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Psicologia della salute
5
minuti di lettura

Obesità e psicologia: perché serve un trattamento multidimensionale

Obesità e psicologia: perché serve un trattamento multidimensionale
Maria Colandrea
Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
20.4.2026
Obesità e psicologia: perché serve un trattamento multidimensionale
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L’obesità è una condizione complessa e multifattoriale, che nasce dall’interazione tra fattori genetici, ambientali e individuali e può avere implicazioni importanti sulla salute. Per questo, oggi è sempre più riconosciuta la necessità di interventi coordinati su più livelli, come indicato anche dalla Carta europea sull’azione di contrasto all’obesità, adottata nel novembre 2006 da tutti gli Stati Membri della Regione europea dell’OMS e orientata a principi guida e aree di intervento dal locale all’internazionale (Branca et al., 2007).

In questo articolo esploriamo il ruolo della psicologia nel trattamento multidimensionale dell’obesità, lo stigma del peso e l’importanza di definire obiettivi realistici per ottenere cambiamenti duraturi.

Obesità e psicologia: un approccio integrato

In ambito clinico, ai percorsi dietetici, farmacologici e di attività fisica possono affiancarsi trattamenti psicologici strutturati: una meta-analisi su 36 studi randomizzati controllati ha mostrato che la terapia comportamentale, da sola, favorisce una perdita di peso maggiore rispetto al placebo e che la terapia cognitivo-comportamentale integrata con dieta/esercizio incrementa ulteriormente la perdita di peso rispetto alla sola dieta/esercizio (Shaw et al., 2005).

Questo approccio integrato mira a sostenere la persona nel raggiungimento di un “peso ragionevole”, cioè di un obiettivo realistico, mantenibile e compatibile con la tutela della salute, riducendo i rischi associati al sovrappeso e all’obesità.

Modello bio-psico-sociale

Secondo il modello bio-psico-sociale e la psicologia della salute, il comportamento alimentare risente dell’intreccio tra influenze legate all’ambiente fisico e sociale, allo stress percepito, alla capacità di gestione delle emozioni e ai meccanismi neurofisiologici che ne regolano l’espressione.

In questa prospettiva, è importante ricordare che i fattori di rischio per l’obesità tendono a concentrarsi in contesti di vita specifici — famiglia, scuola, comunità e luogo di lavoro — e che, proprio per questo, gli interventi efficaci dovrebbero andare oltre la sola responsabilità individuale (Branca et al., 2007).

Nei comportamenti alimentari disfunzionali possono essere implicate diverse variabili:

  • supporto sociale,
  • scarse capacità di adottare strategie di adattamento (coping) e di problem solving,
  • aspettative irrealistiche rispetto alla perdita di peso,
  • basso senso di autoefficacia e autostima,
  • insoddisfazione per la propria immagine corporea,
  • scarsa tolleranza alle frustrazioni.

Un altro dato importante a sostegno del modello bio-psico-sociale riguarda le ricerche sull’immagine corporea di chi ha perso peso solo attraverso interventi farmacologici o chirurgici. In queste persone può permanere un senso di insoddisfazione legato alla propria immagine corporea, un segnale del fatto che impegnarsi in un processo di cambiamento e, ancor di più, esserne protagonisti può avere effetti più positivi su autostima e autoefficacia rispetto al semplice calo ponderale.

Pavel Danilyuk - Pexels

I processi cognitivi e il peso

I “comportamenti complessi” coinvolti nella perdita e nel mantenimento del peso, come l’adozione di un’alimentazione salutare e uno stile di vita attivo, sono influenzati da processi cognitivi consci.

I processi cognitivi svolgono un ruolo importante nel mantenimento di comportamenti alimentari disfunzionali, per esempio nell’alimentazione eccessiva o disorganizzata, e possono rendere più difficile l’adozione di un’alimentazione salutare. Essi sono associati:

  • al fallimento nel seguire la dieta, quando si hanno aspettative più elevate di perdita di peso o se si vuole modificare l’aspetto fisico come obiettivo primario;
  • alla perdita di peso;
  • al mantenimento del peso perso, quando si ha fiducia nel riuscire a mantenere il peso e si è soddisfatti per i risultati raggiunti.

‍Come affrontare questi processi psicologici complessi

La sola educazione ai comportamenti salutari potrebbe non bastare. L’Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso (AIDAP) raccomanda la necessità di riconsiderare il ruolo dello psicologo nella gestione multidisciplinare dell’obesità.

La terapia può essere mirata ad aiutare le persone in sovrappeso e obese a impegnarsi in un processo attivo di cambiamento attraverso la riscoperta di sé e delle proprie qualità, al di là del proprio peso corporeo. Invece, continuare a proporre una modificazione dello stile di vita facendo leva solo sulla forza di volontà può portare a sperimentare sentimenti di fallimento, senso di colpa e inadeguatezza.

