Dopo essere diventata madre ho rinunciato al lavoro: perchè sono così arrabbiata?
Ho scelto io, eppure mi sento in trappola
Amo mio figlio ma mi manca chi ero prima
Hai lasciato il lavoro dopo la nascita di tuo figlio e adesso, tra una poppata e un cambio pannolino, ti ritrovi a provare qualcosa che non ti aspettavi: rabbia.
Non è rabbia verso tuo figlio ma rivolta verso una situazione che senti ingiusta, verso un sistema che ti ha messa davanti a una scelta che non avrebbe dovuto esistere, verso giornate che sembrano tutte uguali.
Diventare madre comporta spesso una riorganizzazione profonda della propria identità: ci si ritrova a integrare un ruolo nuovo e totalizzante che può mettere in ombra gli altri aspetti di sé. La scelta di lasciare il lavoro spesso nasce dalla mancanza di alternative concrete: l'impossibilità di ottenere un part-time, l'assenza di supporto, l'incompatibilità tra orari lavorativi e cura dei figli.
Se ti riconosci in queste parole, sappi che quella rabbia non è un segnale di ingratitudine ma una reazione comprensibile a una perdita reale: quella di una parte importante della tua autonomia e della tua realizzazione personale.
Le radici della frustrazione
Da dove nasce quella rabbia che non ti aspettavi
Mi sento in colpa per non essere felice
Ho rinunciato a tutto e nessuno se ne accorge
Capire da dove arriva questa rabbia è un passaggio importante, e spesso farlo con il supporto di uno/a psicologo/a può aiutarti a dare un senso a emozioni che da sola sembrano confuse o contraddittorie. Intanto, proviamo a esplorare insieme alcune possibili ragioni di quello che stai vivendo.
Una scelta che non dovrebbe esistere
- Il contesto lavorativo e sociale italiano continua a mettere molte madri davanti a un bivio doloroso tra carriera e famiglia. Nessuno dovrebbe dover scegliere tra essere genitore e sentirsi realizzato professionalmente, eppure succede ancora spesso.
- Quando la scelta non è davvero libera ma nasce da un'assenza di alternative, la rabbia che ne deriva ha radici profonde: è la risposta a un'ingiustizia concreta.
- Questo vale anche quando è il/la partner a rinunciare alla propria attività lavorativa, magari un lavoro freelance costruito con fatica, per occuparsi della casa e dei figli. La frustrazione di vedere accantonato qualcosa di proprio non dipende dal genere, ma dalla perdita.
Molto più di uno stipendio
- Quando si lascia il lavoro, non si perde solo un reddito. Si perde un ruolo sociale, uno spazio mentale proprio, un luogo dove sentirsi competenti e riconosciuti.
- La perdita di autonomia economica può incidere sull'autostima: dipendere dal reddito del/della partner, anche in una relazione solida, può generare un senso di vulnerabilità e squilibrio.
- Questo vuoto genera frustrazione e un senso di smarrimento che va ben oltre la dimensione professionale.
Il mito della madre che basta a se stessa
- Esiste un'idea diffusa secondo cui una madre dovrebbe trovare nella maternità tutta la soddisfazione di cui ha bisogno. Questo rende molto difficile ammettere la propria insoddisfazione senza sentirsi in difetto.
- Desiderare qualcosa oltre la maternità non è egoismo: è un bisogno umano. Ma la vergogna di ammetterlo può alimentare una rabbia silenziosa rivolta verso sé stesse.
- La stanchezza fisica e mentale della cura quotidiana, sommata alla mancanza di stimoli esterni e di tempo per sé, crea un circolo vizioso difficile da interrompere: la fatica genera altra fatica, e la rabbia non trova uno sfogo adeguato.
Storie di vita quotidiana
Situazioni in cui potresti riconoscerti
Ho chiesto il part-time, mi hanno risposto col silenzio
Mi dicono 'che fortuna stare a casa', e io esplodo
La rabbia dopo aver lasciato il lavoro si manifesta in modi diversi, spesso in momenti che sembrano piccoli ma che toccano corde profonde. Ecco alcune situazioni comuni.
