Oggi la salute viene concepita secondo un’ottica bio-psico-sociale ed è definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità».
In questa prospettiva, la salute mentale rappresenta una componente fondamentale del benessere globale dell’individuo. Secondo quanto riportato dal Ministero della Salute, i disturbi della salute mentale hanno un impatto rilevante anche a livello economico, sia per i costi diretti di cura sia per quelli indiretti legati alla riduzione della qualità della vita, della produttività e della partecipazione sociale.
Proprio per questo motivo, l’obiettivo delle politiche sanitarie è quello di investire maggiormente nella prevenzione e nella promozione del benessere psicologico, al fine di ridurre l’insorgenza di condizioni di sofferenza e i conseguenti costi a livello nazionale e globale. In questa direzione si inserisce anche l’istituzione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, che si celebra ogni anno il 10 ottobre, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della salute mentale e del suo riconoscimento come diritto fondamentale.
Un tuffo nel passato
Fino agli anni Settanta, e in alcuni contesti anche oltre, le persone che soffrivano di disturbi mentali venivano spesso rinchiuse nei cosiddetti “manicomi”, istituzioni nate con una funzione apparentemente assistenziale ma che, nella pratica, si sono spesso trasformate in luoghi di esclusione e violenza. Ambienti sporchi, degradati e maleodoranti, nei quali erano diffuse pratiche coercitive, forme di tortura fisica e psicologica e una totale negazione della libertà, della dignità e dei diritti fondamentali dell’essere umano.
Questa fase di ampia istituzionalizzazione della sofferenza mentale, pur avendo inciso in modo profondissimo e traumatico sulla vita di migliaia di persone e delle loro famiglie, rappresenta in realtà un periodo storicamente circoscritto, con una durata di circa 150 anni (Houston, 2020).
All’interno dei manicomi, i pazienti venivano spesso legati ai letti con cinghie e cinture, picchiati, isolati, nascosti e confinati per lunghi periodi. Le condizioni di vita erano caratterizzate da malnutrizione, dall’uso indiscriminato dell’elettroshock e da metodi di contenzione lontani da qualsiasi concezione di cura o presa in carico terapeutica. L’obiettivo non era la guarigione, ma il controllo, la gestione dell’ordine e l’allontanamento della sofferenza dallo sguardo sociale.
Nel libro Centro di Igiene Mentale. Un cantastorie tra i matti, dell’artista Simone Cristicchi, viene restituita con grande forza evocativa la realtà dei manicomi attraverso le voci dirette dei pazienti. Lettere scritte durante il ricovero, spesso mai recapitate, raccontano il dolore, l’isolamento e il desiderio di essere visti e riconosciuti come persone, restituendo una testimonianza preziosa di ciò che questi luoghi hanno rappresentato.
Chi finiva in manicomio: non solo persone "malate"
Nel corso dell’Ottocento e del Novecento, il manicomio ha rappresentato non solo un luogo di cura, ma anche – e spesso soprattutto – uno strumento di controllo sociale. Accanto alle persone con gravi sofferenze psichiche, venivano internate numerose altre categorie considerate “scomode”, devianti o non conformi alle norme morali, sociali e culturali del tempo. Nel XIX secolo, con l’affermarsi della scienza meccanicistica e dello scientismo medico, si assiste a un progressivo ampliamento della categoria di malattia: l’immoralità e la devianza vengono sempre più incluse nei sistemi nosografici, fino a far sfumare la distinzione tra follia e condotta immorale (Kosky, 1986). In questo modo, ciò che era semplicemente percepito come non conforme, più che realmente patologico, poteva essere facilmente medicalizzato, etichettato come follia e giustificare l’internamento in manicomio.
Tra le persone internate si potevano trovare:
- Poveri e vagabondi: individui senza casa o lavoro, considerati una minaccia all’ordine e alla stabilità sociale.
- Donne ritenute “inadeguate”: mogli ribelli, madri non conformi, donne con una sessualità giudicata eccessiva o scandalosa rispetto ai modelli dominanti.
