Ansia

Death education: come accettare la morte

Death education: come accettare la morte
Death education: come accettare la mortelogo-unobravo
Laura Boccalone
Redazione
Psicoterapeuta a orientamento Analitico Transazionale
Unobravo
Pubblicato il
30.5.2022

Come si può accettare la morte? Lo psichiatra Irvin Yalom nel suo libro “Fissando il sole” cita una massima di La Rochefoucauld che esprime con grande potenza narrativa il modo in cui tutti noi ci rapportiamo all’idea della morte:

“Né il sole, né la morte si possono guardare fisso”

Sappiamo che moriremo, ma abbiamo bisogno di allontanare il nostro sguardo da questa certezza per poter vivere serenamente. Evitare il pensiero della morte è dunque una strategia comune a tutti noi; tuttavia, quando diventa troppo rigida, può essere disadattiva. Come si fa ad accettare la morte senza sentirsi sopraffatti?

Death education: cenni storici

Non è da molto tempo che si sente parlare di death education. In psicoanalisi il tema della morte è stato affrontato da S.Freud, che in “Al di là del principio del piacere”  (1920) introduce il concetto di pulsione di morte. Ma è a partire dagli anni Settanta che la death education si è fatta strada negli USA e in Gran Bretagna come nuovo approccio educativo. La sua nascita si deve al gruppo di studio fondatore dell’Association for Death Education and Counseling (Adec). 

Grazie alle ricerche dell’Adec, si è compreso che in età evolutiva e non solo è possibile, nonchè necessario, affrontare il tema della morte per:

  • conoscerne gli aspetti fisiologici, psicologici e sociali
  • fare i conti con la propria mortalità
  • convivere con l’inevitabilità della fine della nostra vita
  • affrontare ed elaborare il lutto
  • dare supporto a chi ha perso una persona cara.

 

Educarci al morire: la death education 

Nelle nostre società il tema della morte rappresenta spesso un tabù, e questo mette tutti noi a rischio di non accettare di morire come evento naturale e inevitabile. Poter condividere le proprie paure permette di uscire dall’isolamento e dall'ansia legata al non accettare la propria morte. Uno dei modi per imparare a farlo è la death education (DeEd). 

Volendo darne una definizione, la death education è un approccio educativo e di prevenzione, rivolto a qualsiasi fascia d’età e fin dalla prima infanzia, mirato a sviluppare una serie di competenze di natura cognitiva, emotiva e relazionale, per comprendere e accettare la propria morte o quella dei propri cari.

La death education in Italia

In Italia la death education si sta sempre più diffondendo, sia nel mondo della scuola che dell’università. L’Università degli Studi di Padova, ad esempio, ha istituito il Master Death Studies & the End of Life (Dipartimento FISPPA), diretto da Ines Testoni. In collaborazione con questo master, la Fondazione ANT Italia Onlus ha dato il via al progetto di prevenzione a scuola “Cominciamo dalla fine. Death Education for a waking life”.

Nel 2007 è stata realizzata la prima rassegna culturale di death education,"Il Rumore del Lutto Festival", che ha avuto luogo a Parma da un’idea di Maria Angela Gelati e Marco Pipitone. Oggi questa iniziativa, giunta alla sua quindicesima edizione, si è estesa anche ad altre città italiane come Venezia, Treviso, Mantova, Piacenza, Reggio Emilia.

Zoe - Unsplash

Tipologie di death education

La capacità di accettare la morte può essere sviluppata attraverso tre livelli di death education:

  1. death education per la prevenzione primaria
  2. death education per la prevenzione secondaria
  3. death education per la prevenzione terziaria

Death education per la prevenzione primaria

Si tratta di programmi educativi destinati a persone che non prevedono di doversi confrontare in maniera imminente con la morte, definiti anche interventi di “Routine Death Education”. 