Lo stigma del peso interiorizzato

Il tema del vissuto della persona con obesità si riferisce allo “stigma del peso interiorizzato”. È comune in molte persone con obesità e può avere numerosi e importanti effetti negativi come:

  • la comparsa di comportamenti alimentari disfunzionali, come episodi di abbuffata e aumento della quantità di cibo assunto;
  • la riduzione dell’attività fisica;
  • la tendenza all’aumento del peso;
  • le risposte negative fisiologiche allo stress;
  • la riduzione della richiesta di aiuto professionale in ambito sanitario;
  • il minor mantenimento del peso a lungo termine.

Come si può lavorare sullo stigma interiorizzato in terapia

Quando lo stigma del peso viene interiorizzato, la persona può iniziare a pensare “valgo meno”, “sono pigro/a”, “non merito cura”. In terapia questo tema può diventare centrale perché lo stigma può aumentare vergogna e evitamento (visite mediche, palestra, socialità) e può alimentare abbuffate o rinunce.

Gli interventi più frequenti includono:

  • Ristrutturazione delle credenze: si mettono alla prova idee rigide (“se non dimagrisco, ho fallito”) e si costruiscono pensieri più accurati e utili.
  • Auto-compassione: non è “giustificarsi”, ma imparare un tono interno meno punitivo, che riduce la spirale colpa–restrizione–abbuffata.
  • Esposizione graduale: affrontare situazioni evitate (es. comprare vestiti, andare in piscina) con passi progressivi e monitoraggio dell’ansia.
  • Abilità assertive: rispondere a commenti o pressioni sul corpo, proteggendo confini e motivazione.

In modo concreto si possono monitorare: vergogna (0–10), evitamenti settimanali, frequenza di autocritica e capacità di riparazione dopo una “scivolata”.

Keira Burton - Pexels

Trattamento psicologico dell’obesità

Il trattamento psicologico dell’obesità può prevedere un percorso di valutazione e intervento che non si concentra solo sul peso ma sulla salute e sul benessere complessivi della persona. Infatti, oltre a obiettivi legati al calo ponderale e al BMI, è anche importante monitorare indicatori come:

  • circonferenza vita, HbA1c e glicemia,
  • profilo lipidico,
  • pressione arteriosa,
  • qualità di vita ed eventuali eventi avversi,
  • in alcuni contesti, persino il rischio di morte (Istituto Superiore di Sanità, 2023).

In quest’ottica, il lavoro psicologico può aiutare a costruire abitudini sostenibili, a comprendere i fattori emotivi e relazionali che influenzano l’alimentazione e l’attività fisica, e a sostenere la motivazione nel tempo, valorizzando progressi che vanno oltre il “numero sulla bilancia” e che incidono concretamente sulla qualità della vita.

Nel trattamento psicologico dell’obesità l’obiettivo non è “dimagrire a tutti i costi”, ma costruire cambiamenti mantenibili nel tempo, coerenti con un “peso ragionevole” (definito caso per caso) e con la salute globale. In pratica, la terapia lavora su comportamenti, pensieri ed emozioni che possono rendere difficile la continuità.

Tra le tecniche più usate (spesso in un approccio cognitivo-comportamentale) ci sono:

  • Automonitoraggio: registrare cibo, fame, emozioni e contesto per capire “quando e perché” si mangia, non solo “cosa”.
  • Pianificazione: organizzare pasti, spesa e alternative pratiche per ridurre decisioni impulsive nei momenti critici.
  • Gestione dei trigger: riconoscere stimoli (stress, noia, socialità, disponibilità di cibo) e preparare risposte alternative.
  • Problem solving: scomporre gli ostacoli (turni, famiglia, stanchezza) in passi concreti e verificabili.
  • Ristrutturazione cognitiva: lavorare su pensieri “tutto o nulla” (es. “ho sgarrrato, tanto vale mollare”).
  • Prevenzione delle ricadute: distinguere una scivolata da una “caduta” e ripartire senza colpa eccessiva.

Valutazione iniziale: cosa può essere esplorato prima di iniziare

La terapia parte da una valutazione che non riguarda solo il peso, ma il funzionamento quotidiano. Questo passaggio serve a personalizzare il trattamento e a ridurre il rischio di obiettivi irrealistici che possono alimentare frustrazione e abbandono.

In genere si esplorano:

  • Storia del peso e dei tentativi precedenti: cosa ha funzionato, cosa ha portato a riprendere peso, quali “regole” rigide possono aver contribuito a un effetto rimbalzo.
  • Pattern alimentari: orari, quantità, episodi di perdita di controllo, alimentazione emotiva, restrizione/compensazione.
  • Emozioni e stress: quali stati interni possono aumentare il rischio di mangiare oltre la fame e quali strategie di regolazione sono disponibili.
  • Sonno, attività e routine: perché stanchezza e disorganizzazione possono aumentare vulnerabilità e impulsività.
  • Comorbilità psicologiche: ansia, umore depresso, trauma, uso di sostanze; se presenti, in genere vengono integrate nel piano.
  • Screening per BED: quando ci sono abbuffate ricorrenti con sofferenza, si può valutare il Disturbo da Alimentazione Incontrollata secondo il DSM-5-TR (American Psychiatric Association, 2022), perché può cambiare priorità e focus clinico.

