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L’alessitimia: gli aspetti emotivi e comportamentali

L’alessitimia: gli aspetti emotivi e comportamentali
Eleonora Tacconelli
Psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo interpersonale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
27.1.2026
L’alessitimia: gli aspetti emotivi e comportamentali
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Il costrutto di alessitimia  trova le sue radici nelle osservazioni di J. Ruesch (1948) e nelle teorie neurofisiologiche di P. MacLean secondo cui le manifestazioni psicosomatiche potessero essere associate a una difficoltà nel riconoscere e rappresentare le emozioni (disregolazione emotiva). Questa condizione, inizialmente descritta come una forma di ridotta consapevolezza emotiva (anestesia emotiva),era stata osservata in soggetti che faticavano a identificare, descrivere e verbalizzare i propri stati affettivi.

A partire dagli anni Sessanta, J. Nemiah e P. Sifneos approfondirono sistematicamente tali osservazioni studiando pazienti con differenti disturbi psicosomatici. Essi individuarono tre caratteristiche ricorrenti: una marcata difficoltà nell’identificazione e nella descrizione delle emozioni, una povertà dell’immaginazione e uno stile cognitivo orientato all’esterno. Sulla base di queste evidenze, nel 1973 Sifneos coniò il termine alexithymia (dal greco a- = assenza, léxis = parola, thymós = affetti), per descrivere questa peculiare difficoltà di elaborazione emotiva.

Thiago Matos - Pexels

I tratti caratteristici dell’alessitimia

Le caratteristiche principali dell’alessitimia riguardano sia la componente cognitiva delle risposte emotive, sia la capacità di regolare l’emozione nel contesto delle relazioni. Le persone con alessitimia mostrano spesso una difficoltà marcata nel riconoscere ciò che provano e nel trasformare l’esperienza emotiva in rappresentazioni mentali condivisibili.

  • I tratti caratteristici comprendono:
    difficoltà nell’identificare i sentimenti e nel distinguerli dalle sensazioni corporee associate all’attivazione emotiva;
    difficoltà nel descrivere i sentimenti e nel comunicarli agli altri;
    povertà o rigidità dei processi immaginativi, con scarsa presenza di fantasie, immagini mentali o ricordi a contenuto emotivo;
    stile cognitivo orientato all’esterno, centrato su dati concreti dell’ambiente più che sul mondo interno.

Queste caratteristiche possono manifestarsi in modo più o meno marcato a seconda della storia personale, del livello di stress e della presenza di eventi traumatici o condizioni psicologiche associate.

Alessitimia: come riconoscerla

Le persone con alessitimia non solo incontrano difficoltà nel riflettere sulle proprie emozioni e nel regolarle, ma spesso faticano a comunicarle in modo efficace. La sofferenza emotiva tende a essere espressa attraverso descrizioni concrete o riferite ai sintomi corporei, più che attraverso il linguaggio dei sentimenti, rendendo complesso per gli altri comprendere ciò di cui la persona ha realmente bisogno. Numerose ricerche indicano che chi presenta livelli elevati di alessitimia utilizza con minore frequenza strategie di regolazione emotiva generalmente adattive (come la rivalutazione cognitiva, il problem solving o la ricerca di supporto sociale) rispetto a chi presenta livelli medi o bassi di alessitimia (Preece et al., 2023). Questa minore disponibilità di strategie efficaci contribuisce spesso a un maggiore disagio psicologico

Un’ulteriore caratteristica riguarda la limitata capacità immaginativa, già descritta nei primi studi clinici. Questa povertà di fantasia può ridurre la possibilità di modulare le emozioni attraverso il gioco mentale, la creatività o l’immaginazione. Anche nella produzione e nel ricordo dei sogni, alcune persone con alessitimia tendono a riportare contenuti più concreti e aderenti all’esperienza quotidiana, con minore presenza di elementi simbolici o bizzarri che solitamente caratterizzano i sogni più immaginativi.

Andrea Piacquadio - Pexels

Quali sono le conseguenze?