Quando il lavoro ti ha chiuso la porta
- Hai chiesto il part-time dopo la maternità e hai ricevuto risposte vaghe o un rifiuto netto: ti sei trovata davanti a un muro che ha reso le dimissioni l'unica possibilità.
- Sei rientrata al lavoro e hai scoperto che il tuo ruolo era stato silenziosamente ridimensionato: i progetti importanti andavano ad altri, le tue competenze venivano ignorate. Ti sei sentita invisibile.
- Il momento delle dimissioni è stato un misto di sollievo e paura: la gioia di stare con tuo figlio si è intrecciata con l'ansia per il futuro e un senso di fallimento professionale.
Quando le emozioni diventano un campo minato
- Ti senti divisa tra la felicità autentica di vedere crescere tuo figlio e un'insoddisfazione sottile ma persistente, come se mancasse quello spazio in cui rigenerarti e sentirti competente al di fuori del ruolo di madre.
- Ogni emozione che consideri negativa, come l'irritabilità, la stanchezza o la voglia di silenzio, viene vissuta con senso di colpa, come se non avessi il diritto di lamentarti avendo fatto una scelta d'amore.
- Nella coppia sono emerse dinamiche di squilibrio: tu che resti a casa ti senti poco riconosciuta, il/la partner che lavora fuori fatica a comprendere la fatica della cura quotidiana. Oppure è il/la partner ad aver rinunciato a un'attività autonoma per stare a casa, e il risentimento cresce da entrambe le parti.
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Strategie pratiche
Piccoli passi per dare spazio a quello che senti
Ho scritto una lista e ho pianto, ma mi ha fatto bene
Ne ho parlato e ho scoperto che non ero sola
Riconoscere la rabbia senza giudicarla
Quando arriva la rabbia, puoi fermarti un momento e chiederti: cosa mi sta dicendo questa emozione? Essere arrabbiate non significa essere ingrate. La rabbia indica che un bisogno importante non è stato soddisfatto e merita ascolto, non soppressione.
Ritagliarsi anche solo mezz'ora per sé
Non servono grandi gesti. Puoi iniziare, infatti, con qualcosa di piccolo come una passeggiata da sola, un caffè con calma, una telefonata a un'amica, riprendere in mano un libro o un'attività che ti piaceva. Coltivare i propri interessi, anche per poco tempo, è un atto di cura verso sé stesse e verso tutta la famiglia.
Parlare di come ti senti con chi ti è vicino
Condividere la propria insoddisfazione con il/la partner, con un'amica o con qualcuno di cui ti fidi può aiutare a rompere l'isolamento scoprendo che molte altre persone provano le stesse emozioni riduce il senso di vergogna e fa sentire meno sole.
Mettere per iscritto cosa ti manca
Potresti provare a scrivere su un foglio le cose che senti di aver messo da parte: desideri, interessi, progetti sospesi. Vedere le cose scritte può aiutarti a fare ordine mentale e a individuare piccoli passi concreti per riprendere in mano aspetti della tua vita che avevi trascurato.
Parlare apertamente con il/la partner dello squilibrio
Se senti che nella coppia si è creato uno sbilanciamento, puoi provare a dirlo con parole semplici: mi sento poco vista, ho bisogno che il mio contributo venga riconosciuto. Spesso il/la partner non si rende conto di cosa significhi la fatica quotidiana della cura, e una conversazione sincera può aprire uno spazio nuovo.
Valutare un percorso con uno/a psicologo/a
Un percorso di psicoterapia, individuale o di coppia, può essere uno spazio prezioso per esplorare queste emozioni e ritrovare un equilibrio tra i diversi aspetti della propria identità. Non bisogna aspettare che le cose diventino molto difficili per iniziare: può essere utile anche per fare chiarezza su quello che si prova e sentirsi capiti e sostenuti.
