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5
minuti di lettura

Cucinoterapia: il gusto del buonumore, dalla pasta alla cura

Cucinoterapia: il gusto del buonumore, dalla pasta alla cura
Niccolò Galetti
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
14.5.2026
Cucinoterapia: il gusto del buonumore, dalla pasta alla cura
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Il cibo, odiato o amato che sia, è spesso in cima ai nostri pensieri e nei momenti di ansia, isolamento e fragilità può assumere un ruolo importante, diventando conforto, cura, salute, divertimento, socialità e comunicazione, fino a trasformarsi in una vera e propria forma di terapia: la “cucinoterapia”. Ma cos’è esattamente?

‍Cos’è la cucinoterapia: una definizione operativa

Con cucinoterapia (o cooking therapy) si intende l’uso del cucinare come strumento intenzionale per sostenere il benessere psicologico e relazionale, attraverso attività in cucina scelte e adattate a un obiettivo. Non si tratta semplicemente di “cucinare per distrarsi”: è un’esperienza guidata, con compiti graduati e un momento di riflessione su ciò che è accaduto.

È utile distinguere tra:

  • Cucinare come hobby/benessere: può rilassare e dare soddisfazione, ma l’obiettivo resta spontaneo (piacere, creatività, socialità).
  • Cucinoterapia come intervento strutturato: prevede un setting (tempi, ruoli, regole), un obiettivo (es. tollerare frustrazione, allenare pianificazione, ridurre evitamento) e una valutazione di come la persona ha vissuto l’esperienza.

In contesti clinici o riabilitativi può essere condotta da professionisti, tra cui psicologi, terapisti occupazionali, educatori, e integrata in un progetto più ampio: la cucina diventa un “laboratorio” dove osservare e allenare abilità emotive e comportamentali in modo concreto.

Con le mani in pasta

Cucinare è un atto divertente e rassicurante che può essere considerato una terapia mente-corpo. Ogni fase della realizzazione di una ricetta può diventare un momento prezioso da condividere con gli altri:

  • la scelta degli ingredienti,
  • la loro manipolazione,
  • l’attesa che sia pronto,
  • l’assaggio.

Per i bambini, cucinare con i genitori insegna:

  • la collaborazione,
  • la cooperazione,
  • la partecipazione.

A livello psicologico, cucinare con i bambini, oltre a essere un momento ludico, è un’importante attività che li aiuta nello sviluppo emotivo, cognitivo e comportamentale. Sul piano emotivo, ad esempio, cucinare aiuta il bambino:

  • a imparare a tollerare le frustrazioni che derivano dal “non riuscire”;
  • a confrontarsi con quelli che vengono definiti “limiti” fisici, mentali e psicologici;
  • a utilizzare in modo costruttivo la propria rabbia che, attraverso il rinforzo positivo del genitore, può assumere forma di conoscenza e autostima.
Alex Green - Pexels

Come la cooking therapy può essere d’aiuto

L’utilizzo della cooking therapy è ottimale:

  • per la riabilitazione di persone affette da demenza, disabilità cognitive e fisiche,
  • per le persone che soffrono o hanno sofferto di un disturbo del comportamento alimentare.

La cooking therapy può essere utile anche in situazioni di crisi nella coppia per ritrovare feeling e intesa. In questo caso si parla di share-cooking therapy, una vera e propria terapia di coppia.

Cucinare insieme permette infatti di:

  • stimolare la creatività,
  • trovare un contatto fisico con il partner,
  • vivere emozioni dimenticate,
  • rendere più forte il legame di coppia.

La cooking therapy può essere utile quando l’obiettivo è allenare abilità concrete legate al benessere, soprattutto se la persona fatica a lavorare “solo a parole”. In alcuni casi può essere indicata per:

  • stress e ansia lieve-moderata, perché la struttura del compito e l’ancoraggio sensoriale possono favorire calma e presenza;
  • umore basso e ritiro, dato che preparare qualcosa di semplice e condivisibile può riattivare motivazione e contatto sociale;
  • difficoltà di autonomia, perché fare la spesa, organizzare i tempi e preparare un pasto sono competenze quotidiane che possono aumentare l’indipendenza;
  • riabilitazione cognitiva/occupazionale, poiché la cucina permette di esercitare sequenze, attenzione, memoria di lavoro e problem solving in modo ecologico.

È importante essere cauti nei casi in cui:

  • Sono presenti disturbi alimentari attivi: la cucina può diventare terreno di controllo o trigger emotivi.
  • Ci sono impulsività o uso di sostanze: coltelli, fuoco e tempi di attesa richiedono valutazione del rischio.
  • Il perfezionismo è rigido: l’errore va reso parte del compito, altrimenti l’attività può rinforzare l’autocritica.