- Dissidenti politici o soggetti scomodi: in alcuni contesti autoritari, il manicomio veniva utilizzato per silenziare il dissenso.
- Persone omosessuali o non conformi ai ruoli di genere: viste come devianti rispetto alla morale eterosessuale e patriarcale dell’epoca.
- Bambini e adolescenti: con disabilità intellettive o comportamenti ritenuti difficili da gestire in ambito familiare o scolastico.
Questa ricostruzione storica mostra come il confine tra cura e esclusione possa diventare estremamente sottile quando la salute mentale viene letta attraverso categorie morali e quando i diritti fondamentali delle persone non sono pienamente riconosciuti e tutelati.
Le pratiche di "cura" all'interno dei manicomi
All’interno dei manicomi si sono sviluppate, nel corso del tempo, diverse pratiche presentate come terapeutiche, ma che risultavano spesso invasive, dolorose e profondamente lesive della persona. Accanto alla contenzione fisica e all’isolamento prolungato, si diffusero interventi che oggi vengono riletti con grande criticità, alla luce delle conoscenze scientifiche e dei principi etici contemporanei. Tra le pratiche più note vi erano:
- Elettroshock (terapia elettroconvulsivante): nei primi decenni veniva applicato senza adeguata anestesia o rilassamento muscolare ed era utilizzato su un’ampia gamma di disturbi, spesso senza una reale personalizzazione del trattamento.
- Coma insulinico: indotto attraverso alte dosi di insulina, con l’obiettivo di provocare uno stato comatoso che avrebbe dovuto “resettare” il funzionamento mentale, esponendo tuttavia i pazienti a rischi medici elevatissimi.
- Lobotomia: intervento di neurochirurgia psichiatrica che prevedeva la lesione delle aree frontali del cervello, con gravi e irreversibili conseguenze sulla personalità, sulle capacità cognitive e sull’autonomia dell’individuo.
Queste pratiche si collocano in un contesto storico caratterizzato da scarse alternative farmacologiche, da una conoscenza limitata dei disturbi mentali e da una forte pressione sociale e istituzionale a “normalizzare” i comportamenti ritenuti devianti o disturbanti. L’obiettivo prevalente non era tanto la cura quanto la gestione del comportamento e il contenimento della sofferenza considerata ingombrante.
La critica scientifica, insieme ai movimenti per i diritti civili e per la tutela delle persone con sofferenza psichica, ha progressivamente messo in discussione l’uso indiscriminato di tali pratiche, aprendo la strada a modelli di intervento più rispettosi della persona, centrati sulla dignità, sull’autodeterminazione e sulla relazione terapeutica.
Dalla custodia alla cura: l’evoluzione della psichiatria in Italia
Con la legge Giolitti del 1904, il manicomio diventa in Italia un’istituzione stabile e formalmente regolamentata, inserita nel sistema sanitario e amministrativo dello Stato. L’obiettivo dichiarato è quello di custodire e curare le persone affette da “alienazione mentale” ritenute pericolose per sé o per gli altri, oppure considerate di pubblico scandalo; tuttavia, nella pratica applicativa, i criteri di internamento risultano ampi, vaghi e difficilmente controllabili, lasciando grande spazio a valutazioni discrezionali. La legge consolida così alcuni aspetti strutturali del sistema manicomiale: la centralità della pericolosità, che porta la tutela dell’ordine pubblico a prevalere sul bisogno di cura; la diffusione di internamenti lunghi o a vita, dipendenti dal giudizio del direttore e delle autorità più che da un progetto terapeutico definito; e una marcata separazione dalla comunità, con manicomi collocati ai margini delle città, fisicamente e simbolicamente distanti dalla vita sociale.
