Il concetto di sé si forma a partire dalle prime relazioni con gli adulti di riferimento. Per non perdere il loro amore e la loro vicinanza, può capitare di fare propri i loro giudizi e valori, rinunciando a lasciarci guidare dai nostri bisogni. Crescere in relazioni dove è difficile accogliere il nostro modo di essere, può influire sul nostro benessere psicologico. Una possibile cura per le ferite relazionali è fare esperienza di relazioni curative, come nei gruppi di incontro.
Il gruppo di incontro come luogo di cura
Quando una persona si sente libera di esprimersi senza timore del giudizio, può ridurre le difese e aprirsi al cambiamento. Il gruppo facilita questo processo perché offre un contesto protetto, guidato da un facilitatore che sostiene l’ascolto reciproco, l’espressione autentica e il rispetto delle regole condivise. La ricerca evidenzia che, nel tempo, i gruppi hanno mostrato una crescente tendenza verso modalità comunicative più orientate al supporto e meno conflittuali (Broekaert et al., 2004).
Il buon funzionamento del gruppo si fonda su alcuni principi chiave:
- la confidenzialità: ciò che viene condiviso resta o nel gruppo;
- l’espressione simbolica: le emozioni si comunicano attraverso azioni;
- la presenza: si partecipa al gruppo dall’inizio alla fine;
- il non giudizio: si esprimono opinioni rispettando quelle altrui.
Queste condizioni creano un clima di sicurezza psicologica che rende il gruppo un contesto fertile per lavorare sulle ferite relazionali e sperimentare modalità nuove di stare in relazione.
Gruppo d’incontro e psicoterapia di gruppo: le differenze
Il gruppo d’incontro, nato nell’ambito dell’approccio centrato sulla persona, non mira primariamente alla cura di un sintomo, ma alla creazione di uno spazio relazionale autentico in cui sperimentare modalità nuove di contatto con sé e con gli altri. Il conduttore assume il ruolo di facilitatore: sostiene il processo senza dirigere i contenuti. Studi comparativi indicano che, nel tempo, questi gruppi si sono evoluti verso forme comunicative più equilibrate, rispettose e orientate al supporto reciproco (Broekaert et al., 2004).
La psicoterapia di gruppo, invece, è un intervento clinico strutturato: è guidata da uno psicoterapeuta, ha obiettivi terapeutici espliciti e utilizza tecniche definite per lavorare su problematiche specifiche.
L’impostazione del gruppo d’incontro si fonda sulle condizioni rogersiane, di congruenza, accettazione positiva incondizionata ed empatia (Rogers, 1957), che favoriscono un clima di sicurezza psicologica e rendono praticabili le regole di base del setting (confidenzialità, non giudizio, presenza e non agito), creando il terreno relazionale necessario al processo evolutivo del gruppo.

Le fasi del cambiamento nel processo di gruppo
Il cambiamento, all’interno di un’esperienza di gruppo, attraversa varie fasi che vanno da sentimenti di chiusura e imbarazzo all’empatia e al senso di appartenenza. Vediamo nel dettaglio le fasi del cambiamento nel processo di gruppo.
Fasi 1–6: Resistenza immediata all’espressione di sé
- Fase 1: imbarazzo;
- Fase 2: i partecipanti sono restii ad esprimere i propri vissuti;
- Fase 3: quando il vissuto affiora, è riferito al passato e solo dopo si sposta verso ciò che i partecipanti sentono nel presente;
- Fase 4: a volte emergono sentimenti negativi per testare la tenuta del gruppo in termini di fiducia reciproca;
- Fase 5: quando i partecipanti si fidano, comunicano qualcosa della propria persona;
- Fase 6: si esprimono sentimenti verso gli altri e si contribuisce alla creazione del senso di intimità e coesione.
Cosa può significare la resistenza (e perché non è un fallimento)
Nelle fasi 1–6 la resistenza può essere un tentativo di proteggersi: se in passato l’espressione emotiva è stata accolta con critica, distanza o svalutazione, è comprensibile che la persona “freni” quando si è davanti a sconosciuti.
In questa parte del processo, alcune dinamiche sono particolarmente frequenti:
- Imbarazzo e silenzi: servono a prendere le misure del contesto e a capire se c’è spazio per sé.
- Racconti sul passato: permettono di esporsi senza sentirsi troppo vulnerabili nel presente.
- Test di fiducia (anche con emozioni negative): verificano se il gruppo regge rabbia, delusione o disaccordo senza rompere il legame.
Il ruolo del facilitatore è proteggere il setting: richiama con chiarezza confidenzialità e non agito, valorizza la presenza e sostiene il non giudizio. In termini di processo, questa cornice può rendere più facile passare dalla semplice partecipazione formale (esserci) alla partecipazione emotiva (sentirsi parte).

