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Ansiolitici: cosa sono, come funzionano e i rischi

Ansiolitici: cosa sono, come funzionano e i rischi
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Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
17.6.2026
Ansiolitici: cosa sono, come funzionano e i rischi
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  • Le benzodiazepine sono gli ansiolitici più prescritti al mondo: un grande studio internazionale (50.000 persone, 20 paesi) ha rilevato che il 5,6% della popolazione ne ha fatto uso nei 12 mesi precedenti, giudicandole molto efficaci nell'88% dei casi.
  • Gli ansiolitici agiscono sui sintomi dell'ansia, non sui fattori che concorrono al disturbo: traumi, schemi di pensiero disfunzionali e dinamiche relazionali difficili richiedono un percorso psicologico per essere affrontati in modo stabile nel tempo.
  • Le benzodiazepine comportano un rischio significativo di dipendenza fisica e psicologica; la sospensione deve avvenire in modo graduale, sotto supervisione medica, per evitare l'effetto rebound.
  • Gli SSRI, pur essendo classificati come antidepressivi, possono essere considerati tra le opzioni farmacologiche di prima scelta per i disturbi d'ansia a lungo termine, in quanto non sono generalmente associati a dipendenza nel senso tipico delle sostanze d'abuso.
  • Assumere ansiolitici senza prescrizione medica è rischioso: espone a interazioni farmacologiche imprevedibili e può portare a sviluppare una dipendenza senza alcun monitoraggio clinico.

Quella sensazione di tensione costante, il cuore che batte un po' troppo forte, i pensieri che non si fermano nemmeno quando vorresti solo riposare: se ti è familiare, sappi che non sei solo/a.

L'ansia è oggi una delle condizioni più diffuse a livello mondiale, e sempre più persone si trovano a fare i conti con essa ogni giorno, spesso cercando sollievo nei farmaci più prescritti per gestire i sintomi acuti.

Per capire quanto il fenomeno sia reale, basta guardare i numeri: in uno studio che ha coinvolto quasi 50.000 persone in 20 paesi diversi, il 5,6% ha dichiarato di aver fatto uso di farmaci ansiolitici nei 12 mesi precedenti, e nella maggior parte dei casi si trattava di benzodiazepine, la categoria più conosciuta e utilizzata (Stein et al., 2026).

Ma cosa sono esattamente questi farmaci? Come agiscono sul sistema nervoso, quali effetti collaterali possono avere e perché se ne parla tanto in relazione al rischio di dipendenza? E soprattutto: esistono alternative valide, e quando ha senso chiedere aiuto a un professionista?

Queste sono le domande che esploreremo insieme, con chiarezza e senza giudizi, perché informarsi su ciò che riguarda il proprio benessere è già, di per sé, un atto di cura verso sé stessi.

Lo sapevi?

Farmaco e terapia si usano spesso insieme

In una metanalisi su 52 studi (3.623 pazienti) su depressione e disturbi d'ansia, combinare psicoterapia e farmaco è risultato associato a esiti migliori del solo farmaco.

Cuijpers et al., 2014 · World Psychiatry

Cosa sono gli ansiolitici e a cosa servono

Gli ansiolitici sono farmaci utilizzati per ridurre i sintomi dell'ansia, agendo sul sistema nervoso centrale per attenuare quella tensione che a volte sembra difficile da gestire. Secondo uno studio internazionale, quasi il 56% degli utilizzatori li ha giudicati molto efficaci, e oltre il 32% abbastanza efficaci (Stein et al., 2026).

Vengono prescritti in presenza di diverse condizioni, tra cui:

Si tratta di farmaci soggetti a prescrizione medica: non è possibile acquistarli liberamente e il loro utilizzo deve essere supervisionato da un medico.

Spesso si tende a confondere gli ansiolitici con gli antidepressivi, ma i due farmaci agiscono in modo molto diverso. Gli ansiolitici sono pensati per dare un sollievo rapido: intervengono sul sintomo nell'immediato, un po' come un antidolorifico che attenua il dolore in tempi brevi. Questo li rende strumenti utili quando si tratta di gestire l'ansia in modo puntuale, ma meno adatti in altri contesti.