Ne sono un esempio gli interventi di death education realizzati nelle scuole come “Che cosa sono le nuvole”, seminario di death education svolto con il patrocinio di Ausl Parma e dell'Università degli Studi di Padova, che ha coinvolto nel 2014 i ragazzi di alcune scuole di Parma. Grazie alla guida di un adulto è quindi possibile parlare di morte ai bambini e agli adolescenti, promuovendone in questo modo la salute mentale nel momento in cui dovranno confrontarsi con la perdita.

Death education per la prevenzione secondaria

Si tratta di percorsi di death education proposti a persone che si trovano a stretto contatto con la morte, come professioni sanitarie (infermieri, medici e psicologi) e persone che stanno affrontando una malattia terminale. Gli interventi pensati per le professioni sanitarie, mirano a sviluppare le abilità di comunicazione sulla morte e la consapevolezza dei fattori di rischio per la salute mentale dei caregivers.

“Quando scompare qualcuno che ci è caro, paghiamo con mille cocenti rimpianti la colpa di sopravvivere. La morte ce ne svela la singolarità unica. Eccolo diventare vasto come il mondo: la sua assenza lo annulla per lui, e la sua presenza lo faceva sussistere intero; ci sembra che avremmo dovuto dargli più posto nella nostra vita: direi quasi, tutto il posto. Ci strappiamo a questa vertigine: era solo un individuo fra i tanti. Ma poiché non facciamo mai tutto il possibile, per nessuno – neppure nei limiti, discutibili, che ci siamo prefissi – sono ancora molti i rimproveri che dobbiamo rivolgere a noi stessi.”

Questo stralcio, tratto da “Una morte dolcissima”, racchiude le parole di una figlia assalita dal senso di colpa mentre sta perdendo sua madre: si tratta del racconto autobiografico di Simone de Beauvoir. La death education si rivolge quindi anche ai familiari, con lo scopo di evitare il caregiver burden e prepararsi alla morte del proprio caro potendo lasciare andare il senso di colpa e pensare “non ho più paura”. Con la death education si interviene anche sui fattori di rischio che potrebbero esporre al lutto complicato

Death education per la prevenzione terziaria

La prevenzione terziaria è rivolta alle persone che stanno affrontando un lutto e ha lo scopo di favorire l’elaborazione della perdita, anche e soprattutto attraverso il sostegno sociale. Le relazioni infatti rappresentano un'importante risorsa evolutiva per l’essere umano. 

Possiamo affermare con certezza che gran parte del merito della nostra sopravvivenza come specie dipenda proprio dalla nostra capacità di vivere in società e di instaurare relazioni sociali stabili e durature. Morire, invece, è un atto solitario e ci mette di fronte all’unicità del nostro mondo interiore, che inevitabilmente siamo destinati a lasciare andare. Esistono due tipi di solitudine:

  • una relazionale, connessa alla mancanza o alla perdita dei legami affettivi;
  • una esistenziale; connessa al senso di vuoto che possiamo contattare quando pensiamo alla nostra morte.
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La death education nelle scuole

La scuola è una delle principali agenzie educative della nostra società. Con la pandemia da Covid-19 tutti noi siamo venuti a contatto più da vicino con l’esperienza della morte, ragazzi e bambini compresi. Per la scuola questo ha significato rinnovare e ripensare il proprio ruolo nel far fronte ai bisogni emergenti dei propri studenti.

I laboratori di death education pensati per le scuole hanno il merito di creare uno spazio di condivisione e riflessione in cui alunni e insegnanti possano mettersi in gioco, sperimentando e costruendo insieme nuove consapevolezze. Ne sono un esempio i 15 workshop realizzati durante l’edizione 2020 de “Il Rumore del Lutto”, che ha coinvolto alcune  scuole della città di Parma.

Molti pensano che la consapevolezza della morte possa portare a un’angoscia paralizzante. Una ricerca-intervento condotta dall’Università degli studi di Padova in tre scuole ha mostrato invece che la death education aumenta la capacità di pensare alla morte come un evento naturale e di parlare dei propri sentimenti e della propria progettualità futura. Qui il documentario dove queste esperienze sono state raccontate.

