Cerchi supporto per prenderti cura di te?
Trova il tuo psicologo
Valutato Eccellente su Trustpilot
Blog
/
Salute mentale
5
minuti di lettura

Meccanismi di difesa: riconoscerli per cambiare davvero

Meccanismi di difesa: riconoscerli per cambiare davvero
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
24.2.2026
Meccanismi di difesa: riconoscerli per cambiare davvero
Iscriviti alla newsletter
Se ti è piaciuto, condividilo

Impara a prenderti cura della tua salute mentale

Unobravo è la piattaforma di psicologia online leader in Italia. Compila il questionario per trovare lo psicologo più adatto alle tue esigenze.

Inizia il tuo percorso
  • 100% online, flessibile e sicuro
  • Incontro conoscitivo gratuito
  • Già scelto da oltre 400.000 pazienti
9.000+ psicologi sulla piattaforma

Il termine meccanismi di difesa è stato reso noto da Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Secondo la teoria psicoanalitica classica, ciò di cui abbiamo consapevolezza rappresenta solo una piccola parte del lavoro della nostra mente: come la punta di un iceberg, sotto il livello dell’acqua si estende la parte più ampia, l’inconscio. In questa prospettiva, i meccanismi di difesa possono essere letti anche come un concetto in continua trasformazione dalle formulazioni originarie di Freud fino alle interpretazioni contemporanee (Cramer, 2015).

Questa parte sommersa è caratterizzata dal movimento tra desideri ed emozioni diverse, a volte contrastanti e il conflitto che ne scaturisce può generare angoscia e sofferenza.

Che cosa sono i meccanismi di difesa?

Meccanismi di difesa come la sublimazione e la proiezione, secondo Freud aiutavano le persone a difendersi dall’angoscia.

Esistono diversi modi di definire i meccanismi di difesa, a seconda della teoria di riferimento con cui scegliamo di avvicinarci al funzionamento della mente. In linea generale, possiamo intenderli come strategie che la nostra mente mette in atto per affrontare il mondo e interagire con esso, e viene sostenuta l’idea che operino prevalentemente come processi inconsci, quindi non pienamente accessibili alla consapevolezza (Cramer, 2015). Spesso si traducono in comportamenti osservabili, ma possono anche manifestarsi come schemi di pensiero che influenzano il modo in cui interpretiamo ciò che ci accade.

Meccanismi di difesa in Freud e lo sviluppo successivo con Anna Freud

Per Freud i meccanismi di difesa sono modi con cui l’Io prova a gestire un conflitto interno: da una parte le spinte pulsionali e i desideri, dall’altra divieti, ideali e richieste della realtà. Quando il conflitto diventa troppo intenso, l’Io riduce l’angoscia “spostando”, “mascherando” o “tenendo fuori” dalla coscienza ciò che sarebbe difficile tollerare.

Un passaggio chiave è che, per Freud, la difesa è un tentativo di autoprotezione e  non è necessariamente patologica: il suo legame con la psicopatologia dipende soprattutto dal tipo di difesa e dal modo, più o meno rigido, con cui viene impiegata (Cramer, 2015).

Anna Freud, psicoanalista e figlia di Sigmund Freud, sistematizza e descrive in modo più operativo queste strategie in L’Io e i meccanismi di difesa (Anna Freud, 1936): l’attenzione si sposta sul modo in cui l'Io lavora nella vita quotidiana, rendendo più riconoscibili le difese nei pensieri, nel linguaggio e nelle relazioni.

Una tassonomia utile: difese più “primitive” e più “mature”

Non tutte le difese hanno lo stesso peso clinico. In molte sintesi contemporanee, come ad esempio nella gerarchia proposta dallo psichiatra George E. Vaillant in Adaptation to Life nel 1977, si parla di difese più primitive e più mature per descrivere quanta distorsione della realtà producono e quanta flessibilità lasciano.

In generale, una difesa tende a essere più “matura” quando si verificano:

  • distorsione minima della realtà: protegge dall’angoscia senza negare i fatti;
  • maggiore consapevolezza: la persona può riconoscere almeno in parte cosa sta facendo;
  • costo psicologico più basso: riduce la tensione senza creare troppi effetti collaterali relazionali.