Per esempio, quando ansia e depressione si presentano insieme, la loro efficacia percepita tende a ridursi: in questi casi, secondo la ricerca, sarebbe più opportuno orientarsi verso gli antidepressivi (Stein et al., 2026). Gli antidepressivi, invece, lavorano sul lungo periodo: modulano gradualmente l'attività di alcuni neurotrasmettitori e i loro effetti si consolidano nel tempo, di solito nel giro di settimane.

Come funzionano gli ansiolitici nel corpo

Gli ansiolitici modulano l'attività del sistema nervoso centrale intervenendo su alcune sostanze chimiche del cervello, chiamate neurotrasmettitori, coinvolti nella regolazione dell'umore e dello stato di attivazione.

Il principale protagonista è il GABA, un neurotrasmettitore con funzione inibitoria: riduce l'attivazione cerebrale e contribuisce a diminuire lo stato di allerta del sistema nervoso. Molti ansiolitici, in particolare le benzodiazepine, potenziano l'effetto del GABA, e l'effetto è percepibile quasi subito, spesso nel giro di minuti o poche ore.

Altri farmaci modulano l'attività della serotonina, un neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione dell'umore. Questi richiedono settimane per produrre effetti apprezzabili, perché l'adattamento neurochimico necessario richiede tempo.

Questa differenza non è casuale: riflette due logiche di trattamento distinte. Le benzodiazepine sono indicate per il breve termine, per gestire momenti di crisi acuta. I farmaci che modulano la serotonina, invece, puntano a una stabilizzazione nel tempo, con l'obiettivo di modulare in modo più stabile l'attività dei neurotrasmettitori coinvolti. In entrambi i casi, è il medico a valutare quale approccio sia più adatto alla situazione specifica.

Uno psicologo Unobravo può accompagnarti nel percorso

L'ansia può prendere molto spazio, e affrontarla è più facile con un supporto. Accanto agli ansiolitici, un percorso con uno psicologo può aiutarti a capire cosa la scatena e a gestirla nel tempo.

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I principali tipi di ansiolitici

Non tutti gli ansiolitici funzionano allo stesso modo, e capire le differenze tra le varie categorie può aiutarti a orientarti meglio in un momento in cui magari ti senti sopraffatto/a.

Ecco una panoramica delle principali tipologie:

  • Benzodiazepine (tra i nomi più noti: Tavor, Xanax, Valium, Lexotan): agiscono rapidamente e vengono prescritte soprattutto per gestire situazioni acute, come un attacco di panico o un periodo di crisi intensa. Sono indicate per il breve termine, perché un uso prolungato può creare dipendenza. Vale la pena sapere che questi farmaci vengono usati molto spesso anche per favorire il sonno. Secondo i dati, le benzodiazepine a breve durata d'azione vengono utilizzate a questo scopo nel 66,5% dei casi, una quota che sale addirittura all'85,5% per i cosiddetti "z-drug", cioè i farmaci ipnotici non benzodiazepinici che agiscono in modo simile (Stein et al., 2026).
  • SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina): pur essendo classificati come antidepressivi, possono essere considerati tra i farmaci di prima scelta per il trattamento a lungo termine dei disturbi d'ansia. Presentano un diverso profilo di tollerabilità rispetto alle benzodiazepine e non sono generalmente associati a dipendenza nel senso tipico delle sostanze d'abuso.
  • Buspirone: appartiene alla categoria degli azapironi ed è un'opzione per chi necessita di un trattamento continuativo, con un profilo di rischio diverso rispetto alle benzodiazepine.
  • Beta-bloccanti: non agiscono sull'umore, ma possono essere utili per controllare i sintomi fisici dell'ansia, come la tachicardia o la sudorazione eccessiva.

In alcuni casi selezionati, il medico può valutare anche farmaci come il pregabalin o il gabapentin, soprattutto quando altri approcci non hanno dato i risultati sperati. La scelta del farmaco più adatto dipende sempre dal quadro clinico complessivo della persona: la sua storia, i sintomi prevalenti, eventuali altre condizioni di salute. È una valutazione che spetta al medico, caso per caso.

kaboompics - Pexels

Gli effetti collaterali più comuni

Come tutti i farmaci, gli ansiolitici possono causare effetti indesiderati. Il tipo e l'intensità variano in base alla classe farmacologica, al dosaggio e alla risposta individuale.