Nel corso del Novecento, questi elementi contribuiscono al progressivo sovraffollamento degli ospedali psichiatrici, che finiscono per trasformarsi in luoghi di cronicizzazione e contenimento, più che di reale trattamento e riabilitazione. Un primo tentativo di superare questo modello si ha con la legge 431 del 1968, che introduce una riduzione dei ricoveri coatti e riconosce la possibilità di ricoveri volontari, aprendo uno spazio – ancora limitato ma significativo – a una psichiatria meno custodialistica e più attenta alla persona; in questi anni nascono anche i Centri di Igiene Mentale, orientati a una presa in carico territoriale.
Successivamente, la legge 349 del 1977 e soprattutto la legge 833 del 1978, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, inseriscono definitivamente la salute mentale nel sistema sanitario pubblico e affermano il principio della cura come diritto universale, non subordinato a criteri di pericolosità o controllo sociale. È all’interno di questo percorso che matura la Legge 180 del 1978, nota come Legge Basaglia, con la quale l’Italia diventa il primo Paese in Europa a sancire la chiusura dei manicomi e il blocco dei nuovi ricoveri negli ospedali psichiatrici, valorizzando i servizi territoriali e istituendo i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) per il trattamento delle fasi acute. Questa riforma non rappresenta un atto improvviso, ma il punto di arrivo di un processo culturale, scientifico e politico che ha progressivamente spostato lo sguardo dalla custodia alla cittadinanza, riconoscendo alle persone con sofferenza psichica lo status di soggetti di diritto, prima ancora che di pazienti.
Breve ricostruzione della storia dei manicomi in Italia
Per comprendere l’evoluzione dei manicomi in Italia, è utile ripercorrere alcune tappe fondamentali:
- XV–XIX secolo: nascono in diverse città italiane ospedali e ricoveri per “pazzi”, spesso gestiti da ordini religiosi, con funzioni miste di assistenza, custodia e controllo sociale.
- 1904: la legge Giolitti istituzionalizza il manicomio come luogo di custodia e cura per le persone con “alienazione mentale” considerate pericolose o di pubblico scandalo.
- Prima metà del Novecento: i manicomi aumentano per numero e dimensioni; si diffondono internamenti di lunga durata e pratiche invasive come elettroshock e coma insulinico.
- 1968: la legge 431 introduce i primi segnali di cambiamento, riducendo i ricoveri coatti e aprendo alla nascita dei Centri di Igiene Mentale.
- 1977–1978: con le leggi 349, 180 e 833 si avvia la chiusura dei manicomi e l’integrazione della salute mentale nel Servizio Sanitario Nazionale.
Questa linea del tempo mostra come il manicomio sia una costruzione storica, legata a specifici contesti culturali e politici, e non una necessità inevitabile, evidenziando come sia stato possibile metterne in discussione le basi e superarlo.
Oggi: dalla segregazione all’inclusione
La riforma della psichiatria ha progressivamente restituito dignità, diritti e cittadinanza alle persone con sofferenza psichica, orientando l’assistenza verso l’integrazione nella società piuttosto che verso la separazione. Come afferma lo psichiatra Peppe Dell’Acqua, tra i principali promotori della chiusura dei manicomi insieme a Franco Basaglia:
«Riportare persone con disturbo mentale nell’ambito della normale fruizione di beni, delle leggi e dei servizi rappresenta, oggi, la più importante via di uscita dalla spirale disturbo mentale etichettamento emarginazione».
Oggi i manicomi sono stati superati e sostituiti da una rete di servizi territoriali, tra cui Centri di Salute Mentale, strutture residenziali psichiatriche, Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), progetti personalizzati di sostegno alla persona e assistenza domiciliare, con l’obiettivo di garantire cura, continuità e inclusione nel rispetto dei diritti individuali.

Lavoro d’équipe e tutela dei diritti: una sfida ancora aperta
Per evitare il rischio di un ritorno a modelli custodialistici, è necessario rafforzare i servizi territoriali, potenziando i Dipartimenti di Salute Mentale e costruendo una cabina di regia regionale solida, capace di dialogare in modo efficace con gli enti locali. Oggi più che mai si rivela indispensabile un lavoro d’équipe e in rete, che coinvolga i diversi professionisti della salute mentale, al fine di garantire non solo la cura, ma anche una vera riabilitazione e un reale reinserimento sociale e lavorativo.