Tutti questi elementi possono condurre la persona con alessitimia a sviluppare una vita interiore meno accessibile e meno ricca di contenuti emotivi e immaginativi. Le emozioni sono presenti, ma risultano difficili da riconoscere, differenziare e tradurre in forme simboliche, rendendo il mondo interno meno strutturato e meno disponibile alla riflessione. A ciò si associa spesso uno stile cognitivo prevalentemente orientato all’esterno, in cui l’attenzione si concentra su aspetti concreti e dettagli ambientali, mentre i contenuti interni – come sentimenti, desideri o stati affettivi – vengono meno considerati o risultano poco chiari. Di conseguenza, chi presenta livelli elevati di alessitimia tende a mostrarsi più pratico, concreto e centrato sull’azione, e meno incline all’introspezione o alla riflessione emotiva. Questa modalità, pur potendo essere funzionale in alcuni contesti, può limitare la comprensione di sé e la capacità di riconoscere i propri bisogni psicologici.

Alessitimia e disturbi associati: possibili implicazioni sulla salute mentale e fisica

L’alessitimia non influisce soltanto sulla vita emotiva e relazionale, ma è stata associata a una maggiore vulnerabilità nello sviluppo di diverse condizioni psicologiche e fisiche. La difficoltà a riconoscere, differenziare e regolare gli stati interni può infatti rendere la persona meno attrezzata nel fronteggiare situazioni stressanti o emotivamente complesse. Le principali aree di rischio individuate dalla letteratura sono:
• Disturbi d’ansia e depressione. Le difficoltà nella consapevolezza emotiva e nella regolazione degli affetti possono favorire la comparsa di sintomi ansiosi e depressivi, soprattutto in presenza di stress prolungato.
• Disturbi psicosomatici. La scarsa capacità di mentalizzare gli stati emotivi è stata correlata a un aumento della somatizzazione, con manifestazioni come dolori cronici, disturbi gastrointestinali, cefalee e altre sintomatologie funzionali.
• Dipendenze. Alcuni studi indicano che l’alessitimia può aumentare la vulnerabilità alle dipendenze da sostanze o comportamentali, poiché le difficoltà di regolazione emotiva possono portare a ricercare modalità esterne e immediate di gestione del disagio.
• Difficoltà relazionali. La ridotta chiarezza emotiva può rendere complesso costruire e mantenere relazioni intime, generando incomprensioni, distanza o difficoltà nel riconoscere e comunicare bisogni affettivi. L’alessitimia non influenza soltanto la vita emotiva e relazionale, ma è stata associata anche a esiti negativi nei domini della salute mentale e fisica. E’ possibile vederla come modalità di funzionamento emotivo-cognitivo potenzialmente vulnerabile: quando le risorse regolative sono carenti, tale modalità può rendere la persona più esposta a difficoltà psicologiche o somatiche. (Taylor & Bagby, 2013)

Conclusioni e implicazioni terapeutiche

L’alessitimia si caratterizza per una marcata difficoltà nel collegare l’esperienza emotiva ai processi di consapevolezza e rappresentazione mentale. Le emozioni sono presenti, ma risultano poco riconoscibili, difficili da differenziare e scarsamente accessibili sul piano simbolico. Questo indebolimento della capacità di mentalizzazione emotiva riguarda un livello profondo dell’elaborazione dell’esperienza e può ostacolare la costruzione di un dialogo interno coerente. In ambito terapeutico, si rivelano particolarmente utili interventi orientati a facilitare il riconoscimento, la nominazione e l’integrazione delle emozioni. Percorsi di alfabetizzazione emotiva, pratiche di consapevolezza corporea e tecniche finalizzate a creare un ponte tra esperienza subsimbolica ed elaborazione cognitiva possono aiutare la persona a dare forma e significato agli stati interni. Dati preliminari suggeriscono che approcci psicoterapeutici mirati ad aumentare la capacità di accesso e riflessione sugli stati affettivi possano ridurre, nel tempo, le caratteristiche alessitimiche e favorire un funzionamento emotivo più integrato (Taylor, 2000).