Le benzodiazepine, essendo la classe più prescritta, sono quelle per cui gli effetti collaterali sono più documentati. Tra i più comuni:

  • sonnolenza e sedazione,
  • difficoltà di concentrazione e rallentamento dei riflessi,
  • problemi di memoria a breve termine,
  • vertigini e senso di instabilità,
  • debolezza muscolare,
  • confusione, soprattutto nelle persone anziane, per le quali le linee guida raccomandano cautela e limitazione nell'uso.

Per i farmaci che modulano la serotonina (come gli SSRI, quando utilizzati per i disturbi d'ansia), gli effetti collaterali più frequenti possono includere nausea, cefalea, disturbi gastrointestinali e, in alcuni casi, disfunzioni sessuali.

Se gli effetti collaterali si manifestano o persistono, è importante parlarne con il medico: in diversi casi è possibile aggiustare il dosaggio o valutare un'alternativa farmacologica.

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgative e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico. Non devono essere utilizzate per iniziare, modificare o sospendere un trattamento farmacologico.

Attenzione

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgative e non sostituiscono il parere del medico. Ogni persona risponde ai farmaci in modo individuale, inclusa la comparsa di eventuali effetti indesiderati. In caso di dubbi o incertezze sul trattamento, è necessario confrontarsi con il proprio medico e consultare il foglietto illustrativo del farmaco.

Il rischio di dipendenza: come riconoscerlo

Quando si parla di dipendenza da ansiolitici, la prima cosa importante è chiarire che esistono due tipi di dipendenza, spesso confusi tra loro.

La dipendenza fisica si manifesta quando l'organismo sviluppa un adattamento fisiologico alla presenza del farmaco e, in caso di interruzione brusca, possono comparire sintomi di astinenza. La dipendenza psicologica, invece, riguarda il bisogno emotivo di assumere il farmaco per sentirsi al sicuro, anche quando non sarebbe strettamente necessario.

C'è poi il fenomeno della tolleranza: con il tempo, può svilupparsi un adattamento per cui la stessa quantità di farmaco produce un effetto minore. Questo può spingere ad aumentare le dosi, innescando un circolo difficile da interrompere. Le benzodiazepine sono i farmaci che comportano il rischio più elevato in questo senso, per il loro meccanismo d'azione rapido e potente sul sistema nervoso centrale.

Se si interrompe l'assunzione in modo improvviso, possono comparire i sintomi della crisi di astinenza, tra cui:

  • ansia intensa e irritabilità,
  • insonnia e sudorazione,
  • tremori e palpitazioni,
  • in casi gravi, convulsioni.

Sviluppare una dipendenza non significa aver sbagliato qualcosa: è una risposta fisiologica a questi farmaci, non una debolezza di carattere. Se ti trovi in questa situazione, parlarne con il medico è il primo passo per gestirla in modo sicuro.

Come smettere gli ansiolitici in modo sicuro

Smettere di prendere gli ansiolitici è possibile, ma va fatto con gradualità e con il supporto del medico. Interrompere l'assunzione in modo improvviso può essere pericoloso: la sospensione brusca, dopo un periodo di adattamento fisiologico, può provocare reazioni significative.

Uno dei rischi principali è il cosiddetto effetto rebound, ovvero il ritorno dei sintomi d'ansia in forma amplificata rispetto a prima. Non significa che il disturbo sia peggiorato: è una risposta temporanea del corpo alla sospensione.

Per questo motivo, il percorso corretto prevede una riduzione graduale del dosaggio, stabilita insieme al medico. I tempi possono variare da alcune settimane a diversi mesi, a seconda del farmaco assunto e della durata del trattamento.

Durante questa fase, un supporto psicologico può fare la differenza: uno psicologo può offrire strumenti per affrontare l'ansia senza fare affidamento esclusivamente sul farmaco.

