Tutto chiede salvezza: la serie TV Netflix vista con le terapeute Unobravo

Tutto chiede salvezza: la serie TV Netflix vista con le terapeute Unobravo
Tutto chiede salvezza: la serie TV Netflix vista con le terapeute Unobravologo-unobravo
Redazione
Unobravo
Pubblicato il
9.11.2022

È uscita di recente su Netflix la serie TV italiana Tutto chiede salvezza, basata sull’omonimo libro di Daniele Mencarelli edito da Mondadori e vincitore nel 2020 del Premio Strega Giovani.

Ne abbiamo parlato con Ludovica Andreoni e Francesca Cannone (psicoterapeute Unobravo) e Silvia Dal Ben (psicologa per Buencoco), tre professioniste del benessere psicologico che ci hanno aiutato a leggere l’opera del regista Francesco Bruni con uno sguardo diverso. 

Attenzione: l’articolo contiene spoiler!
Immagine: copyright Netflix

Tutto chiede salvezza: dal libro al film

La trama di Tutto chiede salvezza è basata sul romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli che racconta la propria esperienza vissuta a seguito di un ricovero in un reparto di psichiatria.

Daniele, il protagonista, dopo un episodio psicotico viene sottoposto a TSO. Nella struttura ospedaliera in cui viene ricoverato, si troverà a fare i conti con le proprie problematiche psicologiche, vivendo a stretto contatto con medici, infermieri e altri pazienti, suoi compagni di stanza, per un’intera settimana.

Ha vent’anni Daniele, e una sensibilità molto elevata che gli fa sentire addosso tutto il peso del mondo, così tanto da sfociare in attacchi di rabbia incontrollata:

“L’enormità di tutto, dallo spazio ai colori, stordisce e innamora, la bellezza conquista gli occhi. Mi fermo per riprendere fiato, per guardarmi giusto un secondo indietro. Dall’alto, dalla punta estrema dell’universo, passando per il cranio, e giù, fino ai talloni, alla velocità della luce, e oltre, attraverso ogni atomo di materia. Tutto mi chiede salvezza.”

Tutto chiede salvezza è girata tra Roma e Anzio, all’Ospedale Militare Lungodegenza di Anzio, un sanatorio militare costruito nel 1934 come luogo di cura per malattie infettive. Il cast della serie firmata Netflix e prodotta da Picomedia è composto da giovani volti del cinema italiano, tra cui Federico Cesari (già in Skam Italia) che interpreta il ruolo del protagonista, Fotini Peluso (Nina) e di attori già molto conosciuti come Ricky Memphis (Pino), Andrea Pennacchi (Mario) e Carolina Crescentini (che interpreta la madre di Nina).

La serie Netflix Tutto chiede salvezza, uscita in streaming il 14 ottobre, ha subito avuto un enorme successo diventando una delle serie TV da vedere nel 2022, nonostante alcune imprecisioni dettate probabilmente da alcune scelte narrative ritenute necessarie dalla produzione.  

La serie tocca molti aspetti che bisogna tenere in considerazione quando parliamo di benessere psicologico: la vulnerabilità di ciascuno di noi e l’importanza di chiedere aiuto, le figure di medici e personale sanitario, ma anche i problemi familiari e le difficoltà di coloro che si trovano ad accompagnare il paziente attraverso il percorso verso la guarigione.

Il paziente di fronte a un disagio psicologico

Daniele viene ricoverato dopo un episodio psicotico che si manifesta anche a seguito dell’assunzione di sostanze stupefacenti. Inizialmente, il protagonista non accetta la settimana di ricovero dichiarando di non appartenere a quel mondo, di non dover subire quella che sente come una costrizione.

Ludovica Andreoni: “È una cosa abbastanza frequente il non accettare una diagnosi, specie quando si tratta di dipendenze. Il paziente tende  ad attribuire il proprio comportamento a qualcosa fuori di sé (la sostanza), senza considerare il proprio ruolo attivo nell’assunzione della sostanza stessa e pensando che tutte le conseguenze della problematica psicologica derivino da quest’ultima. 

A volte si fa fatica a interpretare un sintomo, come nel caso dell’episodio psicotico, ma lo si ritiene il problema in sé.”