Effetti benefici della cooking therapy

La letteratura sulla cooking therapy è in crescita e, in diversi contesti, suggerisce benefici su aree come autoefficacia, abilità sociali, motivazione e gestione dello stress, soprattutto quando l’intervento è inserito in programmi riabilitativi o psicoeducativi.

Tuttavia, è importante mantenere uno sguardo realistico: una revisione sistematica sugli interventi di cucina in ambito salute mentale ha individuato 377 articoli, ma solo 11 studi hanno soddisfatto i criteri di inclusione ed è stato possibile analizzarli, segnalando che le evidenze esistono ma sono ancora limitate (Farmer et al., 2018).

In parallelo, una revisione sistematica su interventi di cucina e abilità culinarie in ambito salute pubblica ha evidenziato miglioramenti nella fiducia nel cucinare e in alcuni comportamenti alimentari, pur con una marcata eterogeneità dei protocolli (Reicks et al., 2014).

Sul piano clinico, uno studio che ha proposto 5 workshop di cucina come intervento aggiuntivo in 39 pazienti psichiatrici ricoverati (29 con depressione e 10 con disturbi dell’alimentazione) ha rilevato nel campione complessivo miglioramenti statisticamente significativi dell’umore, della tristezza, della disperazione/hopelessness e della stanchezza dopo i workshop (Mörkl et al., 2024).

È comunque importante ricordare che la cucinoterapia può essere uno strumento esperienziale promettente, ma non sostituisce percorsi psicologici o medici quando necessari.

Andrea Piacquadio - Pexels

Come si struttura una sessione di cucinoterapia

Una sessione di cucinoterapia può funzionare meglio quando è semplice, ripetibile e graduata. In genere si lavora su 45–90 minuti, scegliendo una ricetta coerente con le abilità e con l’obiettivo.

Una traccia utile può essere:

  1. Obiettivo e check-in: si definisce un obiettivo concreto e si nota lo stato emotivo di partenza.
  2. Pianificazione: si leggono i passaggi, si assegnano ruoli, si anticipano difficoltà.
  3. Preparazione: compiti graduati come lavare, tagliare, mescolare, impastare permettono di osservare impulsività, evitamento, richiesta d’aiuto.
  4. Cottura/attesa: si lavora su pazienza e gestione dell’incertezza. Può essere utile inserire una breve pausa di consapevolezza.
  5. Impiattamento e condivisione: si valorizza il risultato e la cooperazione, non solo il gusto.
  6. Debrief: si collega l’esperienza alla vita quotidiana.

La progressione è parte della terapia: si parte da ricette a bassa complessità e si aumenta gradualmente autonomia, tempi e variabili.

Perché può funzionare: i meccanismi psicologici della cooking therapy

La cucinoterapia può essere efficace soprattutto quando sfrutta alcuni meccanismi psicologici di base, che in cucina possono diventare più visibili e allenabili:

  • Attenzione al presente: pesare, tagliare, impastare richiede focus sensoriale. Questo può contribuire a ridurre la ruminazione e a creare una pausa dai pensieri intrusivi.
  • Senso di controllo e autoefficacia: seguire una ricetta e vedere un risultato concreto può rinforzare l’idea di essere capaci e potercela fare, utile quando ci si sente bloccati o impotenti.
  • Regolazione emotiva: l’attesa e gli imprevisti possono allenare tolleranza della frustrazione e flessibilità.
  • Funzioni esecutive: pianificazione, sequenze, gestione del tempo e problem solving sono richiesti in modo naturale.
  • Relazione e comunicazione: cucinare con qualcuno rende necessario negoziare ruoli, chiedere aiuto, dare feedback, diventa così un contesto pratico per lavorare su confini e collaborazione.

In altre parole, la cucina non “cura” da sola: offre un ambiente ricco di micro-esperienze che, se lette e guidate, diventano terapeutiche.

Integra la cucinoterapia nella tua quotidianità con il supporto giusto

Se cucinare ti aiuta a ritrovare calma, presenza e un senso di autoefficacia, può diventare un piccolo allenamento quotidiano per prenderti cura di te. Ma se il rapporto con il cibo si intreccia con ansia, umore basso, senso di vuoto, perfezionismo o perdita di controllo, non devi affrontarlo da solo/a: un percorso psicologico può aiutarti a capire cosa succede, costruire strategie più sane e, in alcuni casi, trasformare questi momenti in risorse.

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