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Guardare avanti
La tua rabbia ha un senso, e merita ascolto
Non sono sbagliata, sto solo cercando il mio equilibrio
Chiedere aiuto è stato il primo passo per stare meglio
La rabbia che provi dopo aver lasciato il lavoro è il segnale di un bisogno reale di sentirti realizzata, riconosciuta e autonoma anche al di fuori della maternità.
Amare profondamente tuo figlio e sentire che qualcosa ti manca possono coesistere senza che l'una cosa annulli l'altra. Provare emozioni difficili come frustrazione, rabbia o senso di perdita non ti rende una cattiva madre, semplicemente una persona che sta attraversando un cambiamento profondo.
La maternità non dovrebbe essere una rinuncia, ma la costruzione di un equilibrio che rispetti tutti gli aspetti di sé è un percorso che spesso richiede tempo, il supporto di chi ti sta accanto e, quando senti che può servire, anche lo spazio protetto di un percorso con uno/a psicologo/a.
Il fatto che tu stia cercando di dare un nome a quello che provi è già un passo importante. Non restare sola con queste emozioni: meriti di essere ascoltata.
Il passo successivo, se ti senti pronto/a
La terapia psicologica non è solo per chi attraversa un momento di crisi. È uno spazio di ascolto per prenderti cura del tuo benessere mentale.
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FAQ
Domande frequenti
È normale sentirsi arrabbiata dopo aver lasciato il lavoro per la maternità?
Sì, è una reazione molto comune e comprensibile. Lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio non significa solo rinunciare a uno stipendio: significa perdere un ruolo sociale, uno spazio mentale proprio, un luogo dove sentirti competente e riconosciuta. Quando questa scelta nasce dalla mancanza di alternative concrete — come l'impossibilità di ottenere un part-time o l'assenza di supporto — la rabbia che emerge è una risposta a un'ingiustizia reale, non un segno di ingratitudine. Amare profondamente tuo figlio e provare frustrazione per la situazione in cui ti trovi possono coesistere senza che una cosa annulli l'altra. Quella rabbia ti sta dicendo che un bisogno importante non è stato soddisfatto: il bisogno di sentirti realizzata e autonoma anche al di fuori della maternità. Ascoltarla, invece di reprimerla, è il primo passo per capire cosa ti serve davvero.
Perché mi sento in colpa se non sono felice di stare a casa con mio figlio?
Il senso di colpa nasce spesso da un'aspettativa culturale molto radicata: l'idea che la maternità dovrebbe bastare a riempirti la vita e a renderti completamente appagata. Quando la realtà non corrisponde a questa narrazione, è facile sentirsi in difetto, come se desiderare qualcosa oltre il ruolo di madre fosse egoismo. Ma non lo è: avere bisogno di stimoli, di uno spazio proprio e di realizzazione personale è un bisogno umano fondamentale, che non scompare con la nascita di un figlio. La stanchezza fisica e mentale della cura quotidiana, sommata alla mancanza di tempo per sé, può amplificare queste emozioni e rendere ancora più difficile riconoscerle senza giudizio. Provare emozioni complesse come frustrazione o insoddisfazione non ti rende una cattiva madre: ti rende una persona che sta attraversando un cambiamento profondo e che merita ascolto.
Cosa posso fare concretamente quando la rabbia per aver lasciato il lavoro diventa difficile da gestire?
Puoi iniziare con alcuni passi piccoli ma significativi. Il primo è riconoscere la rabbia senza giudicarla: fermati e chiediti cosa ti sta comunicando, quale bisogno non viene ascoltato. Prova a ritagliarti anche solo mezz'ora al giorno per qualcosa che sia tuo — una passeggiata, una lettura, un'attività che ti piaceva — perché prenderti cura di te stessa non è un lusso ma un atto necessario. Può essere utile anche mettere per iscritto cosa senti di aver messo da parte: desideri, interessi, progetti sospesi. Vedere le cose scritte aiuta a fare ordine e a individuare piccoli passi concreti. Se senti che queste emozioni ti sovrastano o restano confuse, valutare un percorso con un/una psicologo/a può offrirti uno spazio protetto per esplorarle e ritrovare un equilibrio tra i diversi aspetti della tua identità.