Silvia Dal Ben: “Ci sono tante persone che hanno paura della diagnosi anche se in realtà non hanno una diagnosi ma un sintomo per esprimere una sofferenza di cui non riescono a parlare.  Non riescono a tollerare l'enorme sofferenza che li colpisce e quindi arriva un sintomo che permette di esprimerla.  

Il protagonista stesso crede inizialmente che la crisi psicotica sia il problema, mentre essa rappresenta una manifestazione di qualcosa di più radicato nella sua storia personale, che a quel punto della sua vita si è manifestata così.”

La terapia psicologica serve proprio a rendere chiari alcuni elementi del nostro comportamento, così da capire che la rabbia (come quella che coglie Daniele all’improvviso e in modo incontrollato) non è che un sintomo di qualcosa di più profondo.

Francesca Cannone: “La natura di un percorso psicologico, infatti, è quella di stimolare la capacità di imparare ad avere una certa autoconsapevolezza, ma non perché bisogna avere con sé stessi un atteggiamento giudicante, ma per imparare a leggere quegli atteggiamenti che possono essere più o meno disfunzionali.

Con l’aiuto della terapia si può cercare di imparare a capire quali sono i punti che rivelano una fragilità, per trovare la via che ci permetta di viverli all'interno della nostra quotidianità, imparando a gestirli e tollerarli.” 

Disagio mentale e normalità 

Nella serie TV viene rappresentata una società in cui sembra ancora netta la divisione fra “buoni e cattivi”, tra chi ha un problema mentale e chi non lo ha. Ma il disagio mentale può essere solo un episodio di un’intera vita. Ci dice Ludovica Andreoni:

“Chi siamo non è determinato solo da ciò che facciamo o diciamo. Commettere errori, come quello di far uso di droghe (come accade al protagonista), non significa non poter cambiare. Si può sempre imparare a convivere con gli eventi o le malattie.”

Francesca Cannone: “Spesso, specie quando ci sono patologie più conosciute come la depressione o l’ansia, si fa fatica a far trasmettere l’importanza del concetto di vulnerabilità e si rischia di patologizzare qualsiasi problematica.

Ciascuno di noi può essere vulnerabile a qualcosa in particolare e, come quando se abbiamo mal di stomaco ci rivolgiamo a un gastroenterologo, così possiamo rivolgerci a un terapeuta per problematiche emotive e interiori.

Comprendere e accettare di essere vulnerabili vuol dire quindi avere un nuovo approccio che forse ci porterà a fare più attenzione a determinate cose (così faremmo con determinati cibi se soffrissimo di problemi allo stomaco), magari utilizzando specifiche tecniche di gestione che il nostro terapeuta può insegnarci.

Ciò che ancora limita ancora adesso alcune persone a rivolgersi a uno psicologo e psicoterapeuta è lo stigma per cui ‘se vado in terapia è perché sono malato’.” 

Il disagio psicologico e la famiglia

In Tutto chiede salvezza vediamo alcuni personaggi che nella serie svolgono ruoli secondari ma che, invece, hanno un ruolo di importanza capitale: i familiari.

Ludovica Andreoni: “Credo che una buona psicoeducazione alle famiglie sia una parte essenziale della terapia per il soggetto ricoverato. Purtroppo, non è sempre possibile. Un evento come quello raccontato nella fiction è doloroso e scioccante anche per le famiglie. 

Vedere un proprio caro che sta male non è mai facile. Entrare in un reparto psichiatrico lo è ancor meno, preparare le famiglie prima, durante e dopo è un immenso aiuto.”

Silvia Dal Ben: “Nella realtà, le famiglie sono molto più complesse di come abbiamo potuto vedere nella serie. D’altro canto, lo spaccato che la serie offre attraverso la descrizione dei familiari, permette comunque di riflettere sulle reazioni e sulle relazioni delle persone quando devono fare i conti con un ricovero o più in generale con le complicazioni psicologiche. 

Il rifiuto del ricovero, la delusione, la vergogna, il senso di colpa, le minacce alle Istituzioni o ai pazienti, le fughe, sono tutte sfumature emotive e relazionali dell’enorme sofferenza celata nelle famiglie. 

