questa convinzione può offrire un senso illusorio di sicurezza: pensare che basti comportarsi “nel modo giusto” per evitare il dolore riduce temporaneamente l’ansia e la percezione di vulnerabilità.
Alla base c’è spesso il bisogno di controllo di fronte all’incertezza. Per allontanare l’ansia, ci rifugiamo in giudizi semplici e rigidi.
Per difenderci dalla paura, possiamo rifugiarci in spiegazioni semplici e rigide, che però non riflettono la complessità della realtà. Quando questa visione diventa dominante, rischia di generare diffidenza, ipervigilanza e scarsa capacità di riconoscere e accogliere la sofferenza altrui.
Stereotipi, pregiudizi e mito della “vittima ideale”
La colpevolizzazione della vittima è spesso alimentata da stereotipi radicati, che possono manifestarsi in frasi apparentemente comuni come: “Se l’è cercata”, “Perché non se n’è andata?” o “Aveva bevuto”. Queste idee riflettono una cultura che tende a minimizzare o normalizzare la violenza, spostando l’attenzione dal comportamento di chi agisce il danno a quello di chi lo subisce.
All’interno di questa cornice si diffonde il mito della “vittima ideale”: la persona che reagisce in modo ritenuto coerente, credibile e conforme alle aspettative sociali. Chi non rientra in questo schema rischia di essere messo in dubbio o non creduto. Questo meccanismo non riguarda solo la violenza sessuale, ma può colpire diversi gruppi vulnerabili come persone marginalizzate o discriminate, amplificando lo stigma e rendendo ancora più difficile chiedere aiuto o ottenere riconoscimento e tutela.

Come riconoscere il victim blaming: segnali e frasi tipiche
Il victim blaming può manifestarsi in modo esplicito o più sottile, ad esempio attraverso domande o consigli che sembrano neutri ma contengono un giudizio implicito. Frasi come:
- “Te la sei cercata”,
- “Bastava dire di no”,
- “Perché non hai reagito?”,
- “Se fossi stato più attento, non sarebbe successo”,
- “Forse hai frainteso”,
- “Forse stai esagerando”,
- “Non è successo niente di grave”,
- “Non ti preoccupare, andrà tutto bene”.
Non tutte queste espressioni nascono con intento accusatorio: alcune vengono pronunciate nel tentativo di rassicurare o spiegare. Tuttavia, anche quando non c’è cattiva intenzione, l’effetto può essere lo stesso perché chi ha subito un danno può sentirsi colpevole, vergognarsi, chiudersi o provare rabbia e sfiducia.
Riconoscere questi segnali è il primo passo per interrompere questo schema comunicativo e costruire interazioni più rispettose e consapevoli.
Che effetto ha su chi lo subisce: vittimizzazione secondaria
Il victim blaming può avere conseguenze profonde su chi lo vive. Quando una persona viene colpevolizzata per un danno subito, può sperimentare quella che viene definita “vittimizzazione secondaria”: un ulteriore trauma che si aggiunge a quello originario e nasce dal sentirsi giudicati, non creduti o messi sotto accusa invece che sostenuti. Questo può accadere in diversi contesti, non solo istituzionali ma anche familiari e sociali.
Gli effetti possono includere ansia, depressione, sintomi post-traumatici, senso di colpa, perdita di autostima e isolamento emotivo. Il timore di essere giudicati o non creduti può inoltre scoraggiare la richiesta di aiuto o la denuncia.
Quando qualcuno racconta di aver subito un danno, anche piccoli gesti possono fare la differenza: ascoltare senza giudicare, rispettare i tempi della persona, evitare interrogatori e chiedere di cosa abbia bisogno. In Italia sono disponibili servizi dedicati, come il numero 1522 per supporto e orientamento nei casi di violenza o stalking, mentre nelle situazioni di pericolo immediato è importante contattare il 112.
Se ti accusano di fare victim blaming: tra colpa e difensiva
Essere accusati di colpevolizzare una vittima può suscitare reazioni emotive intense, come confusione, disagio o vergogna. Queste emozioni, a loro volta, possono attivare risposte difensive automatiche come giustificarsi, minimizzare, contrattaccare o chiudersi che rischiano di irrigidire il dialogo invece di chiarirlo.
È importante ricordare che anche chi utilizza, consapevolmente o meno, modalità di victim blaming può rivederle e modificarle. Una strategia utile può essere seguire alcuni passaggi semplici:
- fermarsi un momento prima di reagire,
- chiedere un esempio concreto,
- riconoscere l’impatto delle proprie parole e scusarsi in modo autentico.
Va però considerato anche un altro aspetto: talvolta l’accusa di victim blaming può essere usata in modo strumentale, per evitare responsabilità o interrompere il confronto. In queste situazioni diventa essenziale valutare il contesto, mantenere lucidità e stabilire confini comunicativi chiari.

Come smettere di incolpare le vittime e cambiare tono
Quando qualcuno racconta di aver subito un danno, è essenziale mantenere chiaro il punto centrale: la responsabilità appartiene a chi ha agito il comportamento lesivo, non a chi lo ha subìto. Questo cambio di prospettiva trasforma reazioni impulsive o consigli non richiesti in un sostegno autentico.
Può essere utile chiedere di cosa la persona abbia bisogno, offrire ascolto o normalizzare le sue reazioni emotive ed evitare affermazioni che insinuino colpa o dubbio. Anche quando emergono irritazione o frustrazione, è importante distinguere tra il legittimo bisogno di proteggere le proprie energie e il rischio di colpevolizzare l’altro.
A volte, di fronte a chi sembra “fare la vittima”, possiamo provare rabbia o frustrazione. Sono emozioni normali, legate alla stanchezza o al senso di impotenza. Ma c’è una differenza tra porre un limite per proteggere le proprie energie e colpevolizzare l’altro.
Stabilire confini chiari e rispettosi è una strategia efficace: comunicare i propri limiti di tempo o di disponibilità, oppure suggerire un aiuto professionale quando necessario, consente di restare presenti senza sovraccaricarsi. Parallelamente, lavorare sui propri trigger emotivi come paura, rabbia o bisogno di controllo aiuta a ridurre reazioni automatiche di giudizio e a mantenere uno stile comunicativo più consapevole e rispettoso.
Riparare le relazioni: ascolto, scuse e confini
Ricostruire la fiducia dopo parole che hanno ferito richiede tempo, coerenza e attenzione. Scusarsi in modo efficace non significa solo dire “mi dispiace”, ma riconoscere l’impatto delle proprie parole e dimostrare, con i comportamenti, la volontà di cambiare. Una scusa autentica, ad esempio, esplicita la consapevolezza del danno causato e la responsabilità personale.
In questo processo sono centrali l’ascolto empatico e il rispetto dei confini: sostenere qualcuno non vuol dire sostituirsi a lui, ma restare presenti senza invadere il suo spazio decisionale. Quando le difficoltà relazionali si ripetono o la fiducia appare compromessa, può essere utile ricorrere a un supporto professionale.
La terapia può offrire uno spazio sicuro per riconoscere automatismi, stereotipi e paure che alimentano la colpevolizzazione, e per lavorare su empatia, rabbia, comunicazione e senso di colpa. Può essere indicata sia per chi ha subito queste dinamiche sia per chi teme di metterle in atto, soprattutto quando il problema è ricorrente, le relazioni si deteriorano o ci si sente bloccati nel cambiamento.
Se senti aver bisogno di sostegno, puoi trovare il tuo psicologo online su Unobravo.




