Crescita personale

Emozioni “nascoste”: come riconoscerle e imparare a gestirle

Dal francese émotion, der. di èmouvoir “mettere in movimento”, le emozioni sono l’esperienza più universale che l’uomo conosce. Se lo scopo delle emozioni è quello di metterci in movimento, ci attivano per andare dove?

Lo psicologo statunitense Paul Ekman descrive le emozioni come un’esperienza umana implicata nella gestione delle situazioni che hanno una connessione con la sopravvivenza. Le emozioni sono arrivate sino a noi, proprio in termini evoluzionistici, per la loro funzionalità. I comportamenti emotivi si sono evoluti come modi immediati, automatici ed efficaci per risolvere i problemi più comuni agli essere umani, al fine di sopravvivere.


Attualmente, possiamo definire le emozioni come delle risposte automatiche e complesse rispetto a eventi interni e/o esterni, che si esplicano con diverse sfaccettature e componenti a livello chimico, biologico, corporeo, comportamentale e cognitivo. Non possono essere modificate direttamente, quindi non possiamo con la forza di volontà far smettere un’esperienza emotiva, anche quando desideriamo disperatamente che ciò avvenga.  


A cosa servono le emozioni?

Proviamo a rispondere alla nostra precedente domanda: le emozioni ci attivano per andare dove, con quale scopo? È difficile per le persone gestire le proprie emozioni quando non si capiscono come queste funzionano. In tal senso, la conoscenza è potere.

Jaredd Craig - Unsplash


Proprio come anticipa l’etimologia francese, le emozioni ci preparano fisicamente all’azione, preparano il nostro corpo e lo sollecitano attraverso gli specifici impulsi di quella determinata esperienza emotiva. Essendo risposte automatiche, ci permettono di risparmiare tempo nel metterci in condizione di agire in situazioni importanti. 


Proviamo a pensare alle funzioni di alcune emozioni. La paura ha la funzione di permetterci di scappare rispetto un evento e pericolo che minaccia la nostra vita o il nostro benessere; il disgusto ci permette di farci concentrare su l'allontanamento e rifiuto di ciò che riteniamo offensivo o infetto. Provate a immaginare quando sentite un odore spiacevole, o mangiate qualcosa di avariato o poco gradevole, la reazione automatica e immediata è quella di allontanarci o sputare ciò che abbiamo mangiato. 



A cosa servono le espressioni facciali delle emozioni?

Le espressioni facciali sono manifestazioni biologiche innate delle emozioni e queste, possono comunicare più velocemente delle parole. In tal senso, le espressioni emotive comunicano e influenzano gli altri, anche in modo non intenzionale: se incrociamo per strada una persona con lo sguardo corrucciato e cattivo, che serra le mani ed urla, probabilmente cambieremo strada. Così come se incontrassimo un bambino rannicchiato in una stanza con le lacrime agli occhi, in maniera automatica gli andremmo incontro per porgergli aiuto.

Avere sia delle forme verbali che non verbali di espressione emotiva, ci permette di comunicare in due diversi modi delle situazioni importanti per noi. Ma non solo, le emozioni comunicano qualcosa anche a noi stessi: sono segnali che qualcosa sta succedendo in una certa situazione, il “sentire di pancia”. 

Ryan Franco - Unsplash


La rabbia

Concentriamoci ora sull’emozione della rabbia: questa è una risposta automatica innescata da eventi che si presentano a noi come ostacoli per i nostri obiettivi e attività o quando ci si presenta una minaccia. In tal senso, la sua funzione di tale emozione è quella di concentrarsi sulla difesa e padronanza di quella situazione/obiettivo. 


Non a caso la rabbia accende tutto il nostro corpo: aumenta il battito cardiaco, il calore e la tensione muscolare. Avvertiamo l’impulso ad agire fisicamente: stringiamo i pugni, vorremmo distruggere le cose intorno a noi, attaccare qualcuno, urlare. Le nostre espressioni facciali cambiano: denti stretti, sguardo corrucciato e “cattivo”, viso rosso. Sono tutte manifestazioni fisiologiche, espressioni emotive e comportamentali della rabbia.



Emozioni primarie e secondarie

In termini di funzionamento delle emozioni, possiamo identificare le emozioni primarie e secondarie. Le emozioni primarie sono le nostre prime reazioni automatiche a degli eventi. Spesso però accade che si presentino delle emozioni successive, le emozioni secondarie, che vanno a coprire rapidamente la primaria, nascondendola alla nostra consapevolezza, come se “saltassimo” automaticamente delle emozioni e non le sperimentassimo mai. 


 

Qualche esempio

Quante volte dopo una delusione rispetto ai nostri risultati in campo lavorativo e ci siamo ritrovati a litigare con i nostri colleghi di lavoro? Quante volte a fronte di una delusione a livello relazionale, ci siamo ritrovati a scontrarci e arrabbiarci con il nostro partner?

 

La prima reazione automatica a fronte di delusione e perdita di ciò che ha importanza per noi in termini di obiettivi e valori, è spesso la tristezza. Quest'ultima è un’emozione più difficile da tollerare rispetto la rabbia, poiché la tristezza ci spinge a riflettere e a fare i conti con la nostra perdita e, spesso, fa da apri strada ad emozioni come la colpa e la vergogna. Lucio Battisti canterebbe così “Domandarsi perché quando cade la tristezza in fondo al cuore, come la neve non fa rumore”. 


Sperimentare e agire la rabbia diviene molto più tollerabile, impone un nemico esterno contro cui difendersi, ci permette di agire esternamente l’attivazione emotiva, risanando in noi un senso di padronanza. Ciò che accade è che consolidiamo tale funzionamento di repressione delle emozioni primarie per diverso tempo, tanto da sviluppare un abituale risposta emotiva secondaria, non permettendoci di sperimentare emozioni come tristezza, paura o colpa. 

Tony Pham - Unsplash


La disfunzionalità di funzionamento è che nel lungo termine ci impedisce di tollerare tali emozioni che con fatica tentiamo di scacciare dalla nostra esperienza, impedendoci di imparare ad ascoltare ciò che tali emozioni ci comunicano. La tristezza ci permette di fare un bilancio tra ciò che abbiamo e cosa non abbiamo più, rendendoci consapevoli di ciò che è importante per noi. La paura ci segnala un pericolo, e ci fa alzare la guardia per prepararci al meglio rispetto alle nostre battaglie. La colpa ci permette di riparare agli errori rispetto ciò che è importante per noi. 


Come uscirne? Semplicemente accogliendo tutte le nostre emozioni e facendo loro spazio per poterci accompagnare nel raggiungimento degli obiettivi che ci stanno più a cuore . Concludendo con un verso di una canzone, Vasco Rossi ci direbbe “Ho fatto un patto sai con le mie emozioni, le lascio vivere e loro non mi fanno fuori!


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