Al contrario, difese più “primitive” spesso:

  • alterano di più la percezione: rendono difficile vedere il proprio contributo al problema;
  • sono automatiche e rigide: scattano sempre allo stesso modo, anche quando non servono;
  • hanno un prezzo relazionale: possono generare conflitti, incomprensioni o isolamento.

Come si forma un meccanismo di difesa?

Fin da piccolissimi entriamo in contatto con il mondo in modo attivo, apprendendo velocemente dalle nostre esperienze, creando schemi di azione e selezionando quelli che troviamo più utili. Man mano che la nostra vita relazionale diventa più complessa, sperimentiamo situazioni sempre più stressanti e quindi anche strategie per affrontarle con la minor fatica possibile.

Quelle che funzionano vengono consolidate, portate avanti e sperimentate anche in altri contesti. Nascono così i meccanismi di difesa, cioè le principali modalità di adattamento che abbiamo trovato nel corso della nostra vita e che diventano parte della nostra storia.

Perché alcune difese possono diventare “abitudini”: apprendimento e ripetizione

Un meccanismo di difesa tende a consolidarsi quando, in un certo momento della vita, ha davvero funzionato: ha abbassato l’angoscia, ha evitato una punizione, ha protetto un legame importante o ha permesso di andare avanti in una situazione difficile. Il punto non è che la difesa sia “sbagliata”, ma che può diventare l’unica strada disponibile.

In ottica freudiana, la ripetizione ha anche un senso economico: l’Io tende a orientarsi verso ciò che richiede meno sforzo nel breve periodo. Se, per esempio, da bambini impariamo che esprimere rabbia può portare a rifiuto o colpa, potremmo sviluppare una difesa che la rende meno visibile (come la formazione reattiva o l’isolamento dell’affetto). Nel tempo, però, ciò che era protettivo può irrigidirsi.

Un segnale tipico di abitudine difensiva è la sensazione di seguire sempre lo stesso copione: cambiano le persone e i contesti, ma la reazione interna resta identica, come se fosse l’unico modo possibile di stare in relazione o di gestire un’emozione.

Perché a volte sono controproducenti?

Può capitare che, come tutte le strategie, queste ci permettano una visione solo parziale delle cose oppure ci consentano di agire solo in alcuni modi: non permettono, insomma, un’esperienza complessiva della situazione e una totale flessibilità di risposta. In alcune situazioni stressanti possono essere utili, mentre in altre, possono risultare poco efficaci e, a volte, anche dannose.

Caroline Veronez - Unsplash

Box: quando una difesa può diventare controproducente

Una difesa diventa davvero problematica non perché esiste, ma perché diventa l’unico strumento disponibile. Alcuni criteri pratici per accorgersene:

  • frequenza: la usi “quasi sempre”, anche in situazioni leggere. La difesa non è più un aiuto occasionale, ma un automatismo;
  • rigidità: non riesci a scegliere alternative. Anche quando vorresti reagire diversamente, ti ritrovi nello stesso schema;
  • impatto relazionale: crea distanza, litigi ripetuti o incomprensioni. Per esempio, la proiezione può trasformare un dubbio interno in un’accusa verso l’altro;
  • costo sul lavoro o nello studio: riduce la capacità di collaborare, chiedere aiuto, tollerare feedback o gestire errori;
  • sofferenza soggettiva: ti senti bloccato, in colpa, svuotato o in allarme, anche se la difesa dovrebbe proteggerti.

Questi segnali si collegano direttamente al lavoro terapeutico: non si tratta di eliminare la difesa, ma di renderla più flessibile, così che la persona possa scegliere risposte diverse a seconda del contesto.

Modificare le nostre difese

Nel corso della psicoterapia capita spesso di riconoscere gli effetti negativi di alcuni meccanismi di difesa: svilupparne consapevolezza può rappresentare un primo passo importante per ampliare la propria esperienza e favorire il cambiamento. La ricerca suggerisce inoltre che la psicoterapia può modificare il modo in cui utilizziamo queste difese e che i meccanismi di difesa sono collegati anche alla qualità dell’alleanza terapeutica (Cramer, 2015) .