Strumenti di valutazione e diagnosi dell’alessitimia

Per valutare l’alessitimia in modo sistematico, i professionisti della salute mentale possono avvalersi di strumenti specifici che esplorano le diverse componenti del costrutto. Il più utilizzato è la Toronto Alexithymia Scale (TAS-20), un questionario autosomministrato composto da 20 affermazioni volte a indagare tre dimensioni fondamentali:
• Difficoltà nell’identificare i sentimenti (DIF): misura quanto la persona fatichi a riconoscere e discriminare i propri stati emotivi;
• Difficoltà nel descrivere i sentimenti (DDF): valuta la capacità di esprimere verbalmente ciò che si prova;
• Pensiero orientato all’esterno (EOT): rileva la tendenza a privilegiare aspetti concreti e pragmatici rispetto alla riflessione emotiva.

La TAS-20 è uno strumento ampiamente validato e rappresenta il gold standard nella valutazione dell’alessitimia in ambito clinico e di ricerca (Bagby et al., 1994). Accanto a essa, sono disponibili altri strumenti come il Bermond-Vorst Alexithymia Questionnaire (BVAQ), che adotta un approccio più articolato e include dimensioni legate sia alla componente cognitiva sia a quella affettiva dell’esperienza emotiva. L’impiego di questi strumenti consente di ottenere una valutazione più accurata delle modalità con cui la persona elabora e rappresenta le emozioni, facilitando l’identificazione delle aree di difficoltà e la pianificazione di interventi terapeutici mirati.

Basi neurobiologiche dell’alessitimia

Negli ultimi anni, la ricerca neuroscientifica ha evidenziato come l’alessitimia sia associata a specifici pattern di funzionamento cerebrale che coinvolgono le reti deputate alla percezione, all’elaborazione e alla regolazione delle emozioni. Studi di neuroimaging suggeriscono il coinvolgimento di tre aree principali:

• Insula. Regione cruciale per la percezione degli stati corporei (interocezione) e per l’integrazione delle sensazioni affettive nella consapevolezza cosciente. Alcuni studi indicano che un’attività ridotta dell’insula possa essere associata a una minore capacità di riconoscere e differenziare le emozioni (Bird et al., 2010).

• Amigdala. Implicata nell’elaborazione delle emozioni, in particolare nella risposta alla paura e agli stimoli salienti. Pattern atipici di attivazione dell’amigdala sono stati osservati in persone con elevati livelli di alessitimia, suggerendo una difficoltà nell’interpretare correttamente i segnali emotivi interni ed esterni.

• Corteccia prefrontale. Coinvolta nella regolazione emotiva, nella pianificazione e nella riflessione sugli stati interni. Un funzionamento meno efficiente in alcune aree prefrontali può influire sulla capacità di verbalizzare e interpretare i propri vissuti affettivi, ostacolando i processi di simbolizzazione emotiva.

Nel complesso, queste evidenze indicano che l’alessitimia non può essere considerata esclusivamente un fenomeno psicologico o relazionale, ma coinvolge anche aspetti neurobiologici che riguardano l’integrazione tra corpo, emozione e consapevolezza. Tuttavia, tali correlati devono essere interpretati come associazioni funzionali e non come deficit strutturali, poiché l’alessitimia rappresenta un tratto di funzionamento più che una patologia neurale.

Tipologie di alessitimia e cause principali

Tipologie di alessitimia e cause principali
L’alessitimia può manifestarsi con modalità differenti e viene spesso distinta in due forme principali, che riflettono cause e percorsi di sviluppo diversi.

• Alessitimia primaria (o tratto alessitimico).
È considerata una modalità di funzionamento relativamente stabile che emerge fin dall’infanzia. È probabilmente legata a fattori costituzionali, neurobiologici o temperamentali, e può essere associata a caratteristiche strutturali e funzionali di specifiche aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione emotiva. In questi casi, la difficoltà nel riconoscere e descrivere le emozioni non rappresenta un cambiamento rispetto a un precedente funzionamento, ma una caratteristica di base della persona.