La società talvolta fatica a comprendere e tende a stigmatizzare e ad appesantire ulteriormente i protagonisti delle storie di ricovero psichiatrico. È in questo panorama che la terapia invece può essere il luogo in cui tutte le persone sono libere di depositare un po’ di dolore, con l’obiettivo di bonificare i profondi legami familiari

La terapia per i familiari di chi viene ricoverato o, più in generale, di chi manifesta una sofferenza psichiatrica, spesso permette di dare nuovi significati e di capire nel profondo ‘il paziente’, ma soprattutto sé stessi. 

Ogni familiare soffre e lo esprime a proprio modo: ciò che all’apparenza sembra ira, distacco e assenza, in terapia si può svelare come tristezza, paura e rispecchiamento. E a questo proposito penso alla madre di Nina: tutt’altro che amorevole all’apparenza, focalizzata sulla carriera della figlia e sui futuri contratti all’orizzonte, piuttosto che sulle grida di aiuto che la figlia le lancia. 

Che storia hanno le donne reali ‘come lei’? Quanto può aver sofferto qualcuno per esprimersi in quel modo così cinico? Nella serie, lei e il padre di Gianluca sono ‘i cattivi’ ma nella realtà nessuno è mai solo ‘cattivo’, c’è sempre una complessità che cela molto più di questo, ed è la terapia che può permettere di sgrovigliarla, comprenderla almeno in parte per dare dei nuovi significati e ruoli.”

Francesca Cannone: “Un altro esempio di ciò è il comportamento del fratello di Daniele, che reagisce in modo aggressivo al ricovero del protagonista. Di solito la maggior parte delle persone accoglie come lui questo genere di problematiche: reagisce con una rabbia che, se osservata bene, non è altro che un meccanismo di difesa messo in atto per proteggersi dal dolore per il fratello e per quello che questo evento ha provocato a lui e ai loro genitori.”

I compagni di stanza: le diverse fragilità dell’esistenza

Nel suo soggiorno forzato di una settimana, Daniele condividerà la stanza con altre persone. Tra queste, c’è chi come lui andrà via una volta terminato il periodo di ricovero volontario, chi invece resterà lì per sempre.

Ci sono Gianluca, che soffre di disturbo bipolare e, come Daniele, è lì per un tempo limitato e Giorgio, al suo quinto TSO, che non riesce a separarsi dal fantasma della propria madre. C’è Mario (interpretato da Andrea Pennacchi), un maestro elementare che vive ogni notte gli incubi del proprio trauma e Madonnina, che ripete ossessivamente un’unica frase ed è attratto dal fuoco, e c’è Alessandro, che vive in un perenne stato catatonico.

C’è poi Nina, una vecchia compagna di scuola di Daniele che viene ricoverata perché ha tentato il suicidio, e di cui, pian piano che scorrono le puntate, emerge la fragilità celata da atteggiamenti scontrosi e aggressivi.

Francesca Cannone: “Descrivere un reparto del genere è complesso e lo sforzo fatto dal regista è sicuramente apprezzabile. Avrei fatto attenzione a evitare il più possibile una descrizione stereotipata di questi personaggi (pensiamo a Nina che confessa, con una certa leggerezza che riterrei inverosimile, di aver compiuto un gesto di autolesionismo).” 

Silvia Dal Ben: “Le patologie presentate risultano abbastanza stereotipate ma, allo stesso tempo, permettono di osservare alcune facce dei disturbi mentali, al di là di un’etichetta diagnostica. Un esempio tra tutti è rappresentato da Gianluca: biologicamente maschio, con atteggiamenti femminili e con un padre militare legato agli stereotipi di genere secondo cui maschi e femmine devono comportarsi in determinati modi. 

Questo personaggio permette di riflettere sull’esperienza di un figlio incompreso, forzato ad essere chi non si sente di essere, sminuito e pesantemente giudicato dal padre, ma allo stesso tempo non deve risultare riduttivo. 

Credo invece che, questo personaggio, possa rappresentare tutti quei figli che non si sono sentiti ascoltati e accettati dai genitori e hanno espresso questo malessere attraverso la propria soggettiva sofferenza: una patologia mentale, l’uso di una sostanza, una scelta scolastica o un partner diversi da quelli attesi dalla propria famiglia.”

Ludovica Andreoni: “Giorgio ha mostrato sotto la sua fisicità ‘possente’ tutte le debolezze e l’animo sincero di un trauma (il lutto) non elaborato. Questo ci dà l’occasione di non soffermarci all'aspetto esteriore e ci fa vedere che ognuno ha la sua storia, che va accolta e ascoltata.”

