Nata dalla filosofia, la scienza psicologica, dedicandosi ad un oggetto di studio sfuggente come la mente umana, ha spesso faticato a dare consistenza alle proprie teorie. Misurare scientificamente i processi psichici, siano essi consapevoli o inconsapevoli, si presenta infatti come impresa ardua.
Prima dell’avvento delle moderne tecniche di neuroimaging, comportamento, memoria, percezione, linguaggio, relazioni sono state scandagliate alla ricerca di dati che potessero supportare spiegazioni convincenti, modelli e teorie circa il funzionamento della nostra mente.
Lo sviluppo di nuove tecniche di indagine ha permesso, in alcuni casi, di confermare le ipotesi. Non sempre però le teorie elaborate per spiegare disturbi, modalità di comportamento e relazione, sviluppo cognitivo ed emotivo, si sono rivelate affidabili. La scienza procede anche grazie agli errori e anche la psicologia non è dunque esente da abbagli, bufale e cantonate.
Psicologia tra teorie rivedibili e riviste
Partiamo nell’esplorazione delle cantonate riflettendo su alcune importanti teorie.
La relazione di causalità tra la “madri-frigorifero” e l’autismo
Fu Kanner (1949) a introdurre questo termine per indicare l’atteggiamento di freddezza, controllo ossessivo, focus sulla prestazione riscontrato nei genitori di bambini che presentavano disturbo dello spettro autistico.
Sebbene in precedenza (Kanner, 1943) avesse ipotizzato, come per altro Asperger (1944), l’origine innata, dunque genetica, del disturbo, da subito aveva posto il focus anche sulle modalità relazionali da parte dei genitori. I bambini avrebbero utilizzato il ritiro nella solitudine per sottrarsi al “frigorifero” affettivo a cui erano continuamente esposti.
La falsità della teoria oggi è ampiamente dimostrata. Disturbo del Neurosviluppo per il DSM V, probabile neurodivergenza secondo altri approcci teorici, sebbene l’origine dei Disturbi dello Spettro autistico sia ancora oggi non completamente nota, ci sono numerose evidenze che si tratti di una condizione a cui concorrono più geni e fattori ambientali che ne modulano l’espressione.
La teoria della madre-frigorifero ha tuttavia causato per anni l’ingiusta colpevolizzazione di intere famiglie (Costa, 2021).

Cervello maschile e cervello femminile
Si deve a Baron-Cohen (2005) la teoria circa l’esistenza di 3 diversi tipi di cervello. Il tipo E tendente alla enfatizzazione ed emotività, considerato quello femminile poiché maggiormente presente, secondo l’autore, nelle donne. Quello S legato all’organizzazione e considerato maschile poiché prevalente negli uomini. Infine il tipo B considerato come equilibrato tra le due tendenze.
Tale distinzione, che per altro vediamo alla base di numerosi stereotipi di genere presenti nel mondo del lavoro (donne adatte ai lavori di cura, uomini manager), è stata messa in discussione. Gli studi circa le differenze neuroanatomiche dimostrerebbero un polimorfismo più che un dimorfismo cerebrale collocabile su di un continuum tra cervello maschile e femminile. Il risultato sarebbe quindi quello di un mosaico di caratteristiche maschili e femminili (Joel, 2011).
Il terapeuta come schermo bianco
Cavallo di battaglia dei puristi del lettino, la teoria psicoanalitica di un terapeuta assolutamente astinente e privo di risposta affettiva è stata messa in discussione a partire dalle teorie sul controtransfert indagate da Paula Heimann (1950).
Difficile credere che un ambiente denso di emozioni come quello terapeutico non creasse alcun tipo di movimento affettivo nell’analista. Il lavoro attraverso e con la risposta affettiva del terapeuta è divenuto un caposaldo degli approcci psicoanalitici relazionali (Borgogno, 1999, 2011).
La permanenza dell’oggetto
Piaget teorizzò lo sviluppo della capacità rappresentativa, che permette di considerare ancora esistente un oggetto sparito dal campo visivo, come completo tra i 18 e i 24 mesi. Prima, e in assenza della permanenza dell'oggetto, non ci sarebbe la possibilità di sviluppare una rappresentazione mentale di se stessi e dell’ambiente.
Il bambino piccolo sostanzialmente sarebbe incapace di considerare che un oggetto, ad esempio caduto o nascosto, continui a esistere. Con i suoi esperimenti Renée Baillargeon ha invece dimostrato che questa capacità si sviluppa precocemente, già intorno ai 7 mesi.
Psicologia tra promozione del benessere e falsi miti?
Alcuni libri possono aiutarci a sfatare falsi miti e vere e proprie “trappole” che spesso rischiano di essere promosse e commercializzate da mondi vicini alla psicologia.