Come posso parlare con il mio o la mia partner della frustrazione che provo dopo aver lasciato il lavoro?
Puoi provare a esprimere quello che senti con parole semplici e dirette, senza aspettare che la frustrazione si accumuli fino a esplodere. Frasi come "mi sento poco vista" o "ho bisogno che il mio contributo venga riconosciuto" possono aprire uno spazio di dialogo autentico. Spesso il/la partner non si rende conto di cosa significhi la fatica quotidiana della cura, non per mancanza di attenzione ma perché vive la giornata da una prospettiva diversa. Una conversazione sincera può aiutare entrambi a vedere lo squilibrio che si è creato e a cercare insieme un modo per redistribuire il carico. È importante ricordare che condividere la propria insoddisfazione non è un attacco alla relazione: è un atto di fiducia che può rafforzarla. Se il dialogo si blocca o genera conflitto, un percorso di terapia di coppia può offrire gli strumenti per comunicare in modo più efficace.
La perdita di autonomia economica dopo aver lasciato il lavoro può influire sulla mia autostima?
Sì, è un aspetto che viene spesso sottovalutato ma che ha un impatto profondo. Quando lasci il lavoro, non perdi solo un reddito: perdi un elemento centrale del tuo senso di indipendenza e sicurezza. Dipendere economicamente dal/dalla partner, anche all'interno di una relazione solida e rispettosa, può generare un senso di vulnerabilità e di squilibrio che si riflette sulla percezione che hai di te stessa. Potresti sentirti meno legittimata nelle decisioni di spesa, meno libera, o avere la sensazione che il tuo contributo domestico e di cura non venga equiparato a quello professionale. Questa perdita di riconoscimento incide sull'autostima in modo silenzioso ma significativo. Riconoscere che il lavoro di cura ha un valore enorme è un primo passo importante, ma è altrettanto importante lavorare su strategie concrete per recuperare spazi di autonomia, anche piccoli, e per costruire un equilibrio che ti faccia sentire alla pari nella relazione.
Domande frequenti sulla terapia
Quanti tipi di terapia ci sono in Unobravo?
Con Unobravo potrai svolgere terapia psicologica individuale o terapia di coppia, a seconda delle tue necessità. Per esempio, la terapia individuale dopo un tradimento può essere utile per migliorare la comunicazione e affrontare le sfide personali che influenzano le dinamiche relazionali. La scelta, dopo un tradimento, della terapia individuale o di coppia dipende dalle esigenze di ciascuna persona.
Cos'è e in cosa consiste la terapia individuale con Unobravo?
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Anche se non è sempre semplice capire come iniziare un percorso psicologico, con Unobravo non dovrai preoccuparti di come scegliere uno psicologo. Ti basterà compilare il questionario e incontrare nel primo colloquio gratuito lo psicologo che ti è stato assegnato tra gli psicologi Unobravo.
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Terapia online: perché sceglierla?
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Quali sono i prezzi della terapia individuale?
Il prezzo dello psicologo in presenza può variare molto, senza contare il tempo e il costo per raggiungere lo studio del professionista.
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Quanto dura un percorso di terapia individuale?
A decidere quanto dura un percorso psicologico sarete tu e il tuo Unobravo: ogni persona è unica, così come lo sarà il viaggio verso il tuo benessere psicologico.
Come faccio a sapere se ho bisogno di fare terapia?
Ogni processo terapeutico è unico e la motivazione o la necessità di iniziare un percorso di terapia varia da persona a persona. È importante ricordare che andare in terapia non solo aiuta ad affrontare le difficoltà e a trattare i disturbi, ma sostiene anche chi desidera intraprendere un percorso di crescita personale e fornisce strumenti e strategie utili per migliorare il benessere quotidiano.
È importante ricordare che fare terapia non è un segno di debolezza ma di cura di sé, quindi non c'è bisogno di aspettare di raggiungere il nostro limite per chiedere aiuto.