I fattori profondi su cui gli ansiolitici non agiscono

Gli ansiolitici possono essere preziosi per attraversare i momenti più difficili, e non c'è nulla di cui vergognarsi nell'averli usati o nell'usarli ancora. Detto questo, è importante capire cosa fanno davvero: agiscono sui sintomi, riducendo la risposta fisica e mentale all'ansia, ma non intervengono direttamente sui fattori che concorrono al disturbo.

E quelle radici possono essere molto diverse da persona a persona:

  • esperienze traumatiche non elaborate, anche risalenti all'infanzia,
  • dinamiche relazionali difficili, che generano insicurezza o ipervigilanza costante,
  • schemi di pensiero disfunzionali, ovvero abitudini mentali che amplificano il pericolo percepito.

Senza un lavoro su questi fattori più profondi, l'ansia tende a ripresentarsi, spesso non appena il farmaco viene ridotto o sospeso.

L'ansia può funzionare come un segnale d'allarme: un indicatore che qualcosa, da qualche parte, chiede attenzione. Intervenire solo sul sintomo può dare sollievo nell'immediato, ma lavorare sui fattori che lo alimentano è ciò che può favorire un cambiamento più stabile nel tempo.

Alternative agli ansiolitici e convivere con l'ansia sociale

Gestire l'ansia non passa necessariamente, o esclusivamente, attraverso i farmaci. Esistono diversi approcci che possono essere considerati, da soli o in combinazione con il trattamento farmacologico, in base alla valutazione del medico e/o dello psicologo.

Tra le opzioni principali:

  • Psicoterapia: la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è tra gli approcci più studiati per i disturbi d'ansia, compresa l'ansia sociale. Lavora sugli schemi di pensiero e sui comportamenti che contribuiscono al mantenimento del disturbo.
  • Tecniche di rilassamento: pratiche come la mindfulness e la respirazione diaframmatica possono contribuire alla riduzione dello stato di attivazione fisiologica.
  • Attività fisica regolare: diversi studi suggeriscono un'associazione tra esercizio fisico e riduzione dei sintomi ansiosi.
  • Farmaci non benzodiazepinici: in alcuni casi, il medico può valutare opzioni come gli SSRI, il buspirone o il pregabalin, che presentano un profilo di rischio diverso rispetto alle benzodiazepine.

Convivere con l'ansia sociale, in particolare, può significare imparare a riconoscere i propri schemi di evitamento e, con il supporto di un professionista, costruire gradualmente una maggiore familiarità con le situazioni che generano disagio.

La scelta dell'approccio più adatto è una decisione clinica che dipende dalla natura del disturbo, dalla sua gravità e dalla risposta individuale.

kaboompics - Pexels

Ansiolitici e psicoterapia: due strumenti nel percorso di cura

Gli ansiolitici e la psicoterapia non sono approcci in competizione: sono due strumenti con tempi e funzioni diverse, che in molti percorsi di cura possono integrarsi. Il farmaco può offrire sollievo dai sintomi nell'immediato, mentre il lavoro psicologico si rivolge ai fattori che concorrono al mantenimento dell'ansia.

Ma non devi aspettare di toccare il fondo per meritare supporto professionale. Se l'ansia occupa troppo spazio nella tua vita, anche senza una crisi conclamata, puoi avere già un motivo valido per chiedere aiuto.

In questo percorso, due figure possono affiancarti in modo complementare:

  • Lo psichiatra valuta il quadro clinico e, se necessario, prescrive una terapia farmacologica adeguata al tuo caso specifico.
  • Lo psicologo lavora con la persona sui fattori che concorrono al disturbo, con l'obiettivo di costruire strategie stabili nel tempo per gestire l'ansia.

Un'ultima cosa importante: assumere farmaci ansiolitici senza supervisione medica comporta rischi concreti. Una ricerca condotta su quasi 1.700 studenti universitari spagnoli ha rilevato che più del 6% di loro aveva fatto uso di ansiolitici senza prescrizione medica nei sei mesi precedenti (Rodríguez-Ruíz et al., 2026). L'assunzione senza monitoraggio clinico può esporre a interazioni farmacologiche imprevedibili, e il rischio di dipendenza può passare inosservato.

Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. È, al contrario, un gesto di cura verso te stesso/a.

Se stai valutando un supporto psicologico, su Unobravo puoi trovare un professionista in linea con le tue esigenze.

Verso una vita più serena, un passo alla volta

Arrivare fino a qui, leggere, cercare di capire: tutto questo ha valore, e vale la pena riconoscerlo. L'ansia può sembrare un muro invalicabile, ma si può affrontare, gestire e ridimensionare, un piccolo passo alla volta. Non esiste un percorso uguale per tutti, ma esiste sempre un punto da cui partire.

Se senti che è arrivato il momento di fare qualcosa di concreto per stare meglio, un percorso di supporto può aiutarti a capire da dove cominciare, senza giudizi e senza fretta. Perché il benessere non è una meta lontana: è qualcosa che si costruisce, giorno dopo giorno, scegliendo di prendersi cura di sé.

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FAQ

Gli ansiolitici sono farmaci soggetti a prescrizione medica che riducono i sintomi dell'ansia agendo sul sistema nervoso centrale. Vengono prescritti per disturbo d'ansia generalizzata, attacchi di panico, ansia sociale, insonnia legata all'ansia e disturbo da stress post-traumatico.
Dipende dal tipo: le benzodiazepine (come Tavor o Xanax) agiscono in minuti o poche ore, potenziando il neurotrasmettitore GABA. I farmaci che agiscono sulla serotonina (come gli SSRI) richiedono invece alcune settimane per produrre effetti stabili.
Sì, in particolare dalle benzodiazepine. Esistono due forme: dipendenza fisica (l'organismo sviluppa adattamento fisiologico e, in caso di interruzione brusca, possono comparire sintomi di astinenza) e dipendenza psicologica (bisogno emotivo del farmaco per sentirsi al sicuro). Può inoltre svilupparsi tolleranza, con riduzione dell'effetto nel tempo, che può spingere ad aumentare le dosi.
I segnali principali sono: dover aumentare la dose per ottenere lo stesso effetto (tolleranza), sentirsi incapaci di affrontare la giornata senza il farmaco, e comparsa di ansia intensa, insonnia o tremori quando si salta una dose.
È necessario ridurre il dosaggio gradualmente, seguendo un piano stabilito dal medico. I tempi vanno da alcune settimane a diversi mesi. Interrompere bruscamente può causare un effetto rebound, cioè un ritorno dei sintomi amplificato. Un percorso psicologico durante questa fase può contribuire a ridurre il rischio di ricaduta.
Le alternative principali includono la psicoterapia (in particolare la terapia cognitivo-comportamentale, CBT), tecniche di rilassamento come la mindfulness e la respirazione diaframmatica, l'attività fisica regolare e, in alcuni casi, gli SSRI come trattamento farmacologico a lungo termine con basso rischio di dipendenza.
Per l'ansia cronica, la psicoterapia lavora sui fattori che concorrono al disturbo (schemi di pensiero, traumi, dinamiche relazionali), mentre gli ansiolitici agiscono sui sintomi nell'immediato. Le due strategie non sono in competizione: in diversi casi l'approccio combinato può essere considerato l'opzione più indicata, soprattutto nella fase iniziale.
Hai altre domande?
Parlare con un professionista potrebbe aiutarti a risolvere ulteriori dubbi.
  • Rodríguez-Ruíz, J., Miller, B. L., Espejo-Siles, R., & Marín-López, I. (2026). Prescription and Non-Prescription Anxiolytic Use is Linked to Personal Characteristics Among University Students. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39718189/
  • Stein, D. J., Kazdin, A. E., Baldwin, D. S., Harris, M. G., Hwang, I., Pozuelo, J. R., Sampson, N. A., Woodruff, P., Viana, M. C., Aguilar-Gaxiola, S., Al-Hamzawi, A., Alonso, J., Andrade, L. H., Benjet, C., Bruffaerts, R., Caldas-de-Almeida, J.-M., Chardoul, S., de Girolamo, G., Gureje, O., . . . Posada-Villa, J. (2026). Anxiolytic Medication Use in Low- Middle- and High-Income Countries: A World Mental Health Surveys Report. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41474294/

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