Fasi 7-9: Inizio del cambiamento
- Fase 7: le condizioni facilitano la naturale capacità curativa del gruppo nel trattare il dolore altrui che si esprime attraverso una comunicazione empatica;
- Fase 8: i partecipanti imparano ad essere se stessi e questo è il primo passo verso il cambiamento;
- Fase 9: si può svelare il proprio vero sé senza bisogno di indossare maschere. La condivisione dei vissuti in gruppo allevia il senso di solitudine e la paura del giudizio, alimentando la speranza di potercela fare.
Quando il gruppo può diventare “curativo”
Tra le fasi 7–9 il gruppo può iniziare a funzionare come un’esperienza correttiva: la persona prova a mostrarsi più autentica e, nel ricevere risposte diverse da quelle temute, può rinegoziare aspettative e vissuti relazionali.
In questa fase, anche la qualità degli scambi comunicativi diventa particolarmente significativa: ad esempio, è stato osservato che, nel gruppo d’incontro più recente (2000), i messaggi “verso” e “di ritorno” risultano relativamente più bilanciati rispetto al gruppo del 1980 (Broekaert et al., 2004), un equilibrio che può sostenere l’emergere di meccanismi tipici del cambiamento nei gruppi.
- Speranza: vedere che altri attraversano difficoltà simili e stanno trovando risorse rende più credibile l’idea “posso farcela”.
- Universalità: scoprire che certe emozioni non sono “solo mie” riduce vergogna e isolamento.
- Rischio emotivo graduale: si passa dal dire “come dovrei essere” al dire “come mi sento davvero”, con un aumento di contatto con i bisogni.
Questi fattori sono coerenti con quanto descritto da Irvin D. Yalom, psichiatra e psicoterapeuta, sui fattori terapeutici nei gruppi (Yalom & Leszcz, 2005). Nel gruppo d’incontro, però, la loro comparsa dipende molto dalla qualità del clima: se il facilitatore mantiene empatia e accettazione, la condivisione non diventa esposizione forzata, ma scelta personale sostenuta.
Fasi 10-11: Il confronto
In gruppo si impara dagli altri a risolvere problemi ma anche a vedersi attraverso nuovi occhi:
- Fase 10: si ricevono i feedback, un momento in cui ciascuno esprime in maniera rispettosa ciò che pensa dell’altro;
- Fase 11: il conflitto, insieme ai feedback, può essere un grande alleato perché contribuisce a formare un’idea più realistica di noi, dei rapporti interpersonali, ad abbassare la paura dell’aggressività e a migliorare le abilità comunicative.
Feedback e conflitto come strumenti di realtà (non come attacchi)
Nelle fasi 10–11 il gruppo entra in una zona delicata: feedback e conflitto possono far crescere, ma anche riattivare ferite relazionali. La differenza la fa il modo in cui vengono gestiti.
Un feedback utile nel gruppo d’incontro tende a essere:
- In prima persona: “io mi sono sentito…” invece di “tu sei…”. Riduce il giudizio e aumenta la responsabilità.
- Specifico e situato: riferito a un episodio concreto, non a etichette globali.
- Orientato al contatto: mira a chiarire la relazione, non a vincere.
Il conflitto, se contenuto dal setting, può diventare un laboratorio: permette di sperimentare che si può essere in disaccordo senza necessariamente perdere il legame. Questo può sostenere l’apprendimento interpersonale, uno dei fattori terapeutici descritti da Yalom (Yalom & Leszcz, 2005): la persona vede l’effetto che fa sugli altri e può provare alternative comunicative più efficaci, con possibili ricadute anche fuori dal gruppo.

Fasi 12-15: L’incontro fondamentale e il cambiamento
- Fase 12: il gruppo assicura ai partecipanti assistenza reciproca dentro e fuori dal setting psicologico;
- Fase 13: non ci si sente più soli ma veramente vicini ad altre persone;
- Fase 14: i membri del gruppo mostrano una sensibilità positiva espressa attraverso il linguaggio non verbale, oltre che a parole;
- Fase 15: il cambiamento comportamentale, il fattore più evidente della modificazione della personalità promossa dal gruppo.
Un possibile modo di leggere le 15 fasi: dal “parlare del passato” al “qui e ora”
Le 15 fasi possono essere lette come un passaggio progressivo da protezione a contatto. Nelle prime fasi (1–6) la persona tende a mostrarsi “in sicurezza”: imbarazzo, cautela, racconti sul passato e test di fiducia servono a capire se il gruppo regge l’esposizione emotiva.
Dalla fase 7 in poi, quando il clima è sufficientemente affidabile, può aumentare la possibilità di stare nel qui e ora: non solo “cosa mi è successo”, ma cosa provo adesso con voi. Questo spostamento è spesso importante perché può rendere l’esperienza più trasformativa: la relazione non è più solo raccontata, ma vissuta.
In termini rogersiani, il facilitatore sostiene questo passaggio mantenendo:
- Empatia: aiuta a dare parole a emozioni confuse, soprattutto tra fasi 3–9.
- Accettazione: riduce la paura del giudizio, rendendo possibile l’apertura (fasi 5–9).
- Congruenza: modella autenticità e responsabilità personale, utile quando emergono feedback e conflitti (fasi 10–11) (Rogers, 1957).