Allo stesso tempo, però, questo percorso può portare a viverli come qualcosa da combattere: un atteggiamento che rischia di essere controproducente, perché spesso le difese hanno avuto una funzione di protezione e possono essere comprese e trasformate con gradualità, piuttosto che eliminate con forza.

Comprendere i meccanismi di difesa

È importante ricordare che, se i meccanismi di difesa ci sono e se sono stati scelti e consolidati dall’infanzia a oggi, significa che in qualche momento ci hanno aiutato: nessuno nasce con il desiderio di infliggersi sofferenza. Percepirli come aspetti negativi di sé, da dover eliminare, può essere deleterio rispetto al lavoro terapeutico, che è fatto invece di comprensione e accettazione di sé.

Capire perché quei meccanismi di difesa fanno parte di noi ci permette di conoscerci meglio e ci dà la possibilità di scegliere e sperimentare nuove strategie, compatibili con la nostra storia e la nostra identità. Cercare di combatterli, al contrario, rischia di farci reagire con forza ricorrendo a comportamenti che non ci appartengono e che possono farci soffrire allo stesso modo.

Riconoscere una difesa in azione: micro-guida di auto-osservazione

Riconoscere una difesa significa notare cosa succede prima che tu decida consapevolmente. Spesso la difesa arriva come un cambio rapido di emozione, un ragionamento che chiude il discorso o un impulso a spostare l’attenzione.

Puoi provare con domande brevi:

  • Che emozione stavo per sentire? Se compare un vuoto improvviso o un “non mi tocca”, può esserci isolamento dell’affetto o diniego.
  • Sto descrivendo fatti o interpretazioni? Se la certezza è assoluta (“è sicuramente così”), può esserci una distorsione difensiva.
  • Sto parlando di me o dell’altro? Se l’attenzione va subito su colpe e intenzioni altrui, può esserci proiezione.
  • Sto cercando una spiegazione o una giustificazione? La razionalizzazione spesso suona logica, ma serve soprattutto a non sentire vulnerabilità.

Schede dei principali meccanismi di difesa: rimozione, diniego, proiezione

Di seguito alcune difese classiche descritte in ambito freudiano e post-freudiano, con segnali pratici per riconoscerle.

La rimozione è un meccanismo con cui l’Io tiene fuori dalla coscienza contenuti vissuti come dolorosi o inaccettabili. Segnali frequenti possono essere buchi nella memoria emotiva o la difficoltà a collegare reazioni intense a un motivo chiaro, con la sensazione di non sapere perché si sta così. Esempio: una persona può minimizzare un lutto e accorgersi solo dopo mesi che, senza una causa apparente, è diventata più irritabile e fatica a dormire.

Nel diniego (negazione): si rifiuta un aspetto della realtà perché troppo minaccioso. Segnali sono frasi come “non è vero”, “non sta succedendo”, nonostante evidenze. Esempio: si può continuare a dire che una relazione “va benissimo” mentre si evita sistematicamente ogni confronto.

La proiezione è, invece, un meccanismo per cui si attribuiscono ad altri pensieri o emozioni che si fatica a riconoscere come propri. Tra i vari segnali troviamo sospetto ricorrente, lettura delle intenzioni altrui come certe. Esempio: ci si può sentire invidiosi, ma si è convinti che siano gli altri a “provare invidia” per noi.

Schede dei principali meccanismi di difesa: formazione reattiva, razionalizzazione, spostamento

Altri meccanismi di difesa sono:

  • Formazione reattiva: trasformazione di un impulso o di un’emozione inaccettabile nel suo opposto. Funzione: tenere lontano ciò che spaventa o fa sentire in colpa. Segnali: gentilezza eccessiva, moralismo rigido, “troppo” controllo. Esempio: puoi provare rabbia verso qualcuno, ma diventare improvvisamente premuroso e servizievole.
  • Razionalizzazione: costruire spiegazioni logiche per rendere accettabile una scelta guidata da emozioni difficili. Funzione: ridurre vergogna, colpa o vulnerabilità. Segnali: discorsi impeccabili che però non contattano il sentire. Esempio: “Non l’ho chiamato perché era meglio così”, quando sotto c’è paura del rifiuto.
  • Spostamento: l’emozione viene diretta verso un bersaglio più sicuro di quello reale. Funzione: esprimere tensione senza rischiare conseguenze. Segnali: reazioni sproporzionate con persone “innocue”. Esempio: dopo un rimprovero del capo, puoi arrabbiarti a casa per una piccolezza.