Felici a qualunque costo?
Harris (2024) ne “La trappola della felicità” ci illustra come la prospettiva di una felicità e di un benessere da costruire a qualunque costo attraverso strategie di miglioramento personale, crescita e auto-aiuto, rischia di essere un’illusione. Sebbene doloroso da accettare, l’idea che tristezza, sofferenza e dolore possano far parte della nostra esistenza è necessaria. Non è questione di debolezza, fragilità, fallimento o incapacità.
Negare che la tavolozza di colori emotivi possa essere arricchita da tonalità più scure è pericoloso. Spesso assistiamo a una demonizzazione di emozioni come la paura, la rabbia o la tristezza. Non esistono emozioni negative e non è vero che siamo sbagliati se proviamo stati emotivi diversi dalla gioia. Significa che siamo vivi e che il nostro equipaggiamento di base è ben fornito per rispondere alle necessità di adattarsi all’ambiente.
Riconoscere, esprimere e integrare l’intera gamma di emozioni in nostro possesso può essere un buon modo di svincolarsi dalla trappola di una felicità da raggiungere come dimostrazione della propria efficacia e delle proprie performance.
Abbi successo e sarai felice!
Si deve invece a Galloway (2019) la riflessione sul rapporto tra successo e felicità. Carriera, denaro, potere sono spesso gli ingredienti della ricetta proposta dalla nostra società per cucinare il completo benessere. Ma i soldi fanno la felicità?
L’autore, nel suo “The Algebra of Happiness: Notes on the Pursuit of Success, Love, and Meaning”, sposta l’attenzione sulle relazioni come chiave per raggiungere la serenità. Smonta l’idea che essa derivi solo da un impegno individuale nella rincorsa sfrenata al successo. Galloway riscrive dunque le classiche equazioni per cui progresso in termini di carriera, salario e posizione professionale siano le uniche chiavi della felicità.
Del resto, come sempre più spesso emerge nel mondo del lavoro, sembra essere un adeguato equilibrio tra la dimensione personale, il tempo libero, le passioni, gli interessi, le relazioni e il tempo dedicato alla professione a garantire benessere psicologico e soddisfazione.
Migliorati e sarai felice?
Nel suo “Contro il Self-help”, Brinkmann (2018) mette in discussione il modello di miglioramento basato sull’auto-aiuto secondo il quale sarebbe sufficiente guardare dentro di sé per trovare tutto quanto è necessario per crescere, affermarsi e stare bene. Sottovalutare gli aspetti ambientali, sociali, economici e relazionali che spesso non sono in nostro completo controllo, porta ad una visione limitata e limitante dello sforzo per il proprio benessere psicologico.
Spesso può essere utile a rivolgersi ad un professionista che permetta di inquadrare le questioni da una prospettiva diversa rispetto a quella che osserveremmo esasperando unicamente le facoltà individuali di crescita e sviluppo.
Volli sempre volli fortissimamente volli?
Altro errore molto comune in ambito psicologico è quello di sovrastimare la forza di volontà come panacea di tutti i mali e come risorsa assoluta per mettere in moto il cambiamento. Le ricerche dimostrano come sulla motivazione al cambiamento incidono numerosi fattori di ordine interpersonale, sociale e ambientale e non si tratta solo di una questione di volontà individuale.
Il “se vuoi… puoi farlo” deve dunque essere rivalutato. Una ricognizione delle risorse personali, ma anche dei limiti, il focus su ciò che si ha più che su ciò che manca, l’attenta considerazione su ciò che è effettivamente in nostro controllo, la capacità di non attribuire significati negativi a eventi di per sé neutri, sono aspetti importanti. A tutto questo si associa però la possibilità di ricevere supporto dal contesto familiare, sociale o comunitario in cui viviamo.

Si può cambiare idea
Questo breve viaggio tra teorie riviste e luoghi comuni messi in discussione, dimostra che anche in ambito scientifico è possibile cambiare idea. L’opportunità, con il progresso, di rivedere ipotesi e modelli, è segno vitale per una disciplina scientifica. La psicologia si deve confrontare con un oggetto di studio molto complesso.
La ricerca sta dimostrando che il mentale non è mai solo biologico, ma strettamente intrecciato anche con l’aspetto sociale. L’epigenetica ci sta aiutando a capire come l’ambiente modula l’espressione dei geni. Molte delle connessioni tra corpo e mente iniziano a emergere grazie allo studio di discipline come la neuro-psico-immuno endocrinologia.
Le neuroscienze hanno infine contribuito a fare luce sul funzionamento del nostro cervello e sul legame con emozioni, affetti, comportamenti. Al netto di errori, cantonate e bufale, la psicologia resta dunque una scienza affidabile, capace di mettersi in discussione al fine di migliorare la conoscenza e la cura della mente umana.




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