Schema pratico: fasi, funzione e ruolo del facilitatore
Per orientarti nelle 15 fasi, può essere utile una lettura “funzionale”: cosa succede, a cosa serve, cosa fa il facilitatore.
- Fasi 1–3 (imbarazzo, cautela, passato): servono a testare sicurezza e confini. Il facilitatore protegge il setting e legittima la lentezza.
- Fasi 4–6 (test, fiducia, prime aperture): servono a verificare se il gruppo regge emozioni difficili. Il facilitatore sostiene il non giudizio e aiuta a restare sul vissuto.
- Fasi 7–9 (empatia, autenticità, vero sé): servono a trasformare la condivisione in contatto. Il facilitatore modella empatia e incoraggia l’espressione personale senza pressione.
- Fasi 10–11 (feedback, conflitto): servono a costruire una percezione più realistica di sé e degli altri. Il facilitatore aiuta a comunicare in prima persona e a riparare le rotture.
- Fasi 12–15 (assistenza, vicinanza, sensibilità, cambiamento): possono servire a consolidare nuove modalità relazionali. Il facilitatore favorisce autonomia e responsabilità, per ridurre il rischio che il gruppo diventi una forma di dipendenza.
Questa postura è coerente con l’idea rogersiana di facilitazione: creare condizioni perché il cambiamento emerga dall’esperienza (Rogers, 1957).

Perché partecipare a un gruppo?
Sentirsi parte di un gruppo di cui si ha fiducia e da cui si riceve sostegno può far sperimentare un clima psicologico di sicurezza fondamentale per innescare il cambiamento. Sentire che altre persone hanno attraversato situazioni problematiche simili alle proprie può aumentare la capacità di contatto con la propria esperienza e la speranza di potercela fare.
Parlare di sé davanti agli altri può sostenere la nostra autostima, permettere di comprendere più intimamente il nostro funzionamento personale e nelle relazioni, oltre a favorire la socializzazione. Dagli altri si possono scoprire modi diversi di vivere situazioni simili alle nostre. Partecipare a un gruppo può essere importante anche per chi sta seguendo un percorso terapeutico individuale, perché è un’opportunità per sperimentare nuovi comportamenti e nuove consapevolezze da esercitare ogni giorno, per un cambiamento più duraturo.
Fattori terapeutici nel gruppo d’incontro: come possono emergere lungo le fasi 1–15
Nel gruppo d’incontro il cambiamento non dipende da una singola “tecnica”, ma da fattori che si costruiscono nel tempo e che diventano più forti man mano che si attraversano le fasi.
- Cohesione (coesione): spesso cresce quando le regole sono rispettate e le persone sperimentano affidabilità reciproca; può diventare più evidente tra fasi 6–14, quando tende ad aumentare intimità e appartenenza.
- Universalità e normalizzazione: spesso compaiono tra fasi 7–9, quando le condivisioni riducono solitudine e vergogna.
- Speranza: si alimenta vedendo micro-cambiamenti negli altri e in sé; sostiene la motivazione a restare nel processo (fasi 7–15).
- Apprendimento interpersonale: può intensificarsi con feedback e conflitto (fasi 10–11) e, in alcuni casi, consolidarsi in cambiamenti comportamentali (fase 15).
Questi elementi sono in linea con i fattori terapeutici descritti da Irvin D. Yalom per il lavoro gruppale (Yalom & Leszcz, 2005). Nel gruppo d’incontro, la loro efficacia dipende dalla qualità del clima rogersiano: empatia, accettazione e autenticità del facilitatore (Rogers, 1957).
Cosa aspettarsi e come prepararsi
Entrare in un gruppo d’incontro può attivare timori molto comuni, spesso già visibili nelle fasi 1–2: “dirò cose sbagliate?”, “sarò giudicato?”, “mi emozionerò troppo?”. Non sono necessariamente segnali che il gruppo non fa per te: spesso indicano che stai entrando in un contesto nuovo, dove l’autenticità conta.
Per prepararti, può aiutare tenere a mente come usare le regole come strumenti di sicurezza:
- Confidenzialità: non è solo una norma etica, è ciò che può rendere più facile parlare senza sentirsi esposti.
- Non agito: sapere che le emozioni si esprimono a parole può ridurre la paura di escalation e rendere più gestibile anche la rabbia.
- Presenza: restare dall’inizio alla fine può sostenere continuità e fiducia; le “sparizioni” possono interrompere la coesione.
- Non giudizio: non significa essere d’accordo, ma parlare con rispetto e in prima persona.
Un obiettivo realistico all’inizio non è “aprirsi subito”, ma restare in contatto con ciò che provi e notare come il gruppo risponde: in alcuni casi, così la resistenza può trasformarsi gradualmente in fiducia.
Se l’idea di un gruppo d’incontro ti parla di autenticità, ascolto e relazioni che possono essere di supporto, sappi che anche un percorso psicologico individuale può offrirti uno spazio protetto in cui sentirti accolto, esplorare i tuoi bisogni e costruire modi nuovi di stare con te stesso e con gli altri.
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