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Scelta del partner: perchè "finiamo sempre con le stesse persone"?

Scelta del partner: perchè "finiamo sempre con le stesse persone"?
Enrico Reatini
Psicologo ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
Scelta del partner: perchè "finiamo sempre con le stesse persone"?
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Frequentemente capita di sentire persone che, più volte, sembrano ritrovarsi in relazioni con partner che faticano a essere presenti sul piano emotivo. Persone che sembrano coinvolte solo a tratti, che evitano il confronto, che mantengono una certa distanza quando la relazione diventa più profonda.

Quando questo schema si ripete, la tentazione è pensare che ci sia “qualcosa che non va”. In realtà, queste scelte rispondono spesso a dinamiche psicologiche comprensibili, legate al modo in cui impariamo a gestire le emozioni e a stare in relazione con l’altro.

Come avviene la scelta del partner?

La ricerca sul modo in cui scegliamo i partner sentimentali è ampia, ma mostra quanto questo processo sia complesso e difficile da prevedere. Non esiste una singola variabile che spieghi perché ci leghiamo a una persona piuttosto che a un’altra poiché la scelta del partner emerge dall’interazione tra caratteristiche individuali, esperienze passate, contesto relazionale ed emozioni attivate nel momento dell’incontro (Devenport et al., 2023).

In particolare, gli studi suggeriscono che concentrarsi solo su ciò che diciamo di desiderare in un partner, come specifici tratti di personalità o valori, è spesso insufficiente per comprendere le scelte che facciamo nella realtà. Infatti, molte decisioni relazionali avvengono a un livello meno consapevole e sono influenzate da processi emotivi, aspettative implicite e modalità abituali di stare nella relazione.

Scegliere partner emotivamente indisponibili può quindi rappresentare il risultato di questi processi più che una scelta deliberata verso la sofferenza. 

Essere, in altre parole, l’espressione di schemi interiorizzati che orientano l’attrazione e il coinvolgimento affettivo. Comprendere questi meccanismi significa spostare l’attenzione dal “perché continuo a sbagliare?” al “che cosa sto cercando, proteggendo o evitando attraverso questo tipo di relazione?”.

Budgeron Bach - Pexels

Indisponibile, ma come?

Un partner emotivamente indisponibile nella maggior parte dei casi non è una persona priva di sentimenti, maligna o disinteressata alla relazione. Più spesso si tratta di persone che incontrano difficoltà nel riconoscere, esprimere e sostenere gli stati emotivi propri e altrui, soprattutto quando la relazione richiede maggiore profondità.

Questo può tradursi in una fatica a condividere ciò che si prova, a costruire un’intimità stabile, a rispondere in modo coerente ai bisogni dell’altro o a restare presenti nei momenti di vulnerabilità. Non si tratta quindi di assenza di emozioni, ma di una modalità specifica di gestirle e organizzarle all’interno della relazione.

La ricerca mostra come la scelta del partner non avvenga mai su un solo piano, né esclusivamente emotivo né puramente razionale. Al contrario, emozioni, valutazioni cognitive, aspettative culturali e strategie personali si intrecciano nel processo di selezione, spesso senza che la persona ne sia pienamente consapevole (Illouz & Finkelman, 2009). In questo intreccio, alcune configurazioni emotive possono rendere la distanza più “gestibile” della vicinanza.

Per questo motivo, una relazione emotivamente poco disponibile può risultare dolorosa, ma allo stesso tempo comprensibile e familiare, soprattutto per chi ha imparato presto ad associare il legame affettivo allo sforzo, all’attesa o alla rinuncia.

Familiare ma non necessariamente piacevole

Ciò che è familiare tende a essere percepito come più sicuro, anche quando non è realmente soddisfacente. 

Per chi ha avuto pochi modelli relazionali accoglienti, coerenti e disponibili, la distanza emotiva può non apparire subito come un segnale di disagio, ma come una modalità “normale” di stare in relazione. 

In questi casi, l’attrazione non nasce dalla serenità, ma dalla coerenza con schemi interni già noti dove il bisogno di vicinanza viene modulato, controllato o messo in secondo piano, perché forme di intimità più piene possono risultare confuse, e persino destabilizzanti. 