• Alessitimia secondaria (o acquisita).
Insorge in seguito a eventi traumatici, stress emotivo prolungato o condizioni neurologiche che coinvolgono il sistema nervoso centrale. Può manifestarsi, ad esempio, dopo traumi psicologici significativi, periodi di intensa disregolazione emotiva o in conseguenza di lesioni cerebrali che interessano aree come l’insula o la corteccia prefrontale, determinando una compromissione delle funzioni di percezione e regolazione emotiva (Paradiso et al., 1999).

Le cause dell’alessitimia sono molteplici e includono fattori genetici, neurobiologici e ambientali. Una componente ereditaria è stata ipotizzata da diversi studi, suggerendo che alcune caratteristiche del funzionamento emotivo possano essere influenzate da predisposizioni temperamentali. Un ruolo cruciale è svolto anche dalle esperienze traumatiche precoci: traumi dell’infanzia, trascuratezza emotiva e ambienti familiari poco espressivi possono interferire con lo sviluppo delle competenze emotive e della capacità di mentalizzazione. Recenti evidenze mostrano una correlazione positiva tra maltrattamenti infantili e livelli di alessitimia in età adulta (r = 0,23), confermando l’importanza dei fattori relazionali nello sviluppo di tali difficoltà (Ditzer et al., 2023). Inoltre, condizioni neurologiche come lesioni, degenerazioni o alterazioni funzionali dell’insula, dell’amigdala o della corteccia prefrontale sono state associate a difficoltà persistenti nella percezione, elaborazione e regolazione delle emozioni. Comprendere la tipologia e i fattori alla base dell’alessitimia è fondamentale per impostare un percorso terapeutico personalizzato, orientato a intervenire sui meccanismi specifici che sostengono le difficoltà emotive.

Prevalenza e diffusione dell’alessitimia

L’alessitimia è un fenomeno relativamente diffuso sia nella popolazione generale sia in specifici gruppi clinici. Le stime provenienti dalla letteratura epidemiologica indicano che, nella popolazione generale, la prevalenza dell’alessitimia si aggira intorno al 10% (Mattila et al., 2006). Una revisione pubblicata su Frontiers in Psychology nel 2018 conferma la raffinatezza di questa stima e sottolinea come l’alessitimia rappresenti un tratto trasversale che può emergere anche in assenza di psicopatologia conclamata. La prevalenza aumenta sensibilmente in presenza di alcune condizioni psicologiche, neurobiologiche o mediche. Ad esempio, nei disturbi dello spettro autistico, diversi studi indicano che dal 40% al 65% delle persone con diagnosi di autismo presenta livelli elevati di alessitimia (Bird & Cook, 2013). 

Percentuali elevate sono state osservate anche nei disturbi d’ansia e depressivi: studi clinici, inclusi Honkalampi et al. (2000), indicano che nei disturbi depressivi e d’ansia la prevalenza dell’alessitimia può superare il 30%. Risultati particolarmente rilevanti emergono anche nel campo dei disturbi neurologici funzionali. Demartini et al. (2014) hanno evidenziato che l’alessitimia è presente nel 34,5% dei pazienti con sintomi motori funzionali (Functional Motor Symptoms, FMS), rispetto al 9,1% dei pazienti con disturbi del movimento organici e al 5,9% dei volontari sani, una differenza che rimane significativa anche controllando la gravità dei sintomi depressivi. Un’elevata prevalenza di alessitimia è stata riscontrata inoltre in diversi disturbi psicosomatici, tra cui ipertensione, patologie gastrointestinali e condizioni caratterizzate da somatizzazione cronica. 

Nel complesso, questi dati suggeriscono che l’alessitimia rappresenti un fattore trasversale rilevante sia in ambito psicologico che medico. Il riconoscimento precoce di tali difficoltà può contribuire a migliorare l’inquadramento diagnostico e a pianificare interventi mirati, soprattutto nei contesti in cui l’elaborazione emotiva riveste un ruolo chiave nella presentazione clinica.

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