Relazioni e famiglia

La sindrome del figlio unico esiste davvero?

È comune pensare che avere dei fratelli possa portare sia cose positive che negative mentre non averne sia solo uno svantaggio. In passato si aveva paura che ricevere tutte le attenzioni dei genitori rendesse deboli, e più di recente si è ritenuto che questo potesse essere un rischio a livello psicologico e comportamentale. La sindrome del figlio unico esiste davvero?



“Essere un figlio unico è una malattia”. Questo è quanto affermava lo psicologo e pedagogista G. S. Hall nel 1927. Ma, senza dover andare così indietro nel tempo, possiamo affermare che anche adesso lo stereotipo del figlio unico ha delle caratteristiche precise:


  • È solitario e fa fatica a relazionarsi agli altri;
  • È egoista, pensa solo a sé stesso;
  • È viziato e troppo abituato a ottenere tutto quello che vuole;
  • È stato iperprotetto dai genitori;
  • È troppo legato alla famiglia di origine.

Quanto c’è di vero in questa descrizione? Esiste davvero la cosiddetta “sindrome del figlio unico”?

Il genitore del figlio unico

Difficile parlare delle caratteristiche dei figli unici senza prima accennare ai loro genitori. I figli unici hanno una relazione molto stretta con loro, anche a causa della maggior quantità di tempo passato insieme e di attenzione ricevuta. La mancanza di fratelli li rende più suscettibili alla loro influenza e quindi anche più predisposti ad adottare i loro valori e il loro pensiero.


Questa relazione ha diversi aspetti positivi: i genitori di figli di figli unici reagiscono immediatamente al comportamento del bambino e hanno spesso con lui interazioni di alta qualità. D’altro canto, però, non è raro che questa relazione abbia anche una sfumatura di ansia, perché sull’educazione del figlio e sull’imprevedibilità della sua crescita si riversano molte preoccupazioni genitoriali.

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Cosa porta i genitori a scegliere di avere un unico figlio?

Le motivazioni più diffuse per cui una coppia decide di avere un solo figlio non sono psicologiche, ma riguardano soprattutto:

  • l’età dei genitori;
  • i fattori socioeconomici;
  • la separazione della coppia o la morte di uno dei coniugi;
  • Madri che hanno vissuto l’esperienza di della depressione post partum e che decidono di non voler ripetere una nuova gravidanza;
  • l’ansia e la paura di non essere altezza del ruolo di genitori, di amare e accudire i propri figli. Si crede che concentrandosi su un figlio solo sia più facile ridurre i rischi del “non essere in grado”.

Essere un figlio unico

Lo psicologo Soresen ha individuato tre temi principali che attraversano la vita dei figli unici:


1) La solitudine

Inizia nell’infanzia quando il bambino scopre che gli altri bambini giocano con i fratelli. Il figlio unico ha a volte il desiderio di connettersi all’altro ma si sente carente di questa capacità: al tempo stesso ne ha meno bisogno perché è più abituato a stare solo. In età adulta questo può portare ad avere difficoltà nel dividere i propri spazi, sia fisici che emotivi.

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2) La relazione fra dipendenza e indipendenza

La capacità del figlio unico di gestire il proprio spazio da solo lo rende autonomo, ma ha anche una forte dipendenza dalla famiglia di origine.


3) Il ricevere tutte le attenzioni da parte dei genitori

Ciò porta il figlio a sentirsi al tempo stesso speciale e responsabile della loro felicità. Questo può fargli credere che tutti si occuperanno di lui come hanno fatto i genitori, con il rischio di provare forti delusioni, ma potrebbe fargli provare anche senso di colpa per non fare abbastanza per i propri genitori (specialmente durante la loro vecchiaia) in contrasto con ciò che si è ricevuto.


Un nuovo disegno

Proviamo ad abbandonare gli stereotipi e a tracciare un nuovo ritratto del figlio unico basato sulle ricerche psicologiche:

  • Non ha difficoltà relazionali ma spesso preferisce attività solitarie e ha meno bisogno di stare in contatto con l’altro;
  • Stare da solo lo costringe a inventare attività sempre nuove, cosa che stimola curiosità, l’immaginazione e la capacità di problem solving;
  • È spesso ben motivato e in grado di adattarsi alle novità, ma è meno incline al rischio e alla competizione;
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  • È a volte più testardo, ma non egocentrico;
  • È più dipendente dai genitori rispetto ai figli con fratelli;
  • È più suscettibile all’ansia da prestazione;
  • Subisce maggiormente le frustrazioni;
  • L’assenza di fratelli lo protegge da gelosia e rivalità nel breve termine, ma lo rende impreparato quando vive questi sentimenti al di fuori dell’ambiente familiare.


Vantaggi e svantaggi si fondono in quello che risulta essere uno stile di crescita unico, non carente ma sicuramente diverso rispetto a chi invece è cresciuto in compagnia dei fratelli.


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