All’interno di queste relazioni possono così prendere forma pensieri ricorrenti come “aspettando abbastanza la situazione cambierà” oppure “non posso chiedere perché farlo troppo allontana le persone” , il cui obiettivo è dare senso alla distanza, rendendo difficile riconoscere segnali spiacevoli o incoerenti (Pârvulescu et al., 2017). 

Un esempio

Immaginiamo una persona che ha sempre vissuto in una strada molto rumorosa di una grande città e che da anni fa fatica a dormire. Il traffico notturno, le voci, i rumori costanti fanno parte della sua quotidianità al punto da non essere più percepiti come qualcosa di insolito.

Quando questa persona si sposta in campagna, in un luogo silenzioso e privo di stimoli, potrebbe aspettarsi di dormire meglio. In realtà, almeno all’inizio, il silenzio può risultare altrettanto disturbante proprio perché l’assenza di rumore è qualcosa di nuovo, a cui non è abituata, e proprio per questo può generare inquietudine e rendere il sonno difficile. Non perché il silenzio sia dannoso, ma perché ciò che è nuovo può essere più faticoso da tollerare rispetto a ciò che è familiare, anche quando quest’ultimo non è davvero riposante.

Allo stesso modo, quando emozione e valutazione razionale si intrecciano in modo discontinuo, momenti sporadici di vicinanza alternati a distanza e ambiguità possono diventare particolarmente coinvolgenti, alimentando la speranza e rendendo difficile prendere le distanze, non per debolezza, ma perché manca un termine di paragone interno con cui riconoscere ciò che è davvero nutriente e coltivarlo.

Shvetsa - PexelsDevenport, S., Davis-McCabe, C., & Winter, S. (2023). A critical review of the literature regarding the selection of long-term romantic partners. Archives of Sexual Behavior, 52(7), 3025-3042.Illouz, E., & Finkelman, S. (2009). An odd and inseparable couple: Emotion and rationality in partner selection. Theory and Society, 38(4), 401-422.Nikolic, M., Krivokapic, Z., Jovanovic, D., Savic, M., & Ivin, D. (2011). Choosing partners without the presence of emotions: multicriteria quantitative approach. HealthMED, 397.

Allontanarsi da ciò che per noi è importante

Quando la relazione è guidata principalmente dalla paura di perdere l’altro o di restare soli, si rischia di mettere in secondo piano i propri bisogni più profondi.
Con il tempo, ci si adatta, si abbassano le aspettative, si tollera una vicinanza parziale pur di non affrontare il dolore di  un’eventuale perdita.

In questo processo, ciò che può essere importante in una relazione come reciprocità, presenza, rispetto (o ciò che ogni singolo individuo riconosce come suo valore di coppia) può passare in secondo piano.

Interrompere questi schemi richiede spesso di tollerare emozioni difficili e destabilizzanti come tristezza e paura. Emozioni che, se evitate, tendono a riportarci sempre nelle stesse dinamiche.

Imparare a restare in contatto con ciò che si prova, senza agire immediatamente per ridurre il disagio, apre la possibilità di fare scelte diverse e più allineate a ciò che si desidera.

Alcuni passaggi utili possono essere:

  • riconoscere precocemente i segnali di indisponibilità
  • osservare i propri pensieri senza considerarli fatti
  • chiarire cosa rende una relazione soddisfacente per sé
  • accettare il disagio legato al porre limiti o al lasciar andare

Proprio come nell’esempio del sonno, cambiare modalità non significa evitare la sofferenza, ma scegliere una condizione che non allontani da ciò che si desidera.

Chiedere supporto può aiutare

Comprendere questi meccanismi richiede tempo e spesso uno sguardo esterno. Un percorso psicologico può aiutare a esplorare le proprie modalità relazionali, sviluppare maggiore consapevolezza emotiva e costruire relazioni più coerenti con i propri bisogni.

Se senti di aver bisogno di supporto, puoi partire cercando supporto o iniziando un percorso di psicoterapia per affrontare questa fase di cambiamento.

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