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Psicologia dell’adolescenza
5
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La diagnosi in adolescenza: tra rischio di etichetta e possibilità di cambiamento

La diagnosi in adolescenza: tra rischio di etichetta e possibilità di cambiamento
Ilaria Tonelli
Psicologa a orientamento Psicodinamico
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
16.7.2026
La diagnosi in adolescenza: tra rischio di etichetta e possibilità di cambiamento
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Il periodo dell’adolescenza è il passaggio evolutivo maggiormente critico. Non solo vi è una complessità legata al cambiamento corporeo, ma vi sono richieste di adattamento sociale che implicano un modificarsi continuo sia nella relazione familiare, sia in quella scolastica e tra pari. Le richieste dell’ambiente esterno possono essere vissute come particolarmente stressanti e l’adolescente ha bisogno di tempo per adattarsi e riorganizzarsi.

Poiché l’identità non è ancora strutturata, non si può parlare di diagnosi di personalità, ma eventualmente di diagnosi di funzionamento. Questo significa che, qualunque assessment venga proposto, dal colloquio alla somministrazione di test specifici, sarà una fotografia del funzionamento dell’adolescente in quel momento e che, dopo alcuni mesi cambierà. Il clinico quindi deve essere preparato al fatto che, ciò che osserva in un determinato momento della vita del ragazzo, si modificherà nel giro di pochi mesi.

In chiave psicodinamica, l’adolescenza è una fase di riorganizzazione strutturale del Sé, caratterizzata da instabilità identitaria, regressioni funzionali e trasformazioni delle relazioni oggettuali. In questo contesto, l’attribuzione di etichette diagnostiche rischia di cristallizzare configurazioni psichiche ancora fluide, con implicazioni etiche e funzionali rilevanti.

La pratica diagnostica in adolescenza

La pratica diagnostica in adolescenza si colloca in una tensione tra la necessità di orientare l’intervento clinico e il rischio di fissare identità patologiche premature. A differenza dell’età adulta, l’adolescenza è un periodo di transizione in cui il funzionamento psichico è intrinsecamente instabile e in trasformazione.

Dal punto di vista psicodinamico, l’adolescente è impegnato in un lavoro psichico di separazione, lutto delle identificazioni infantili e costruzione di nuove configurazioni identitarie (Blos, 1962). In tale contesto, la diagnosi non può essere considerata un atto neutrale, ma un intervento che incide sulla rappresentazione di sé e sullo sguardo dell’ambiente.

Un giovane con una felpa con cappuccio viola è appoggiato a un muro e sembra pensieroso.
Eyüpcan Timur – Pexels

L’adolescenza come processo e non come struttura

Peter Blos (1967) descrive l’adolescenza come una “seconda individuazione”, in cui il soggetto rinegozia i legami con gli oggetti primari e ridefinisce il proprio assetto identitario. Tale processo richiede capacità di ristrutturazione cognitiva e adattamento.

Talvolta vi sono delle vere e proprie crisi dove l’umore è altalenante, alternando fasi di dipendenza dai genitori a quelle di richieste di autonomia senza limiti. L’instabilità emotiva è spesso il mood in famiglia dove i genitori si ritrovano disorientati dal comportamento del figlio adolescente. Non lo comprendono più!

Queste caratteristiche, se osservate in modo decontestualizzato, possono essere erroneamente interpretate come segni di patologia strutturale.

Rischio diagnostico

Poiché nel periodo adolescenziale l’identità non è ancora strutturata, non si può parlare di diagnosi di personalità, ma, eventualmente, di funzionamento dell’identità e di tratti di personalità in fase di evoluzione. Pertanto i comportamenti dell’adolescente sono in continuo adattamento e cambiamento. Condotte oppositive, ritiro sociale o labilità emotiva non sono necessariamente tratti disfunzionali, ma tentativi di svincolo e di identificazione. L’adulto si trova di fronte a modifiche del comportamento, così come cambiamenti cognitivi che riflettono conflitti evolutivi normativi e difese transitorie da parte dell’adolescente.

La diagnosi categoriale rischia di confondere il processo con la struttura.

In questa fase si possono eventualmente somministrare inventari di funzionamento, procedere con colloqui clinici ed attenzionare condotte a rischio. Questo è chiaramente un lavoro che deve essere svolto da un clinico esperto, specializzato nell’età evolutiva.

Limiti etici della diagnosi in adolescenza

Se è vero che “diagnosi” significa conoscenza, una buona valutazione clinica vista in chiave dinamica, ossia di processo di cambiamento è sicuramente la modalità più funzionale di procedere nei confronti di un adolescente.

Attribuire una diagnosi può favorire processi di identificazione patologica. L’adolescente, impegnato nella costruzione del Sé, può interiorizzare l’etichetta come definizione stabile della propria identità. Ma non solamente il giovane può identificarsi in un disturbo piuttosto che in una diagnosi, ma anche i suoi familiari. Apporre un’etichetta diagnostica rischia di stigmatizzare la personalità in evoluzione e quindi di cristallizzare, bloccare e limitare il processo stesso di scoperta e cambiamento.

Secondo Erikson (1968), il compito evolutivo centrale dell’adolescenza è la formazione dell’identità; una diagnosi rigida può interferire con tale processo, limitando le possibilità identificatorie.

Inoltre, se nel processo di maturazione si riscontrano dei tentativi pericolosi (uso di droghe, alcol..), oppure dei comportamenti apparentemente disfunzionali, la diagnosi rischia di cementare ancora di più questa dinamica rendendola rigida ed ineluttabile. Il messaggio che rischia di essere trasmesso è quello che “ormai sei così. Non si può cambiare”.