Obiettivi realistici: dal “peso ideale” ai comportamenti misurabili

Nel trattamento psicologico dell’obesità gli obiettivi spesso più efficaci sono quelli che spostano l’attenzione dal “numero sulla bilancia” a comportamenti osservabili. Questo non significa ignorare il peso, ma ridurre la trappola del perfezionismo: quando l’unico obiettivo è dimagrire velocemente, ogni oscillazione può diventare una prova di fallimento.

In terapia si definiscono obiettivi SMART (specifici, misurabili, realistici, rilevanti, temporizzati) e si monitorano con continuità. Un esempio pratico:

  • Obiettivo: “Per 2 settimane, farò una colazione entro 60 minuti dal risveglio almeno 5 giorni su 7”.
  • Perché aiuta: può ridurre la fame intensa a metà mattina e il rischio di scelte impulsive.
  • Come si misura: spunta su calendario + nota su fame (0–10) prima di pranzo.
  • Piano B: se salto la colazione, preparo uno spuntino programmato (non punitivo) per evitare l’effetto “tanto ormai”.

Questo tipo di obiettivi può sostenere l’autoefficacia e rendere il cambiamento più stabile.

Mini-esempio: diario di fame, emozioni e contesto

L’automonitoraggio tende a funzionare meglio quando non è un “controllo punitivo”, ma uno strumento di comprensione. In terapia si usa spesso un diario essenziale, compilabile in 1–2 minuti, per collegare alimentazione, emozioni e situazioni.

Un formato utile include:

  • Quando e dove: es. “21:30, divano”. Può aiutare a individuare routine automatiche.
  • Cosa e quanto: descrizione semplice, senza precisione ossessiva. Può servire a vedere pattern, non a colpevolizzarsi.
  • Fame (0–10): può aiutare a distinguere fame fisica da impulso/emozione.
  • Emozione principale: es. ansia, noia, solitudine, rabbia. Può rendere più visibile il legame tra cibo e regolazione emotiva.
  • Pensiero chiave: es. “me lo merito”, “non ce la faccio”. Può essere un punto di ingresso per la ristrutturazione cognitiva.
  • Cosa avrei potuto fare in alternativa (1 idea): anche piccola (doccia, chiamare qualcuno, tisana, 10 minuti di pausa).

In seduta, il diario non serve a “fare la pagella”, ma a scegliere 1–2 leve su cui intervenire la settimana successiva.

Mantenimento e prevenzione delle ricadute: una fase spesso trascurata

Nel trattamento dell’obesità, la fase di mantenimento può essere parte integrante della cura, non un “dopo” opzionale. Molte persone riescono a cambiare per alcune settimane, ma possono faticare a reggere nel tempo quando aumentano stress, imprevisti o stanchezza: per questo la terapia lavora su competenze di continuità.

La prevenzione delle ricadute può includere:

  • Identificazione dei segnali precoci: meno sonno, più isolamento, pensieri “tanto ormai”, aumento di cibo fuori piano.
  • Piano di recupero rapido: 2–3 azioni semplici per rientrare (es. riprendere colazione, camminata breve, spesa programmata), evitando restrizioni drastiche.
  • Flessibilità alimentare: ridurre regole rigide che possono portare a “tutto o nulla”; si lavora su porzioni, frequenza e contesto.
  • Gestione dello stress: tecniche di regolazione (pause, respirazione, attività piacevoli) come alternative al cibo.
  • Rinforzo dell’identità oltre il peso: obiettivi di vita, relazioni, competenze; quando il valore personale non dipende solo dalla bilancia, la motivazione può essere più stabile.

L’idea guida è: una ricaduta non è una prova di incapacità, ma un dato clinico che può aiutare a migliorare il piano.

Da tenere a mente

È bene ricordarsi sempre che l’alimentazione deve restare un piacere, perché le sensazioni legate all’atto alimentare racchiudono elementi:

  • qualitativi legati al cibo;
  • sensoriali legati al gusto del singolo;
  • identitari legati alla cultura del gruppo di appartenenza;
  • psicologici legati al vissuto soggettivo.

Una dieta con alimenti monotoni che non arrecano alcun piacere è senz’altro destinata al fallimento. Mettersi a dieta, o seguire un regime alimentare controllato, non significa sottrarre cibo e piacere all’alimentazione: non bisogna, insomma, privarsi di tutti i propri cibi preferiti. Inoltre, gli obiettivi devono essere raggiungibili: si può perdere peso con gradualità e ponendosi obiettivi realistici.

Se ti riconosci nella fatica di gestire emozioni, stress, aspettative e stigma legati al peso, sappi che non devi affrontare tutto da solo/a: un percorso psicologico può aiutarti a costruire cambiamenti realistici e mantenibili, sostenendo l’autoefficacia e un rapporto più sereno con il cibo e con il tuo corpo.

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