Viviamo di relazioni e socialità, di amori e passioni, di intimità e contatto emotivo. L'arte, la letteratura e il cinema ci ricordano quanto i legami sociali siano fondamentali nella vita di ogni giorno. Sebbene ogni persona sia un essere completo, il desiderio di entrare in contatto emotivo con l’altro rimane una forza potente, che si esprime attraverso ogni forma di relazione significativa.
Cos’è, quindi, l'intimità? E quali sono i "giochi psicologici" che ci portano a evitarla? L’intimità si manifesta quando riusciamo a esprimere liberamente le nostre vere emozioni e i desideri, senza sentirci costretti a censurarli. In queste situazioni, non ci sono “messaggi segreti”, ma solo uno scambio autentico di pensieri e parole che risultano particolarmente piacevoli e gratificanti.
La capacità di raggiungere l'intimità è considerata centrale per la qualità della vita emotiva e affettiva. Essa si fonda sulla manifestazione reciproca, libera e aperta di stati d'animo, sentimenti e vissuti, in un rapporto caratterizzato da onestà e fiducia.
Tuttavia, nonostante il desiderio di vicinanza, possono esserci situazioni in cui il desiderio di intimità è assente (come nel disturbo schizoide di personalità) o in cui risulta difficile raggiungere o mantenere questa condizione, come accade nel disturbo istrionico di personalità.
L’intimità in psicologia
Nell’Analisi Transazionale, il tema dell’intimità è spesso affiancato a quello dei giochi psicologici, che rappresentano modalità con cui si può evitare un contatto autentico con l’altro. Lo psicologo Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, definisce il gioco psicologico come:
“una serie progressiva di transazioni ulteriori rivolte ad un risultato ben definito e prevedibile”.
Questi giochi si presentano come sequenze di scambi comunicativi spesso monotoni, plausibili solo in apparenza e caratterizzati da una motivazione nascosta.
Diffusione e impatto dei giochi psicologici nelle relazioni
I giochi psicologici sono molto più diffusi di quanto si possa pensare e possono manifestarsi in ogni tipo di relazione: coppia, famiglia, amicizia e ambiente lavorativo. Secondo quanto riportato da Eric Berne nel suo testo "A che gioco giochiamo", questi schemi possono essere appresi nell’infanzia e ripetersi inconsciamente anche in età adulta. Le ricerche in ambito psicologico hanno evidenziato che la presenza di giochi psicologici può:
- aumentare il rischio di conflitti e incomprensioni, portando le persone coinvolte a sentirsi spesso frustrate, incomprese o arrabbiate;
- ostacolare la crescita personale e relazionale, poiché la ripetizione degli stessi schemi impedisce di sviluppare nuove modalità di comunicazione e di risolvere i problemi in modo costruttivo;
- favorire la cronicizzazione di emozioni negative, come rabbia, senso di colpa o tristezza, che possono diventare ricorrenti e minare il benessere emotivo.
La consapevolezza dei giochi psicologici è un fattore chiave per migliorare la qualità delle relazioni e ridurre il disagio emotivo. Ma, come si fa a riconoscere la presenza di un gioco psicologico?

Come riconoscere i giochi psicologici
Per riconoscere i giochi psicologici può essere utile porsi alcune domande:
- Ti è mai capitato di vivere un’interazione dopo la quale tu e l’altra persona vi siete sentiti a disagio, chiedendoti “perché continua ad accadere questo?”
- Hai provato sorpresa per come sono andate a finire le cose, rendendoti conto che episodi simili si sono ripetuti più volte nella tua vita?
Se la risposta è sì, è possibile che tu stia partecipando a un gioco psicologico. Questi giochi seguono regole ben precise e strutturate. È stato proprio Berne a portare l’attenzione su questi schemi e a suggerire i metodi per analizzarli.
Un esempio pratico di gioco psicologico
Osserviamo due amici che si raccontano le proprie esperienze.
Mario dice ad Anna: “È successa una cosa tremenda, ho perso il lavoro e non so cosa fare.”
Anna risponde: “Mi dispiace molto, cosa posso fare per aiutarti?”
“Non lo so” replica Mario.
Anna propone: “Perché non guardi gli annunci di lavoro?”
“Non saprei dove guardare” obietta lui.
“Potrei darti una mano” ribatte Anna, ma Mario continua: “Non voglio disturbare e poi non saprei cosa cercare, il lavoro di prima mi aveva stufato, forse potrei cambiarlo.”
Anna insiste, offrendo il suo aiuto, ma Mario ribadisce di non voler essere un peso per nessuno.
Tra i due cala il silenzio. Anna cerca ancora nuove idee e soluzioni, ma Mario si alza e la saluta: “Grazie comunque per aver cercato di aiutarmi”, e se ne va. Anna si chiede cosa sia accaduto e prova un senso di tristezza, mentre Mario si sente arrabbiato perché pensa che nessuno sia in grado di capirlo pienamente.
Analizzando la situazione:
- Anna offre aiuto e consigli, ma prova dispiacere quando non vengono accettati;
- Mario, invece, rifiuta ogni tipo di contributo e poi si sente arrabbiato e abbandonato da chi cerca di aiutarlo.