La terapia di coppia può aiutare in questo caso?
La terapia di coppia può essere utile anche se il nostro rapporto non è in crisi ma sentiamo tensioni legate alla maternità?
La terapia di coppia non è riservata a chi è sull'orlo della rottura ma rappresenta uno spazio di crescita condivisa che può essere molto utile proprio quando la relazione funziona ma sta attraversando un momento di cambiamento importante. La nascita di un figlio e la decisione di lasciare il lavoro ridisegnano gli equilibri della coppia in modo profondo: ruoli, responsabilità, aspettative e bisogni cambiano rapidamente, e non sempre si riesce a rinegoziare tutto da soli. In terapia di coppia potete imparare a comunicare in modo più efficace su temi delicati come la distribuzione del carico di cura, il riconoscimento reciproco e la frustrazione legata alla perdita di autonomia. È un'occasione per affrontare le tensioni prima che si trasformino in risentimento e per costruire insieme un equilibrio che rispetti entrambi.
Come posso proporre al mio o alla mia partner di iniziare un percorso di terapia di coppia senza che si senta attaccato/a?
È una preoccupazione molto frequente e comprensibile. Può aiutarti presentare la terapia di coppia non come una conseguenza di qualcosa che non va, ma come una scelta di investimento sulla relazione. Puoi dire qualcosa come: "Stiamo attraversando un momento importante e mi piacerebbe avere uno spazio in cui parlare insieme di come ci sentiamo, con qualcuno che ci aiuti a capirci meglio." L'idea è trasmettere che non stai cercando un colpevole, ma uno strumento per affrontare insieme un cambiamento che riguarda entrambi. Se il/la partner è inizialmente resistente, può essere utile condividere cosa stai provando tu — la frustrazione, il senso di squilibrio — e spiegare che vorresti sentirvi più vicini e allineati nel gestire questa fase. A volte basta sapere che la terapia di coppia è un percorso costruttivo, non un'ammissione di fallimento, per abbassare le difese.
Qual è la differenza tra un percorso individuale e uno di coppia quando la rabbia nasce dallo squilibrio nei ruoli genitoriali?
Entrambi i percorsi possono essere preziosi e rispondono a bisogni diversi. Un percorso individuale ti offre uno spazio tutto tuo per esplorare emozioni come la rabbia, il senso di perdita e la frustrazione, per capire come si intrecciano con la tua storia personale e la tua identità al di là della relazione. È particolarmente utile quando senti di aver bisogno di fare chiarezza dentro di te prima di tutto. Il percorso di coppia, invece, lavora sulle dinamiche relazionali: come comunicate, come vi distribuite le responsabilità, come riconoscete reciprocamente la fatica dell'altro. È lo spazio ideale per affrontare insieme lo squilibrio che si è creato e per trovare soluzioni condivise. I due percorsi non sono in competizione: alcune persone li portano avanti in parallelo, perché lavorare su di sé e sulla coppia sono processi complementari che si arricchiscono a vicenda.
La terapia di coppia può aiutare quando uno dei due non capisce la fatica dell'altro dopo che ha lasciato il lavoro?
Sì, è una delle situazioni in cui la terapia di coppia può fare una grande differenza. Quando uno dei due partner resta a casa per occuparsi della cura e l'altro lavora fuori, è facile che si crei un divario di percezione: chi lavora fuori può non comprendere la fatica invisibile del lavoro domestico e di cura, mentre chi sta a casa può sentirsi poco riconosciuto e isolato. Questo divario genera spesso risentimento da entrambe le parti. In terapia di coppia, un/una professionista aiuta a creare uno spazio in cui ciascuno possa esprimere la propria esperienza senza sentirsi giudicato, e in cui entrambi possano sviluppare una comprensione più profonda della realtà dell'altro. Non si tratta di stabilire chi fa di più, ma di costruire un linguaggio comune per riconoscersi a vicenda e ridistribuire il carico in modo più equo e consapevole.
E ora?
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