I luoghi di cura 

Francesca Cannone: “Il modo in cui si voleva rappresentare un luogo di cura come un reparto psichiatrico ha destato in me molta curiosità. Un luogo impegnativo, complicato e in cui, di certo, non accadono gli avvenimenti messi in scena nella serie TV.

Alcuni elementi del racconto, infatti, fanno emergere delle contraddizioni: se nella fiction addirittura i pazienti hanno la possibilità di rubare un accendino, dare un sonnifero a un’infermiera, fuggire sul tetto o gettarsi dalla finestra senza sbarre (tutti avvenimenti assurdi che non accadono nei reparti psichiatrici), poi si racconta con verosimiglianza l’attenzione che invece esiste in quei reparti, per esempio quando l’infermiera controlla cosa i familiari portano al paziente.”

Silvia Dal Ben: “Nella serie le finestre non hanno le sbarre e Mario cade da una di queste. Non ci sono moltissimi controlli e un paziente fa scoppiare un incendio, altri due vanno nel tetto, non si lanciano del vuoto, ma hanno un rapporto sessuale. 

Questi accadimenti, finché servono a condire la trama di una serie, potrebbero andare bene, ma nella realtà comportano conseguenze molto gravi che devono essere pensate e prevenute, come la morte, le lesioni gravi di pazienti e anche di lavoratori, responsabili di ciò che accade. 

Per questo è importante mettere in luce come alcune restrizioni apparentemente ‘eccessive’ o molto stringenti devono essere viste anche come uno strumento di protezione necessario e dovuto per tutti i protagonisti delle storie reali che si scrivono nei reparti.

I luoghi reali delle cure spesso, ma non sempre, sono fatiscenti e cupi, ma altre volte esprimono l’accoglienza degli operatori che li abitano.”

Le persone che hanno il compito di prendersi cura dei pazienti

Nella fiction impariamo a conoscere anche i medici e gli infermieri che lavorano nel reparto psichiatrico che ospita il protagonista. Ciascuno di loro esprime una personalità: il Dottor Mancino ha un atteggiamento cinico, distaccato, severo, mentre la Dottoressa Cimaroli è più accogliente e guida Daniele verso la conoscenza di sé, attraverso il dialogo terapeutico, suggerendogli di praticare la scrittura.

L’infermiere Pino è uno stereotipo di maschilismo e razzismo, ma con il suo pragmatismo si rivela prezioso per l’equilibrio del reparto e rivela la sua parte emotiva nel racconto dell’amore per la collega.

Silvia Dal Ben: “Le equipe dei reparti di psichiatria e degli ambulatori sono multidisciplinari: ci sono infermieri, medici, operatori sociosanitari, addetti alle pulizie, psicologi, psichiatri, operatori della riabilitazione. Ci sono una varietà di formazioni, personalità, contratti, impegni e responsabilità che danno origine ad un dispositivo di cura unico, in tutte le sue sfaccettature.” 

Ludovica Andreoni: “In un reparto psichiatrico a volte ci si sente impotenti, a volte di grande aiuto. Credo che stare così tanto in reparto psichiatrico porti i medici a dover a volte essere fermi, incisivi e apparire quasi cinici ma, come poi si vede alla fine, anche chi assume quella maschera ha in fondo un suo vissuto e una parte emotiva. 

In terapia è importante accogliere il paziente ma non lasciarlo nell’illusione: essere diretti (come lo è il Dottor Mancino) a volte può essere di grande aiuto.” 

Silvia Dal Ben: “I terapeuti non sono mai solo ‘accoglienti’ o ‘severi’, come del resto suggerisce la serie. La visione comune del terapeuta spesso polarizza l’immagine degli psicologi e degli psicoterapeuti, come se un bravo terapeuta dovesse essere necessariamente accogliente, paziente e non fosse professionale quando è contenitivo, severo, onesto.

La funzione del terapeuta è complessa e, talvolta, il ruolo dello psicologo è quello di presentare al paziente la realtà dei fatti per quella che è. Non sempre è utile accogliere incondizionatamente ogni istanza della persona che ha davanti.”

