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L’angoscia di morte e il Covid-19

L’angoscia di morte e il Covid-19
L’angoscia di morte e il Covid-19
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Roberta Sottocorna
Roberta Sottocorna
Redazione
Psicologa ad orientamento Psicoanalitico
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Pubblicato il
7.2.2020

“La paura della morte riveste un ruolo di primo piano nella nostra esperienza interiore. Se non altro, ci perseguita; romba continua sotto la superficie; è una presenza oscura, destabilizzante, al limite della coscienza. Per affrontare questa paura, vengono innalzate alcune difese che possono essere disadattive.”

Sono le parole dello scrittore e psichiatra Irvin Yalom a proposito della paura della morte. Ma che cosa è l’angoscia di morte? Come si manifesta durante la pandemia da Covid-19?

Il concetto di morte ha un ruolo determinante nella vita di ogni persona. Il terrore nei suoi confronti è così grande che l’uomo investe molte energie nel negarla. La paura della morte è presente in tutta la società e provoca uno stato di ansia che, in alcuni casi, arriva a destabilizzare psicologicamente un individuo.


Che cosa è l’angoscia di morte?

Si è ipotizzato che la tanatofobia sia un insieme di paure singole e specifiche che riguardano:

  • il dolore della morte
  • la paura della vita dopo la morte
  • la paura per gli altri che restano e certamente paura per se stessi
  • la paura per l’estinzione personale, che sembra essere il punto centrale della questione.

Esistono tre tipi di paure legate all’evento della morte:

  • Cosa viene dopo?
  • Come è l’evento del morire?
  • Cosa vuol dire cessare di essere?
cottonbro - Pexels

L'angoscia di morte nella psicopatologia

L’angoscia di morte è un’istanza che appartiene all’essere umano e alla vita: permea l’esperienza interiore e tutti i soggetti tentano di difendersene attraverso strategie più o meno funzionali basate sulla negazione. Quando queste strategie non sono più efficaci danno origine alla psicopatologia e alla sofferenza del soggetto, attraverso sintomi, segni e tratti del carattere. Molte persone in seguito alla pandemia hanno infatti manifestato i segni di una depressione post covid o di un disturbo d'ansia (ad esempio pensiamo a chi, temendo il contagio, ha iniziato ad avere la fobia dello sporco).

Angoscia e Covid-19

Durante questo periodo storico siamo sottoposti a forte stress: i sentimenti di angoscia e fragilità sono più che mai reali e tutti noi siamo obbligati a farci i conti in qualche modo:

  • abbiamo preso coscienza del fatto che non siamo immuni
  • abbiamo lasciato spazio ad una maggiore fragilità, ma anche ai sentimenti di solidarietà e condivisione.

In questo contesto di crisi e incertezza globali, la perdita di una persona cara è un’esperienza forte e drammatica, che mette di fronte alla vulnerabilità e alla finitezza.

L’esperienza di morte è definita “esperienza di confine” e pone il soggetto nella condizione di confrontarsi con se stesso.

Riconoscere, comprendere, vivere con autenticità

“La morte è diventata un tabù. […] La morte e il morire sono stati medicalizzati e professionalizzati. Appena qualcuno dà segni di morte imminente viene spedito in ospedale, il che significa che i riti di morte domestici non possono più essere eseguiti e che la gente non può più acquisire conoscenza diretta sulla morte e il morire […]. La morte è stata negata, si è diffuso il timore di dire alle persone che sarebbero morte.” Guy Brown

Essere in grado di spiegare e ordinare gli eventi è molto importante e permette di:

  • identificarne il posto
  • comprenderne la sequenza causale
  • promuove un maggior senso di controllo e minore paura.

Definire il perché delle cose offre una maggior padronanza e potenza. La morte e la vita sono interdipendenti: l’essere umano si muove nel mondo nella consapevolezza, più o meno conscia, della propria morte. Il riconoscimento della morte e il sentimento di angoscia possono fungere da motore di ricerca, possono aiutare il soggetto a riscoprirsi e portare a vivere una vita più autentica. Questo è lo scopo degli interventi di death education nelle scuole, che si stanno sempre più diffondendo anche nel nostro Paese.

Vanessa Garcia - Pexels


Qual è il ruolo dello psicologo?

La psicologia, occupandosi della sofferenza dell’uomo, non può che confrontarsi con l’angoscia: guardarla, toccarla, accoglierla e sopportarla. Lo psicologo può aiutare  a:

  • riconoscere l’angoscia;
  • sentirla come propria;
  • attribuire ad essa un significato;
  • tollerarne la presenza.

In questo modo, è possibile che essa diventi motore di una nuova ricerca e maggiore consapevolezza, di rinnovata sostanza all’interno della propria esistenza.

A cosa è utile la terapia

Rivolgersi allo psicologo è un atto di coraggio, quello di mettere mano alla propria vita, di affrontare i propri fantasmi e arricchire la propria esistenza.

Dare senso agli eventi drammatici e terrorizzanti che ci perseguitano e alle esperienze che ci fanno soffrire, aiuta a rendere quell’angoscia senza nome, quel timore incontrollato, qualcosa di conosciuto, maneggiabile, o anche solo dicibile. L’angoscia della morte è inversamente proporzionale al piacere della vita: questo significa che è possibile sperimentare una maggiore soddisfazione della vita e placare l’angoscia eccessiva.


Questo è un contenuto divulgativo e non sostituisce la diagnosi di un professionista.
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