Death education in adolescenza

L’adolescenza è una fase del ciclo di vita in cui il confronto con la perdita rappresenta un fondamentale compito di sviluppo. I numerosi cambiamenti che l’adolescente affronta, come il lasciarsi alle spalle un’identità e un corpo bambino, insieme al distacco dai genitori, sono tutte esperienze che mettono i ragazzi e le ragazze di fronte alla perdita.

L’adolescente ha le capacità cognitive per rappresentarsi la morte e il morire. Tuttavia, in una società dove questi temi sono spesso un tabù, il rischio è che vengano lasciati da soli e si trovino impreparati ad affrontare gli eventi di vita legati alla finitudine umana. L’importanza di educare gli adolescenti alla morte emerge anche da studi recenti, come si legge anche nel libro “Scusatemi sono in lutto”, a pagina 21: 

«il rifiuto della morte e del lutto è tra le cause principali di suicidio tra gli adolescenti, soprattutto nel Nord America. La mancanza palese dell’esperienza della morte tra i bambini e gli adolescenti contribuisce grandemente a suscitare curiosità. Ci sono giovani che si tolgono la vita sotto una spinta emotiva: non hanno compreso che la morte è irreversibile, senza ritorno…»

Il potere della connessione

Spesso, quando chiediamo aiuto, immaginiamo qualcosa di pratico che ci permetta di uscire da una situazione difficile. Ma ci sono esperienze che ci mettono di fronte all’impossibilità di fare qualcosa di concreto o di trovare una soluzione, e la morte è per antonomasia una di queste.

Di fronte all’impotenza e alla disperazione, la reazione che molti di noi possono avere è quella di isolarsi, per timore di “appesantire” gli altri con i propri sentimenti negativi. È proprio in questi momenti, invece, che assume valore quella che possiamo intendere come una delle attività umane più potenti: dare e ricevere conforto, che ci permette di sentirci profondamente connessi gli uni con gli altri.

Questo non risolve certo i problemi, ma ci offre la possibilità di uscire dal senso di vuoto e disperazione della solitudine esistenziale. Mi piace riassumere il senso del conforto in una frase:

“non posso fare niente per aiutarti, ma sono qui con te”.
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Accettare la morte: l’aiuto dello psicologo

Come affrontare la paura della morte (tanatofobia) quando questa ci assale? Come possiamo utilizzare il potere della connessione per poter accettare, prima o poi, di morire, lasciare andare il nostro mondo e la nostra esistenza senza cadere nella disperazione dell’impotenza? Un modo per imparare ad accettare la propria morte è andare dallo psicologo.

Il primo degli esercizi che utilizzo spesso nella mia pratica clinica, proposto da Yalom, è quello dei cerchi nell’acqua:

  • immaginiamo per un istante la nostra vita come una goccia di acqua che cade all’interno dell’oceano sconfinato, rappresentato da tutte le altre vite: per il solo fatto di essere al mondo, inevitabilmente, abbiamo un impatto sugli altri;
  • possiamo prenderci qualche momento, in silenzio, per visualizzare intorno a noi, come cerchi nell’acqua, tutte le occasioni e tutti i modi in cui la nostra vita ha avuto un impatto su quella degli altri, e guardare questi cerchi continuare ad allargarsi ben oltre il punto di impatto.

Col supporto di uno psicologo, anche di uno psicologo online, è possibile contemplare la nostra esistenza nella sua unicità, inserendola nell’universo delle altre vite e riconoscere l’eredità che, spesso inconsapevolmente, lasciamo o abbiamo lasciato agli altri, costruendo uno sguardo nuovo e più benevolo di fronte al dover prima o poi lasciare andare tutto ciò che ci rappresenta e che siamo.

Libri sulla death education

Per approfondire il tema della death education e conoscere le iniziative italiane finalizzate all’educazione sulla morte e la sua accettazione, ecco alcuni suggerimenti bibliografici:

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