Francesca Cannone: “Il nostro sistema è complesso e delicato e può capitare che anche il personale sanitario si ritrovi a svolgere mansioni che non dovrebbe per supplire a determinate carenze, finendo con l’essere sovraccarico e fare fatica ad avere cura dei pazienti con serenità.”

Questa moltitudine di personalità, però, può essere una grande ricchezza per il paziente che può avere l’opportunità di altri punti di vista, altri comportamenti ed emozioni, “il paziente- ci dice Silvia Dal Ben- “può attingere da risorse diverse e questa cosa diventa importante per affrontare un’esperienza forte come quella di un ricovero.”.

Che cos’è la salvezza di cui parla Daniele?

L’umanità di cui parla Mencarelli è quella ai margini ma, allo stesso tempo, riflette quella di tutti, ciascuno ingabbiato nella propria routine, nelle problematiche personali e in quelle provocate dalla società.

In una recente intervista, l’attore Federico Cesari, che nella serie veste i panni del protagonista, afferma:

 “Viviamo in un mondo in forte crisi che però ci vuole infallibili, ed è questo il pericolo principale da cui la nuova generazione ha bisogno di salvarsi. Io stesso con il mio lavoro sono costretto a fare i conti con l’idea di perfezione che spesso le altre persone confezionano per me.”

Francesca Cannone: “Tanti pazienti hanno la difficoltà di accettare di non poter essere perfetti, l’ansia del fallimento è sempre dietro l’angolo. Sarebbe utile coltivare una maggiore sensibilità alle proprie emozioni, accettare sé stessi e il fallimento, senza viverlo come una colpa.”

Ludovica Andreoni: “La salvezza è sia l'opportunità di farsi aiutare, di affidarsi, accettare e condividere, ma anche il poter essere di aiuto per altri imparando dai propri errori. La parola chiave è: ascolto empatico.”

Imparare a chiedere aiuto

Tutto chiede salvezza ha avuto il pregio di fare del benessere psicologico e dei disturbi mentali temi necessari di cui parlare, presentandoli alla vastissima streaming community di Netflix e portandoli dentro le case degli spettatori.

Nel corso dei sette giorni di ricovero, Daniele vivrà tante fasi diverse che lo porteranno dal rifiuto del problema alla sua elaborazione, dal giudizio sul gruppo di pazienti con cui condivide la stanza, all’empatia nei loro confronti:

“Forse, questi uomini con cui sto condividendo la stanza e una settimana della mia vita, nella loro apparenza dimessa, le povere cose di cui dispongono, forse loro malgrado tutte le differenze visibili e invisibili, sono la cosa più somigliante alla mia vera natura che mi sia mai capitato di incontrare.”

E soprattutto lo porteranno a dare importanza a una cosa fondamentale: avere la capacità di chiedere aiuto, tentando di imparare a gestire le proprie emozioni e cercando di accogliere la propria fragilità incanalandola nella scrittura, forte delle parole di Mario:

“Curati. Chiedi aiuto quando serve. Ma lascia il tuo sguardo libero, non farti raccontare il mondo da nessuno.”

Per rendere la lotta allo stigma sulla terapia psicologica ancora più efficace, infatti, è molto importante sottolineare che un terapeuta non è un “angelo salvifico” che risolve tutti i problemi, non è un amico con il quale sfogarsi e da cui aspettare consigli. 

È un professionista che vuole che il paziente lasci “lo sguardo libero” aiutandolo a ritrovare consapevolezza di sé.

Silvia Dal Ben: “La terapia può essere una risposta a svariati bisogni profondi, talvolta incomprensibili nella famiglia o addirittura nella società. Essa offre uno spazio di ascolto, riflessione, contenimento, confronto. Offre una relazione privilegiata e unica in cui la priorità è il bisogno di chi la richiede. 

E questo non significa che non sia faticosa, anzi, spesso è il luogo in cui è possibile abitare profonde sofferenze, con la possibilità di non essere soli e di potersi realizzare, conoscere, testare, attraverso sé e il terapeuta.”

Francesca Cannone: “Accogliere e ascoltare una richiesta di aiuto, che si tratti del paziente in prima persona o dei familiari, non è assolutamente una cosa negativa. Molte persone che svolgono un percorso di terapia psicologica, che magari si sentono come ‘ai margini del mondo’, ne traggono tantissimi benefici che permettono di vivere una vita serena, in cui ci si sente compresi, sostenuti e supportati.”

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