L’intimità a rischio
Il gioco appena descritto è piuttosto diffuso e viene chiamato “Perché non…” “Sì, ma…”. In queste situazioni, chi si trova in difficoltà chiede consigli, ma poi rifiuta tutte le proposte, rendendo vano il tentativo di aiuto dell’altra persona. Questa dinamica:
- avviene spesso in modo inconsapevole;
- causa un allontanamento emotivo tra le persone coinvolte;
- mette a rischio l’intimità, poiché entrambi, alla fine, provano confusione e malumore.

Le principali tipologie di giochi psicologici secondo Berne
Eric Berne ha identificato numerosi giochi psicologici che si ripetono nelle relazioni quotidiane. Nel suo libro "A che gioco giochiamo" (1964), Berne descrive diversi schemi ricorrenti, ognuno con le sue regole e finalità nascoste. Ecco alcune delle tipologie più comuni:
- "Perché non... Sì, ma...": come visto nell’esempio precedente, una persona chiede aiuto ma rifiuta sistematicamente ogni soluzione proposta, mantenendo la posizione di chi non può essere aiutato.
- "Guarda cosa mi hai fatto fare": in questo gioco, una persona compie un’azione discutibile e poi attribuisce la colpa all’altro, generando sensi di colpa e tensione. Ad esempio, dopo una discussione, uno dei due dice: "Se non mi avessi provocato, non avrei reagito così".
- "Colpiscimi": qui, una persona si comporta in modo tale da suscitare una reazione negativa nell’altro, confermando così la propria aspettativa di essere maltrattata o rifiutata. Un esempio può essere chi provoca ripetutamente il partner fino a ottenere una risposta arrabbiata.
- "Povero me": chi gioca questo schema tende a sottolineare le proprie difficoltà e sfortune, cercando attenzione o compassione, ma senza accettare suggerimenti o cambiamenti.
Questi giochi, pur avendo dinamiche diverse, condividono la caratteristica di mantenere le persone in ruoli fissi e di ostacolare la vera intimità.
I ruoli nei giochi psicologici: il triangolo drammatico di Karpman
Per comprendere meglio la dinamica dei giochi psicologici, è utile conoscere il modello del triangolo drammatico di Karpman, sviluppato dallo psicologo Stephen Karpman. Questo schema descrive tre ruoli ricorrenti che le persone possono assumere, spesso in modo inconsapevole, durante le interazioni conflittuali:
- Persecutore: chi assume questo ruolo tende a criticare, giudicare o colpevolizzare l’altro, mantenendo una posizione di superiorità. Il persecutore può far sentire l’altro inadeguato o sbagliato, anche senza rendersene conto.
- Vittima: la persona che si identifica come vittima si percepisce impotente, incompresa o maltrattata. Spesso si sente bloccata e incapace di cambiare la situazione, cercando inconsciamente conferme di questa posizione.
- Salvatore: il salvatore interviene per "aiutare" o "salvare" l’altro, anche quando l’aiuto non è richiesto. Questo ruolo può sembrare positivo, ma spesso alimenta la dipendenza e impedisce all’altro di trovare soluzioni autonome.
Durante un gioco psicologico, i partecipanti possono cambiare ruolo più volte, generando confusione e insoddisfazione reciproca.
Strategie per riconoscere e interrompere i giochi psicologici
Interrompere i giochi psicologici richiede consapevolezza e pratica. Ecco alcune strategie utili per riconoscere e gestire queste dinamiche:
- Osserva le emozioni ricorrenti: se dopo un'interazione ti senti spesso frustrato, in colpa o confuso, potrebbe essere il segnale che stai partecipando a un gioco psicologico.
- Identifica i ruoli: chiediti quale ruolo (persecutore, vittima, salvatore) tendi ad assumere più spesso nelle situazioni di conflitto. Questo può aiutarti a riconoscere i tuoi schemi abituali.
- Sospendi la reazione automatica: quando ti accorgi di essere in un gioco, fermati un attimo prima di rispondere. Prendersi una pausa può aiutare a interrompere la sequenza abituale di azioni e reazioni.
- Comunica in modo autentico: esprimi i tuoi bisogni e sentimenti in modo diretto, senza accusare o colpevolizzare l’altro. Questo favorisce l’intimità e riduce la probabilità di cadere in giochi psicologici.
- Cerca il confronto costruttivo: se noti che una dinamica si ripete, parlane apertamente con l’altra persona, cercando insieme nuove modalità di relazione.
Come suggerisce Berne, la consapevolezza è il primo passo per uscire dai giochi e costruire relazioni più soddisfacenti e autentiche.
Riconoscere i giochi psicologici e imparare a coltivare una vera intimità può contribuire a migliorare la qualità delle tue relazioni e il tuo benessere emotivo. Non è sempre facile farlo da soli: a volte può essere utile uno sguardo esperto e uno spazio sicuro dove esplorare i propri schemi e imparare nuove modalità di comunicazione.
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