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cottonbro studio – Pexels

Effetto dello sguardo istituzionale

La diagnosi non agisce solo sul soggetto, ma anche sul contesto (famiglia, scuola, servizi). L’adolescente può essere progressivamente definito attraverso la lente patologizzante, con effetti di stigmatizzazione e riduzione delle opportunità evolutive. L’etichetta diagnostica rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera.

La famiglia inoltre si trova di fronte al fatto che il figlio è “malato”, che le cose non si possono cambiare; a seconda della diagnosi poi, si innescherà un processo in cui familiari e persone più vicine all’adolescente, inconsciamente favoriranno una serie di eventi, condotte e comportamenti aderenti alla diagnosi stessa.

Dal punto di vista etico, l’adolescente occupa una posizione intermedia tra dipendenza e autonomia. La diagnosi viene spesso condivisa con i genitori e le istituzioni, talvolta senza un pieno coinvolgimento del minore, sollevando questioni relative al diritto di riservatezza, la costruzione dell’alleanza terapeutica che si basa sulla fiducia e la sua stessa compliance alle terapie.

In adolescenza, le organizzazioni di personalità sono spesso in formazione. Kernberg (1984) sottolinea come alcune configurazioni borderline in adolescenza possano rappresentare stati transitori piuttosto che strutture consolidate. Da questo modello si evince come il rischio sia quindi quello di sovrastimare il numero dei disturbi di personalità confondendo quella che è una normale crisi evolutiva con una patologia.

La storia di Janelle

Janelle è un’adolescente di 14 anni di origine indiana. I suoi genitori si trasferiscono in Italia circa 15 anni fa e lei nasce qui. Il padre è un uomo mite e un grande lavoratore; la mamma una donna molto dolce che si occupa di Janelle e del fratellino più piccolo nato appena 4 anni fa.

Janelle è molto educata, rispettosa, giudiziosa. Frequenta il primo anno di un Istituto Professionale, scuola che le piace moltissimo. La ragazza si trova molto bene con la sua nuova classe e con i professori.

Janelle accede allo sportello di ascolto psicologico perché dal mese di ottobre sviene continuamente. A scuola la preoccupazione è molto alta, sia tra i suoi compagni che tra il personale docente e non docente.

Durante i colloqui Janelle è molto aperta, ama raccontare le tradizioni indiane, ama parlare dei suoi sogni. Poiché gli svenimenti sono continui, la ragazza viene portata in ospedale dove le viene prescritta una visita neuropsichiatrica. Durante i colloqui le viene somministrato un inventario di funzionamento specifico per la sua età. I risultati sono piuttosto allarmanti perché la ragazza sembra presentare i prodromi di un disturbo schizotipico. Nel tornare a colloquio, Janelle inizia a raccontare che spesso sente delle voci...

Donna in camicia bianca a maniche lunghe e jeans blu seduta su un tavolo
Andrea Piacquadio – Pexels

La storia di Janelle ha attivato la Direzione scolastica, il corpo docente e la psicologa dell’Istituto che insieme hanno promosso un intervento in rete con la ASL di neuropsichiatria. Il lavoro con la ragazza si è basato non tanto sul restare fermi sulla diagnosi, ma, al contrario, è stato un lavoro di prevenzione, di adattamento dinamico e fluido per sostenere la ragazza in un momento di stress evolutivo. Janelle ha ascoltato le “sue voci” interne ed ha imparato a non averne paura.

La storia di Janelle aiuta a comprendere come si possa fare prevenzione in adolescenza e come si possa intervenire in maniera integrata grazie al sistema scolastico, sanitario e familiare. La sinergia di queste tre entità ha condotto Janelle fuori dal suo delirio uditivo, aiutandola nel suo percorso evolutivo.

Molti sintomi adolescenziali svolgono una funzione difensiva o regolativa. Ad esempio il ritiro sociale o l’acting out. Il primo protegge dalle angosce relazionali, dall’ansia delle aspettative nelle relazioni; l’acting out invece è un’azione macroscopica che serve per comunicare dei conflitti non mentalizzati.

In chiave psicodinamica, la diagnosi dovrebbe essere intesa come una formulazione ipotetica e dinamica, orientata alla comprensione del funzionamento psichico. Secondo questo modello, diventano quindi centrali la valutazione delle qualità delle relazioni così come la capacità di mentalizzare. Il modello psicodinamico mira a comprendere l’organizzazione dell’identità soprattutto nel suo processo in divenire; diventano poi centrali le modalità difensive e la regolazione affettiva. Dimensione, frequenza e durata sono parametri fondamentali per inquadrare un eventuale disturbo ed i suoi prodromi. Questo approccio consente di mantenere aperta la dimensione evolutiva.

Mentre una diagnosi rigida appone un’etichetta, una diagnosi di funzionamento restituisce una narrazione del vissuto. Questa modalità consente di far emergere le risorse come le fragilità, offrendo un significato al sintomo, tracciandone le traiettorie evolutive possibili.

La restituzione diventa uno strumento trasformativo, che sostiene l’adolescente nella costruzione di un senso di sé coerente e non patologizzato.

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Vitaly Gariev – Pexels

Un atto clinico ad alta responsabilità etica e simbolica

La diagnosi in adolescenza rappresenta un atto clinico ad alta responsabilità etica e simbolica. In una fase evolutiva caratterizzata da trasformazione e plasticità, l’attribuzione di categorie diagnostiche rigide può limitare il processo di costruzione identitaria e oscurare il significato dinamico dei sintomi.

Una prospettiva psicodinamica invita a concepire la diagnosi come ipotesi evolutiva, orientata alla comprensione del funzionamento psichico e alla promozione delle potenzialità trasformative dell’adolescente. In tal modo, la pratica diagnostica può diventare non un dispositivo di fissazione, ma uno strumento di apertura e possibilità.

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