Schede dei principali meccanismi di difesa: regressione, isolamento dell’affetto, annullamento, sublimazione

  • Regressione: in situazioni di stress si può tornare a modalità più infantili di gestire bisogni e frustrazioni. Segnali: dipendenza, capriccio, ricerca urgente di rassicurazione. Esempio: davanti a un conflitto, ci si chiude e si aspetta che l’altro “capisca da solo”.
  • Isolamento dell’affetto: si racconta un evento carico emotivamente in modo freddo, come se non ci appartenesse. Funzione: evitare di essere travolti. Segnali: dettagli precisi, emozione assente. Esempio: si descrive una rottura con tono neutro, ma il corpo è teso e non si dorme.
  • Annullamento (undoing): si prova a “cancellare” un pensiero o un gesto con un atto riparativo compulsivo. Segnali: bisogno di rimediare subito, rituali, scuse ripetute. Esempio: dopo un pensiero aggressivo, si diventa iper-disponibili per compensare.
  • Sublimazione: si canalizzano impulsi o tensioni in attività socialmente valorizzate. Segnali: si trasforma l’energia emotiva in creatività, studio, sport. Esempio: si usa la frustrazione per allenarsi o creare, senza negare ciò che si prova.

Valutare le difese: cosa si usa in clinica e cosa ci dice la ricerca

In psicologia clinica e in ricerca esistono metodi per descrivere lo stile difensivo senza ridurlo a etichette. Un esempio è la Defense Mechanism Rating Scales (DMRS), sviluppata dallo psichiatra John C. Perry: valuta le difese osservando il linguaggio e i temi emersi nei colloqui, collocandole lungo una gerarchia di maggiore o minore adattività.

Anche Vaillant, psichiatra e ricercatore, ha proposto una gerarchia delle difese che ha influenzato molte sintesi successive: l’idea centrale è che difese più mature tendono a essere associate a un funzionamento psicologico e relazionale più flessibile, mentre difese più primitive, se dominanti, possono essere correlate a maggiore conflittualità e sofferenza (Vaillant, 1977).

Questi strumenti non servono a misurare il valore di una persona. Servono a dare un linguaggio condiviso a terapeuta e paziente: capire quali difese compaiono, quando si attivano e che prezzo hanno, così da ampliare gradualmente le alternative.

Inizia a conoscere le tue difese con l’aiuto di un professionista

Riconoscere i meccanismi di difesa non significa “eliminarli”, ma capire quando si attivano, cosa stanno cercando di proteggere e come renderli più flessibili, così da vivere emozioni e relazioni con più libertà. Un percorso psicologico può aiutarti a osservare questi automatismi con maggiore consapevolezza e a sperimentare strategie nuove, rispettose della tua storia e dei tuoi bisogni. Se senti che è il momento di prenderti questo spazio per te, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online e iniziare un percorso con Unobravo.

Come possiamo aiutarti?

Come possiamo aiutarti?

Trovare supporto per la tua salute mentale dovrebbe essere semplice

Valutato Eccellente su Trustpilot
Vorrei...
Iniziare un percorsoEsplorare la terapia onlineLeggere di più sul tema

FAQ

Hai altre domande?
Parlare con un professionista potrebbe aiutarti a risolvere ulteriori dubbi.

Condividi

Se ti è piaciuto, condividilo
Iscriviti alla newsletter
Trova il tuo psicologo

Vuoi saperne di più sul tuo benessere psicologico?

Fare un test psicologico può aiutare ad avere maggiore consapevolezza del proprio benessere.

Il nostro blog

Articoli correlati

Articoli scritti dal nostro team clinico per aiutarti a orientarti tra i temi che riguardano la salute mentale.