In questo quadro si inserisce la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), annunciata come un importante traguardo sul piano dei diritti umani e della salute mentale. Per comprendere la portata del cambiamento, è utile ricordare che già a partire dalla fine dell’Ottocento le persone con disturbo mentale autrici di reato venivano internate nei manicomi giudiziari, istituzioni con una duplice funzione repressiva e curativa, formalizzata dal Regolamento carcerario del 1891 (Lega et al., n.d.). A differenza del manicomio civile, il manicomio giudiziario è rimasto a lungo ai margini del dibattito pubblico, poco conosciuto e scarsamente messo in discussione.
La trasformazione degli OPG in REMS rappresenta senza dubbio un passaggio fondamentale; tuttavia, nella pratica, queste strutture rischiano ancora oggi di replicare dinamiche di segregazione, dando luogo a percorsi vissuti da molte persone come un “ergastolo bianco”, più che come un reale progetto terapeutico e riabilitativo. Il concetto di “pericolosità sociale”, rinnovabile attraverso rivalutazioni periodiche, può infatti tradursi in una prolungata privazione della libertà, talvolta anche in contesti non adeguatamente attrezzati. Questo scenario appare rischioso, sia per le persone coinvolte sia per gli operatori sanitari, e richiama la necessità di una riflessione critica continua sul confine tra cura e controllo.
Come scrive Alda Merini: «Ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini».
Lezioni dalla storia dei manicomi
La storia dei manicomi consegna alcune lezioni fondamentali per il presente. La prima riguarda il rischio di istituzionalizzazione: vivere per anni in contesti chiusi, regolati da norme rigide, può portare a una progressiva perdita di autonomia, legami e identità sociale. Questo rischio non riguarda solo le istituzioni del passato, ma può ripresentarsi anche in strutture nate con buone intenzioni, quando manca un reale progetto di vita. Diversi autori mettono infatti in guardia dal pericolo che il ciclo della “cura” si riproduca sotto forma di nuove soluzioni comunitarie inadeguate, capaci di replicare, in forme diverse, le logiche del vecchio modello manicomiale (Sussman, 1998).
La seconda lezione riguarda i diritti: quando la tutela dell’ordine pubblico prevale sulla dignità individuale, la sofferenza psichica rischia di essere trasformata in motivo di esclusione. La chiusura dei manicomi ha ricordato che chi vive un disturbo mentale è prima di tutto un cittadino, portatore di diritti, bisogni, desideri e risorse.
Infine, questa storia evidenzia l’importanza della cura nella comunità. Servizi territoriali, progetti personalizzati e reti sociali attive rappresentano gli strumenti più efficaci per prevenire nuove forme di segregazione, comprese quelle più sottili e meno visibili, come il rischio di un “ergastolo bianco” all’interno di contesti residenziali o giudiziari.
Prendersi cura di sé oggi: da soli non è sempre necessario
La storia dei manicomi ci ricorda quanto sia importante che la sofferenza mentale non venga più nascosta, rinchiusa o giudicata, ma accolta e ascoltata. Oggi sono disponibili diversi strumenti e servizi che possono mettere al centro la persona, i suoi diritti e la sua dignità: chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma può rappresentare un atto di responsabilità verso di sé e verso la propria vita.
Se senti che stai attraversando un momento difficile, che alcune emozioni ti fanno paura o che il peso di ciò che vivi è diventato troppo, non è necessario affrontarlo per forza da solo. Con Unobravo puoi valutare di iniziare un percorso di psicoterapia online, flessibile e pensato per le tue esigenze, in un contesto che mira a essere sicuro e rispettoso. Se vuoi fare il primo passo, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online e ricevere una proposta di professionista potenzialmente adatto alle tue esigenze. Prendersi cura della propria salute mentale può contribuire a costruire, in alcuni casi, un presente e un futuro diversi da quelli che la storia ci ha mostrato.





